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Qualcuno volle chiudere la partita con Dio. Il teatro della crudeltà di Antonin Artaud

di Raffaele Iannuzzi - 13 febbraio 2004

Si chiamava Antonin Artaud, di mestiere faceva lo scrittore, amava il teatro come scena crudele della vita ed odiava Dio, al punto che divenne un mistico ateo, una contraddizione vivente, un grido gonfio di scrittura. Antonin nacque a Marsiglia il 4 settembre 1896. Suo padre, che portava il nome di Antoine-Roi, apparteneva ad una famiglia di armatori e commercianti. Sua madre, Euphrasie Nalpas, proveniva da una famiglia di origine greca, che si era da tempo fissata a Smirne.

Antonin fu un uomo perennemente in rivolta, disse sempre no, e lo fece con eroica convinzione. Camus diceva: l'uomo in rivolta ama dire sempre no. Ebbene, allora, Artaud fu uomo in rivolta come nessun altro, con il no accostato alle labbra in segno di sfida a tutto ed a tutti, a Dio, in primis. La sua infanzia fu una zona densa di ombre, tanto che Antonin mai ne parlò. Sappiamo soltanto che essa trascorse tra la Provenza ed alcuni soggiorni presso la nonna materna, Mariette Schiley (o Chilé). Unico episodio menzionato dai biografi: meningite a cinque anni, pericolo di annegamento a dieci. Seguì regolarmente gli studi al Collège du Sacré-Coeur di Marsiglia, dove, a quattordici anni, diede vita, coi compagni, ad una piccola rivista letteraria, firmando con lo pseudonimo Luois des Attides.

Le sue prime poesie vennero alla luce tra il 1913 ed il 1921 e furono apprezzate da uno scrittore del calibro di Max Jacob. Intorno al 1915 fu colto dai primi dolori di origine nervosa. Si racconta anche di un'acuta crisi di misticismo, e che un giorno avrebbe distrutto tutti i propri manoscritti e distribuito i libri agli amici. Fino alla sua morte, il 4 marzo 1948, Artaud ebbe sempre problemi di natura psichica, la sua salute cagionevole lo tenne lontano dal fronte nella Grande Guerra e lo spinse ad affrontare il problema del male e del dolore in una modalità corrosiva, deturpante i canoni classici ed anche semplicemente moderni.

Se apriamo il grande testo di Artaud, Il teatro e il suo doppio (Einaudi, Torino, 1968), non possiamo che rimanere abbagliati dalla forza assoluta della sua parola, tesa, alta e, insieme, drammatica, estrema, ultimativa. Artaud parla del teatro come del destino ultimo dell'uomo, della scena in cui la parola, l'evento rappresentato e la vita degli spettatori si fondono in un'unità primordiale fatta di segni e cifre metafisiche. Questa è la mistica vibrante e nichilistica di Artaud. Uno spazio del paradosso in cui gli "stili dell'estremismo", come scriverebbe Berardinelli, abbracciano le pareti della rivolta dell'uomo contro Dio.

Apriamo poi l'altra grande opera di Artaud, Per farla finita col giudizio di Dio (Stampa Alternativa, Roma, 2000), e ci troviamo nelle braccia del rifiuto radicale, totale del Fondamento Ultimo, della Realtà Divina della mistica dei Padri Greci, del Dio di Gesù Cristo e di qualsiasi Dio spuntato dalla mente divinata dell'uomo e di qualsiasi creatura sulla faccia della terra.

Ascoltiamo Artaud:

per quanto mi si incalzi con delle questioni
e per quanto io le respinga,
c'è un punto
in cui mi vedo costretto
a dire no

NO

alla negazione:

e questo punto
lo si raggiunge quando mi si opprime,

quando mi si incalza
e mi si spreme
fino all'espulsione
da me
del nutrimento,
del mio nutrimento
e del suo latte

e che cosa resta?

Resta che vengo soffocato

non so se sia un'azione
ma opprimendomi così di questioni
fino all'assenza
e al niente
della questione
si è fatta pressione
fino a soffocare
in me
l'idea di un corpo
e di essere un corpo...

Rivolta e contro-rivolta, difesa e pressioni dall'esterno...tutto si ribella nella vita di Antonin e lo scrittore si muove dentro la medesima logica della violenza, fin quasi al delirio. Ecco l'ultima parola della scrittura, l'ultima piece teatrale, l'ultimo scarabocchio metafisico del teatro della crudeltà. L'uomo si rivolta contro tutto, contro Dio e tenta costantemente di difendersi dagli assalti brutali della vita e dalle pressioni del Collettivo Sociale, della Società, dell'Asylum istituzionale.

Inutile richiamare banalmente l'anarchismo totale e totalizzante, questo mondo è ben oltre gli schemi culturali ricorrenti nella critica. Artaud è un unicum, al di là del bene e del male e, come tale, merita violenza e rifiuto, ma anche, se così aggrada, fatale attrazione ed ammirato sconcerto. Giudichi il lettore come sa, può e desidera. Sul terreno dell'arte, spesso, rimangono i detriti del Grande Rifiuto e non è detto che il no sia sempre la luce della bellezza; è comunque certo che la crudeltà del rifiuto di Dio, nel novecento, abbia aperto spesso quelle ferite attraverso le quali è passata, ospite desiderata, la grazia.

! Raffaele Iannuzzi
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