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Le Invasioni Barbariche

di Elena Siri - 13 febbraio 2004

L'ultimo lavoro del regista canadese Denis Arcand è un film costruito nel segno dell'intelligenza, dell'ironia e del rinnovamento culturale. "Le invasioni barbariche" racconta la riconciliazione tra un padre in punto di morte e suo figlio: tema classico, a rischio di sentimentalismo e banalità se non trattato con arguzia e raffinata psicologia. Arcand sviluppa questo tema con assoluta originalità ambientandolo in Canada in un clima contemporaneo, post 11 settembre, e ne fa un ritratto di generazioni a confronto: i padri eterni rivoluzionari, idealisti, utopisti, reduci del '68, del femminismo, degli scontri sociali ecc. e i figli, né illusi né delusi politicamente ma semplicemente liberi, osservatori della realtà senza modelli o schemi totalizzanti; noi giovani più individualisti, meno compagnoni, più secchioni e meno gogliardi, più attratti dal denaro ma più attenti alla famiglia. "Le invasioni barbariche" mostra una generazione finita, superata, risolta una volta per tutte: l'idea di una società anticapitalista, dionisiaca, libertina e atea proposta da '68 stavolta è davvero agli sgoccioli. Denis Arcand analizza la classe più rappresentativa di questa decadenza: gli intellettuali. Ecco allora Remy, docente universitario e malato terminale che ritrova i suoi "compagni di merende", "gli amici miei" della sua giovinezza, i borghesi intellettuali legati a lui dal filo sottile dell'illusione politica e sociale degli anni sessanta; era il tempo della rivoluzione maoista, della critica al capitalismo, al mercato, alla globalizzazione nascente in nome di falsi miti crollati poi uno a uno. Cosa resta loro? Resta la liberazione dei costumi sessuali, il linguaggio giovanile, l'ironia, il cameratismo, la fredda osservazione di una realtà senza Dio e quindi incomprensibile.

A questo padre, appartenente alla generazione finita, il regista contrappone il figlio: un giovane nato e cresciuto dopo la contestazione, lontano da rivoluzioni sociali e rivendicazioni politiche; un uomo che allontanatosi dal Canada si è affermato come professionista negli Stati Uniti, in un clima di libertà personale. Sebastien, questo figlio, ha fatto fortuna e si è arricchito. Egli ha realizzato sé stesso nella società americana, in un libero mercato. L'incomprensione tra padre e figlio è palese; tuttavia il giovane, slegato da utopie e molto realista in una visione responsabile della vita, della società e del suo ruolo di figlio,agisce eticamente affrontando con determinazione e coraggio (seppur non con amore visti i conflitti famigliari) la gravissima malattia che investe il padre. Sebastien, attraverso gli strumenti buoni o cattivi che gli offre questa società (il denaro, gli appoggi, la corruzione, persino la droga) cerca di costruire per il padre una morte serena che è forse il più grande dei privilegi concessi ad essere umano. Tutte le cose che il padre ha rifiutato e combattuto della società americana diventano in mano a suo figlio strumenti di carità, di amore filiale, di pietà umana. Il regista riesce attraverso un bel film ricco di spunti e di argomenti di attualità a ironizzare sui difetti di questi hommes revoltès impenitenti presentandoli per ciò che appaiono oggi: superficiali, esaltati, volgari, ridicoli, e soprattutto immaturi come adolescenti. Come dire che i giovani d'oggi sono più saggi dei loro genitori: una affermazione davvero importante di fronte al luogo comune che da sempre svaluta la gioventù e la bolla di superficialità. Un messaggio che mostra la serietà e l'efficacia del capitalismo che se vissuto come alleato e non come nemico diventa davvero lo strumento utile per migliorare la condizione umana.

Il regista canadese Arcand, a 15 anni di distanza dal film "Il declino dell'impero americano" sembra rivedere la sua posizione e voler mostrare che il capitalismo ha vinto ed è stato meglio così. L'impero americano non è crollato ed anzi è riuscito a legare allo sviluppo economico una crescita spirituale ed etica della popolazione. Nel film vengono suggeriti molti temi di primaria importanza: La burocrazia ridicola e farraginosa, il ruolo ridicolo, inattuale e corrotto del sindacato, i diritti del malato, l'eutanasia, lo scontro tra generazioni, il dialogo tra padri e figli ecc. Il tutto è proposto con leggerezza, ironia e intelligenza, senza compiacimenti o paternalismi in un film che sta, come spesso la nostra vita, sul perfetto confine tra commedia e dramma.

Il titolo risulta volutamente ambiguo; alcuni commentatori (critici illustri ma antiamericani) hanno visto la morte del padre come l'ultimo segno di civiltà prima che la barbarie capitalista prenda il sopravvento simboleggiata dal figlio. Questa visione mi pare davvero fuori luogo perché vuol dire non aver compreso che il vero eroe del film è Sebastièn, il quale davanti alla tragedia di un padre pur assente, egoista e incapace di amare la famiglia, sceglie comunque di impegnarsi e dedicarsi a lui. Quello che i critici italiani hanno visto come il barbaro capitalista cinico, abbandona tutto per dedicarsi ad alleviare le sofferenze del padre, (un padre idealista e infarcito di utopie ma che mai ha dedicato un po' del suo tempo al figlio). Ancora una volta Remy dalla vita riceve senza dare, ancora una volta la sua famiglia gli è accanto e la società provvede per lui. Forse l'invasione barbarica è il ritorno ad uno ad uno degli amici di Remy e il ricostituirsi del gruppo di atei rivoluzionari e sporcaccioni capaci di "pisciare"sulle istituzioni. L'agonia di Remy è l'agonia di una generazione, di una borghesia edonista e libertina, è l'agonia del pensiero di sinistra. Il tutto è confermato anche da una battuta contro Bush e Berlusconi che il vecchio dice proprio a rimarcare la sua posizione politica.

Il film, premiato come migliore sceneggiatura (scritta dallo stesso regista ) all'ultimo Festival di Cannes ed è in gara per gli Oscar come miglior film straniero.

! Elena Siri
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