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Il terrore comunista in Istria nel racconto di un testimone

di Edoardo Albani - 13 febbraio 2004

"Oggi è stato compiuto un atto di riconciliazione nazionale, di verità e di giustizia, una testimonianza di amore verso tanti italiani per troppo tempo dimenticati". Con queste commosse parole, il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, ha commentato l'approvazione da parte dell'assemblea di Montecitorio del Ddl sull'istituzione della "Giornata del Ricordo" delle vittime delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati. I voti a favore sono stati 502, 15 quelli contrari, solo 4 gli astenuti. Un consenso ampio quindi, cui non hanno contribuito i comunisti di Cossutta e Bertinotti, per i quali la cieca necessità di tenere fede ad una ideologia smentita dalla Storia ha prevalso sull'opportunità, condivisa ormai da buona parte del popolo italiano, di continuare il lungo e tormentato cammino verso la riconciliazione nazionale.

L'apertura e la disponibilità dei Democratici di Sinistra a trovare un'intesa con la maggioranza di governo sul delicato argomento non è piaciuta al Presidente dei Comunisti Italiani, il quale, in un'intervista comparsa su Il Giornale del 9 febbraio scorso, ha rilevato che "tra i massimi dirigenti dei DS siamo non soltanto di fronte ad un inaccettabile revisionismo storico, ma ad una forma vera e propria di abiura"! Tali parole, pur inconcepibili, hanno una loro coerenza se riferite, ad esempio, a quelle pronunciate qualche mese fa da noti esponenti del Partito dei Comunisti Italiani a proposito della condanna a morte di alcuni profughi cubani da parte del regime castrista. Purtroppo il loro razzismo culturale giustifica ancora oggi tragedie immani, in Cina come a Cuba, cui spesso l'opinione pubblica internazionale guarda con colpevole distacco.

Come ha osservato il Vice-Presidente del Consiglio, Gianfranco Fini in occasione di una cerimonia commemorativa per i martiri delle foibe tenutasi a Padova alcuni giorni fa "non esistono tragedie di serie A o di serie B. Credo che si debba guardare al futuro per fare in modo che quelle terre che sono italiane, venete ed ora europee diventino terre di nuovo incontro e di rinnovata fratellanza nel rispetto delle identità e delle culture". Nessuna forza politica più della Destra italiana ha creduto in tutti questi anni nell'istituzione della "Giornata del Ricordo".

Tuttavia, anche nella parole di Fini, la soddisfazione per un risultato finalmente raggiunto non è segnata dalla volontà di "rivedere" la Storia, ma di rilevarne la naturale complessità. Le certezze demagogiche della Sinistra cedono, giorno dopo giorno, di fronte alla forza della Verità. Il recente libro di Pansa "Il sangue dei vinti", ad esempio, esprime una nuova volontà di far luce su fatti ed avvenimenti considerati fino a poco tempo fa come menzogne reazionarie. Le parole di Cossutta però lasciano intendere, in modo fin troppo evidente, che nonostante la caduta del Muro di Berlino e la sconfitta del "modello sovietico", in Italia si fa ancora fatica a liberarsi di una storia che, pur nella sua parzialità, è concepita ed imposta come dogma. Proprio per questo il Presidente dei Comunisti Italiani considera le dichiarazioni dei Democratici di Sinistra sulla vicenda delle foibe come un atto di abiura gravissimo. Non si rinnega solo un'idea politica, si rinnega una fede. Al di fuori del comunismo c'è il Male. Cedere alle ragioni della Destra significa confondere i carnefici con le vittime, la ragione con il torto, la verità con la menzogna.

Ecco perché il consigliere regionale del Pdci del Friuli Venezia Giulia, Bruna Zorzini Spetic, ha recentemente dichiarato che non intende "nemmeno comparare le sofferenze dei profughi istriani con quanto provato dagli sloveni e dai croati durante la guerra ed il ventennio fascista". Non a caso i profughi dell'Istria furono da molti nostri connazionali considerati come dei fascisti che avevano rifiutato i vantaggi del socialismo reale. "Sul luogo di lavoro ero additata come fascista - dice in un'intervista pubblicata sul Giornale della Toscana del 10 febbraio scorso Miriam Andreatini, esule istriana residente a Firenze dal 1948 - Certe persone ideologizzate non mi hanno mai perdonato di avere abbandonato la Jugoslavia di Tito: se me ne ero andata ero evidentemente una fascista che non amava quel socialismo e quell'uguaglianza, che secondo loro, regnavano nei paesi sovietici. La realtà invece era ben diversa".

In effetti la realtà era molto diversa come testimonia un altro profugo istriano, il Signor Michele Benolich, classe 1916, residente dal 1945 in provincia di Arezzo: «i problemi per la mia famiglia, che dopo la fine della guerra aveva deciso di rimanere ad Umago, iniziarono con l'avvento del comunismo. I "titini" ordinavano ai miei fratelli cosa coltivare nelle nostre terre e stabilivano il prezzo di ciascuno dei prodotti richiesti». Il racconto del Signor Benolich rivela in modo inequivocabile il clima di insicurezza in cui vivevano molti dei nostri connazionali in Istria, prima e dopo la fine della guerra: «All'inizio del 1944 - continua l'esule istriano - mi trovavo in Toscana. Ero sergente maggiore di artiglieria. Non avendo da mesi più notizie dei miei fratelli, anch'essi partiti per la guerra, decisi di far ritorno a casa. Con mia moglie partimmo da Arezzo nel mese di marzo. Dopo oltre una settimana di viaggio giungemmo finalmente ad Umago. La nostra non doveva esser una permanenza lunga»

Ed invece cosa è successo?

L'avanzata delle truppe alleate in Italia ci spinse a ritardare il nostro ritorno in Toscana. Rimanemmo ad Umago circa un anno e mezzo, fino all'agosto del 1945.

Che ricordo ha del periodo passato sotto la dominazione titina?

Terribile. Io ero molto bravo a scrivere a macchina. Per questo, nel maggio del 1945, i "titini" mi chiamarono a lavorare in comune. Una mattina arrivarono a casa mia due agenti della polizia segreta slava. Mi dissero che dovevo recarmi nel pomeriggio in Comune perché avevano un lavoro da farmi fare. Giunto in Municipio, mi fecero trascrivere una lista di nominativi. Mi ricordo che a ciascun nome corrispondeva un capo di imputazione. Quando tornai a casa raccontai dell'accaduto a mio zio il quale mi rimproverò perché secondo lui avevo commesso un'imprudenza. Ero infatti venuto a conoscenza di ciò che non dovevo sapere. Per questo temeva che di lì a poco mi avrebbero fatto sparire. In quei giorni anche mia moglie fu fermata ed interrogata dai "titini". Impaurito, decisi di lasciare l'Istria per far ritorno in Toscana.

Quando siete partiti?

Ad agosto. Una mattina, alle cinque, mi imbarcai con mia moglie e mia figlia di appena nove mesi su di un barcone nel porto di Umago. Dopo tre ore di navigazione, sempre a largo per paura di controlli, raggiungemmo Trieste. Nelle strade della città gli anglo-americani festeggiavano la fine della guerra con il Giappone. Restammo a Trieste per poche ore. Verso le una salimmo su di un treno merci per Udine. Ad Udine ci incontrammo con mio suocero che era venuto a prenderci con la macchina da Arezzo.

Quando è venuto a conoscenza delle foibe?

Solo dopo che avevo lasciato l'Istria.

E' più tornato ad Umago?

Solo due volte negli anni 50. Raggiunsi Umago clandestinamente, rischiando grosso.

Le manca l'Istria?

Sì soprattutto ora che sono vecchio. L'Istria è la terra della mia infanzia. Mi mancano la casa in cui vivevo con la mia famiglia, i miei campi. Non ci sono più tornato per scelta. Avevo paura di non rivedere chi conoscevo, di trovare tutto cambiato. Mi chiedevo a cosa servisse ritornare in Istria se tutto quello che avevo amato non c'era più!

! Edoardo Albani
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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