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C'è memoria e Memoria

di Remo Viazzi - 13 febbraio 2004

Anche quest'anno non sono rimasto assolutamente appagato, né soddisfatto, dalle celebrazioni indette in occasione della Giornata della Memoria. Benché nelle intenzioni fedeli e coerenti ai dettami e ai voleri espressi dai due brevi articoli della Legge istitutiva, che mirano a ricordare solo la persecuzione nazista (e in misura assai minore fascista) perpetrata ai danni degli ebrei nel secolo scorso, tuttavia esse hanno fallito nel loro sostanziale obiettivo e impegno: voler coinvolgere in un comune sentimento di colpa tutti, sia quanti hanno commesso le macabre esecuzioni, sia quanti - più o meno in buona fede - hanno lasciato che tutto avvenisse! Ma per chi ha amore per la Storia c'è di più: intitolando infatti tale giornata alla "Memoria" si chiama in causa un concetto, un nodo della storia di ben più ampia e nobile portata: la necessità e l'importanza della conservazione della memoria storica, che riguarda fatti positivi e negativi, i suoi criteri, le istituzioni cui essa compete, i modi corretti e scientifici attraverso i quali deve essere portata avanti...Insomma, forse è proprio l'intitolazione che è sbagliata: la Memoria storica non riguarda solo la Shoa. E la Shoa non è solo quella del XX secolo.

Ma non è questo il problema. In tante pagine e tante ore di trasmissioni televisive dedicate all'Olocausto c'è anche chi - per apparire super partes - ha preferito ricordare anche altri avvenimenti, volendoli fare apparire, e correttamente, come altrettanto gravi e imperdonabili. Così, qualche mattina fa, Rai Educational (Rai 3) ha riproposto una puntata di Mixer, conduttore un giovanissimo Minoli, dedicata alle foibe goriziane. Un filmato esclusivo: per la prima volta una telecamera entrava in una foiba; siamo nel 1946: trecento e più cadaveri, molti dei quali ormai irriconoscibili e in avanzato stato di putrefazione. I famigliari stentano a riconoscere i propri cari, talvolta conviene far finta di riconoscere il proprio figlio o marito anche in un brandello di carne che potrebbe essere di chiunque: almeno è la fine di un incubo!

Sembrerebbe tutto a posto, sembrerebbe procedere tutto con il necessario rigore storico. Le immagini, come quelle di Dachau o di Mauthausen, sono ben più eloquenti di qualunque discorso. E infatti le parole mancano, e soprattutto mancano le parole giuste, mancano i nomi, le fedi politiche, le figure storiche di riferimento, i mandanti di coloro che hanno compiuto tali orribili delitti. Non si parla di comunisti, non di Tito, di Stalin, di Togliatti. Non c'è l'acrimonia che si registra di continuo quando le stesse immagini ci riportano ai campi di concentramento nazisti e si additano - giustamente - come mostri gli uomini che si sono macchiati di tali e tante aberrazioni.

Il secondo episodio è più recente. La settimana scorsa su Il Giornale Paolo Granzotto risponde con arguzia ad una lettera indignata di Gianfranco Robella, che coglie nel segno quando dice: «neanche questa volta siamo riusciti ad arrivare alla pacificazione degli animi». Granzotto, per esporre il suo punto di vista, fa alcune riflessioni su un convegno tenutosi all'Università di Roma sul tema: "Campi di concentramento nella storia del Novecento" nel corso del quale solo lo storico russo Victor Zaslavsky ha avuto l'onestà di sostenere che «gulag e lager sono lo stesso perché la pulizia di classe vale quella etnica». L'amara constatazione cui giunge Granzotto è la seguente: «dovremo aspettare ancora un pezzo prima che le bocce si fermino. Prima che la combriccola la smetta di definire "errori" le atrocità del comunismo e "compagni che sbagliarono" quanti contribuirono o addirittura pianificarono quegli "errori"», tra i quali, per non fare torto alla Memoria, non dobbiamo dimenticarci di ricordare anche le foibe titine. Che dico titine, le foibe del comunismo slavo!

! Remo Viazzi
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