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21 grammi - Il peso dell'animadi Francesco Natale - 13 febbraio 2004
Non siamo più in grado di intelleggere il grande disegno universale come preterumano: se in un passato remotissimo Dio creò l'Uomo a propria immagine e somiglianza, oggi l'uomo gli rende cortesemente la pariglia umanizzandolo Suo malgrado, sezionandolo in una miriade di dati da inserire nel diagramma cartesiano della tangibilità, cercando di comprenderne gli scopi attribuendogli una forma mentis da bottegaio o da dirigista incallito: do ut des. Dio mi ha dato perché io faccia, Dio mi ha tolto perché non ho fatto. Logico. Razionale. Semplice. Ma questa autopsia metafisica, questa analisi meccanicistica dei rapporti tra Uomo-Dio-Caso, questo ritorno alla convinzione cartesiana tale per cui la ghiandola pineale è casa dell'Anima, è risposta adeguata alla domanda che più di ogni altra tormenta l'Uomo, ovvero: quale è il senso ultimo della vita?
La trama ruota attorno alla vita dei tre protagonisti e ai loro rapporti affettivi. Il bravissimo Benicio del Toro ("Traffic", "The Snatch") interpreta Jack Jordan, ex delinquente periodicamente ospite delle patrie galere, che si riscopre ad un certo momento a percorrere la strada per Damasco. Trova una ragione di vita nella fede e ne applica i precetti con lo zelotismo tipico dei convertiti. Vede in ogni contingenza della vita la Mano di Dio, ed è fermamente convinto di due cose: "Gesù salva" e "Dio dà, Dio toglie". All'inizio la sua sembra una fede non sufficientemente interiorizzata, quasi ingegneristica: se segui con l'adeguato fervore la Legge di Dio, il Signore ti farà felice. Tonda circolarità, cerchio perfetto. Non è un irresponsabile, ma vive nell'eretica convinzione che il Salvatore si sia incarnato per impedire che l'uomo soffra, non per insegnargli a sopportare il dolore intrinseco alla vita.
La vita di questi personaggi si muove su binari paralleli, apparentemente destinati a non incontrarsi mai, finché Jack non investe accidentalmente il marito e le figlie di Christine uccidendoli, facendo sì che il cuore di Michael sia trapiantato a Paul. Uno straordinario ed apparentemente casuale effetto farfalla si mette in moto, sconvolgendo le vite dei protagonisti: Christine, debitamente supportata dal massiccio utilizzo di alcol e sostanze psicotrope, rinuncia progressivamente alla vita, cercando disperatamente di negare se stessa quasi per fare dispetto a un non meglio precisato dio che le ha tolto tutto. La sua ira non si scatena all'inizio contro l'uomo che involontariamente le ha strappato i suoi cari, quanto più verso quell'insensibile Grande Architetto che nel perseguire i suoi imperscrutabili piani ha fatto strame della sua famiglia. Nega se stessa per negare Dio. Paul subisce il trapianto e rinasce a nuova vita. Crede che insieme a quel cuore sia entrata in lui una parte di Michael. Si mette alacremente alla ricerca di notizie sulla famiglia del donatore e incontra così Christine, incontro fatidico e fatale ad un tempo. Jack è distrutto. Contro la volontà della moglie, che ha soprattutto a cuore la stabilità della famiglia e il futuro dei due figli, si costituisce. Ritorna in carcere pieno di contrizione e rimorso per ciò che ha fatto, smanioso di espiare, bruciando interiormente per l'orrore che gli suscitano le proprie azioni. Perde progressivamente la sua fede, in quanto non si capacità di come il suo Gesù abbia consentito che lui uccidesse quegli innocenti. Tutti gli elementi che all'inizio possono sembrare casuali, sono in realtà le tessere di un complicato mosaico che si compone completamente solo nello struggente ed originale finale, che diviene chiave di volta dell'intera vicenda, lasciandoci un messaggio di speranza: il caso non esiste. L'Anima, che ci ostiniamo a negare o, peggio, a caricare di significati concreti e tangibili, esiste, ma non può essere compresa nella sua interezza dalla logica umana. Non c'è metempsicosi, non c'è la spersonalizzante ripetitività del Samara, il curioso ciclo di morte e rinascita che arriva a teorizzare l'annullamento come perfezione e che sostituisce al Paradiso, inteso cristianamente come sublime pienezza dell'individuo, la bella prospettiva del Nulla Luminoso, il Nirvana, la negazione totale dell'Uomo. Quei ventuno grammi possiamo considerarli come "il peso di cinque nichelini", oppure "una barretta di cioccolato", ma infine comprendiamo solo che rappresentano qualcosa d'indispensabile, di fondamentale: la capacità di cogliere sempre le possibilità che la vita ci riserva. Anche quando la disperazione ci divora fino al midollo, la speranza è sempre dietro l'angolo. Questa è la differenza che fanno quei ventuno grammi: ci danno, al di là del bieco contingentismo, la capacità di reagire, di amare, di esprimere noi stessi, di vincere le avversità, di avvertire la necessità di una compiutezza che non può essere solo meccanica e materiale. Quei ventuno grammi sono il simbolo di tutto ciò che rende l'individuo artefice della propria vita, non più schiavo di se stesso.
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Ragionpolitica, periodico on line n.44 del 13/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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