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L'abbazia di Lucedio. Chi ben comincia...di Sara Franchino - 13 febbraio 2004
Mi riferisco a quei «tesori e a quelle gioie inattese», così come le descrisse Hermann Hesse durante il suo primo viaggio in Italia, che sorprendono il visitatore straniero, procurandogli, a detta dello stesso Hesse «un senso di gioia come non l'avevo mai atteso e come forse non mi accadrà più di provare».
Forse pochi conoscono le Grange vercellesi, le grandi tenute agricole che i monaci organizzarono nel basso medioevo nella zona paludosa compresa tra il Po e il Sesia. Spesso ad insediarvisi furono i cistercensi tenuti ad osservare la regola di fondare i monasteri in zone deserte o in terre vergini bisognose di essere dissodate e messe a coltura. Si tratta di strutture possenti che ancor oggi conservano una loro dimensione epica, dominando una piana di forme geometriche che in ogni stagione dell'anno, a seconda della fase di coltivazione, cambia aspetto fino ad apparire, quando le risaie sono allagate, come una grande distesa di acqua a quadretti. Lucedio è una di queste strutture, la più antica e probabilmente la più importante. Edificata a partire dal 1123 sui terreni che il Marchese Ranieri di Monferrato donò ai monaci cistercensi provenienti da La Fortè, fu forse la prima azienda agricola della storia a produrre anche per il mercato. Fu lì che nel ‘400, importata dall'Oriente, ebbe origine la coltura del riso in Italia, secondo pratiche che rimasero in uso sino al secondo ‘900, per essere poi soppiantate dalla meccanizzazione che rivoluzionò il lavoro nei campi. La sua storia fu caratterizzata da un'articolata serie di cessioni e passaggi di proprietà. A partire dal 1784 l'abbazia fu infatti secolarizzata da papa Pio VI, che la cedette all'allora duca d'Aosta Vittorio Emanuele. In seguito all'occupazione francese passò poi sotto il controllo di Napoleone per essere di lì a poco concessa, nel 1807, al Principe Camillo Borghese, governatore generale del Piemonte. Gli susseguirono come proprietari il marchese Giovanni di San Giorgio e il Duca Raffaele di Galliera, al quale fu concesso il titolo di principe di Lucedio, per passare infine, nel 1937, sotto il controllo dei conti Cavalli d'Olivola, gli attuali proprietari.
Ma sono tanti purtroppo i tesori dispersi sul territorio italiano che, se non tutelati, rischiano di essere irrimediabilmente danneggiati o persi. Eventualità che andrebbero evitate con l'aiuto di tutti quanti, a partire dagli abitanti dei luoghi in cui tali patrimoni si trovano, che possono evidenziare, lamentandoli, eventuali abusi o la semplice trascuranza. Si tratta di difendere la nostra storia, le nostre origini e le straordinarie bellezze che, preservatesi dall'incedere del tempo, ci sono state lasciate in eredità.
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Ragionpolitica, periodico on line n.44 del 13/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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