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Jan Masaryk, una delle più eminenti vittime del comunismo cecoslovaccodi Remo Viazzi - 6 febbraio 2004 Nel tormentato dopoguerra europeo un ruolo di primo piano spetta alla rinata Cecoslovacchia e alle terribili vicende da cui fu funestata la Repubblica presieduta da Benes, alla difficoltosa ricerca di una posizione sua nello scacchiere internazionale e di una propria identità politica, ostacolata e forzata dalla prepotenza dell'Unione Sovietica di Stalin, che ebbe il merito di liberarla dalla follia nazista. Al termine della guerra fu creato un governo di coalizione di sei partiti, più o meno "liberi". Meno libero di tutti era sicuramente il partito comunista, guidato da Gottwald e Siroky, fedeli compagni di Stalin, che su tutto sovrintendeva. Nel luglio del 1947 l'intesa tra i partiti fu messa gravemente in crisi: il governo, con voto contrario dei ministri comunisti, diede il via libera al Piano Marshall, ma l'intervento - durissimo - di Stalin costrinse lo stesso governo a fare rapidamente dietrofront, perdendo consenso e fiducia all'interno del paese e credibilità agli occhi degli americani e degli alleati occidentali. Nei mesi successivi la situazione interna del paese divenne insostenibile: scioperi e manifestazioni di piazza ordite dai comunisti tendevano a screditare l'operato del governo, mentre l'opinione pubblica veniva tranquillizzata grazie all'intervento economico ingentissimo dell'Unione Sovietica, che faceva arrivare in Cecoslovacchia massicce derrate di grano e materie prime. I dodici ministri dei partiti social-nazionale, populista e democratico decisero di giocare il tutto per tutto: si dimisero nella speranza di poter così rinegoziare la distribuzione dei ministri con il Partito comunista, forte del 38% dei suffragi, ma l'azione fallì miseramente. Con l'appoggio dei socialisti massimalisti Clement Gottwald riuscì infatti a formare il nuovo governo, in cui i comunisti la facevano da padroni, essendosi assicuranti dodici ministeri. Intanto gli aiuti - anche militari - forniti dall'Unione Sovietica si sprecavano e costringevano alla fedeltà assoluta il Partito comunista Cecoslovacco: fu la fine della libertà dello Stato e del sogno in cui credeva Jan Masaryk: poter fare della Cecoslovacchia uno stato ponte tra i due blocchi Est e Ovest. Proprio le vicende di Jan Masaryk devono farci riflettere. Il 10 marzo del 1948 lo statista, figlio del primo Presidente della Repubblica Cecoslovacca, fu trovato cadavere nel giardino di casa sua, sfracellato al suolo, la finestra della sua camera aperta: tutto faceva pensare ad un suicidio. Spontaneo, indotto, ordito? Jan Masaryk era un democratico, l'unico esponente del suo partito che aveva accettato di far parte del governo presieduto da Gottwald, che gli aveva riservato il ministero degli Esteri, forse proprio per sfruttare la sua notorietà e la naturale benevolenza con cui era visto in tutto il mondo in virtù del suo equilibrio, della sua esperienza, della sua rettitudine. Ma non fu facile per Masaryk abituarsi alla nuova situazione: «La sua coscienza era stata assai turbata dalla maniera brutale con la quale i comunisti s'impossessarono interamente del potere e dai metodi violenti e spietati con i quali avevano instaurato la loro dispotica dittatura». Inoltre, l'opinione pubblica occidentale lo accusava di aver tradito la causa democratica e di essersi "venduto" al nemico, mentre i suoi colleghi di governo gli rinfacciavano di essere un reazionario e di ordire congiure e cospirazioni al fianco delle forze controrivoluzionarie. Intanto in tutto il paese si succedevano i processi di stampo staliniano (e da egli stesso voluti) contro le "spie dell'occidente" e "gli agenti provocatori dell'imperialismo". Storie note a chi ha un po' di dimestichezza con i metodi sbrigativi dell'epoca, ma che devono fare riflettere ancora oggi. Così come giova riportare qualche brano della stampa di allora, tanto per rinverdire i ricordi dell'aria che si respirava. Il "Corriere dell'Informazione", edizione della notte, scriveva: «Non si conoscono ancora le reazioni del Governo a questo tragico episodio che getta una sinistra luce sulla situazione cecoslovacca». Poco più avanti, nell'evidenziare lo strano comportamento degli organi d'informazione cecoslovacchi, il giornale li accusava implicitamente di faziosità, gettando così un'ombra anche sul ruolo avuto dal governo e sulla sua supposta estraneità ai fatti accaduti: «Gli organi ufficiali, fra cui il Ministero degli Interni e quello delle Informazioni, si sono limitati a dire di essere privi di informazioni dettagliate [...]. Alle ore 12 di stamane (ora italiana) tutte le comunicazioni telefoniche e di telescriventi tra Praga ed i Paesi stranieri sono state interrotte. I funzionari delle poste e del telegrafo hanno dichiarato che l'interruzione è dovuta a "dei disturbi di linea". Fino a quell'ora non era stato emanato alcun comunicato del Governo».
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Ragionpolitica, periodico on line n.43 del 6/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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