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10 febbraio: per non dimenticare

di Antonino Fortuna - 13 febbraio 2004

Com'è strana la storia, il suo evolversi intrecciato e convulso, il suo estrinsecarsi fluido e costante...il suo repentino tramutarsi da magistra vitae in ministra mortis, persino il suo conferire un valore alle perdite umane...Quasi come gli antichi greci, che distinguevano tra chi avesse combattuto dirimpetto l'avversario e chi si fosse fatto colpire indegnamente alle spalle. Si, la Storia, questa catena di anelli ininterrotta, non si scomodi il dissacratore Montale, questo fiume che sfocia di perpetuo in un mare diverso, esplorando nuovi oceani e nuovi abissi!

E' indubbio che, nella prima metà del secolo che ci siamo appena lasciato alle spalle, il suo corso sia stato infestato dal braccio crudele delle dittature in tutta Europa, di regimi identificati in linea di massima nel nazifascismo e nel comunismo; ma se il primo è stato sconfitto e rinnegato dall'instaurarsi delle numerose democrazie liberali, il secondo ha continuato a vivere non solo in gran parte dell'Europa orientale, bensì pure in Occidente, sotto mentite spoglie di pseudo-partiti "ispirati al riformismo" a parole e portatori occulti, nei fatti, di tutti i "valori" di quella dottrina, vale a dire: occupazione degli apparati forti dello Stato, tentativo di paralizzare la burocrazia, demolizione della proprietà privata e della piccola e media impresa attraverso un uso sconsiderato del fisco, opposizione al libero mercato e alla sana concorrenza; ma, soprattutto, lotta con ogni mezzo all'avversario politico fino al suo annichilimento.

Alcuni giorni addietro, dinanzi agli europarlamentari, Silvio Berlusconi ha rammentato alcuni di questi aspetti connaturati, quasi geneticamente, ai nuovi comunisti. Il presidente del Consiglio ha riproposto, alla base del new deal del "vecchio continente", alcuni principi di fondo come la socialità e l'anticomunismo, oltre ad una politica centrata sull'individuo, sulle famiglie, sulla riscrittura del Welfare, su una più decisa detassazione. Quello di Berlusconi non è il tentativo, peraltro poco produttivo, di cercarsi un avversario in vista delle elezioni - perché il suo nemico personale lo conoscono tutti ed è un contendente di tutto rispetto - quanto per rinnovare alcune istanze che dovrebbero regolare la vita di paesi democratici. A votare la mozione di condanna totale del totalitarismo comunista non hanno esitato tedeschi e italiani, belgi e olandesi, olandesi e scandinavi, i popolari dell'Est (che hanno proposto la mozione preoccupati che le loro sofferenze finissero presto nel dimenticatoio politico), mentre da altri frangenti dell'aula di Bruxelles tuonavano ardite e sconsiderate espressioni giullaresche degli eterni figli del regime più sanguinario che il vecchio continente abbia conosciuto nel corso del XX secolo.

Questa ampia e forse divagatoria premessa serve per chiarire ulteriormente al lettore in quale clima ci si avvii a ricordare le stragi di Tito, l'orrendo eccidio delle foibe, un massacro sfuggito alla memoria di storici illustri e di, almeno apparentemente, sempre attenti intellettuali! In quella "cava fossa", si potrebbe dire parafrasando Leopardi, poco avvezza a mostrare, per la propria stessa conformazione, il suo contenuto, la storia dei vincitori ha celato un genocidio, forse poco confrontabile nelle metodologie, ma che per nulla "sfigura" dinanzi a quello nazista. La foiba, infatti, non solo toglieva la vita al nemico, ma ne occultava il corpo, condannandolo all'oblio; al tempo sarebbe poi spettato, foscolianamente, la mansione imbelle di farne sparire ogni traccia!

Né quella di Tito nei confronti di uomini, donne, sacerdoti, soldati stessi fu una repressione dettata dal desiderio di vendetta nei confronti del regime fascista: semplicemente soddisfaceva alla brama imbelle di una pulizia etnica, non molto dissimile da quella operata da Milosevic in Kosovo, producendo oltre 10.000 morti al solo scopo di debellare per sempre chiunque si opponesse al nazionalismo comunista - non un ossimoro, ma una realtà triste di quegli anni.

In breve fu attuata una strategia simile a quella che in Italia Togliatti, fervido sostenitore dell'annessione alla Iugoslavia, aveva ideato e trasmesso ai partigiani militanti, ossia creare liste di proscrizione, un immaginario campo di concentramento, in cui far ricadere i nemici. E non erano sempre e tutti fascisti: si pensi alle donne piemontesi tosate e gettate dal Po, o ai cittadini comuni impiccati solo perché non condividevano determinate forme di lotta!

Un oggettivo e appassionato contributo ci è stato offerto di recente, a tal proposito, da un racconto affascinante quanto disinteressato racconto dei fatti di quegli anni del non certo destroide Gianpaolo Pansa, davvero molto più attraente dello stanco Bocca. Dalle pagine scritte dal condirettore dell'Espresso emerge manifestamente come ai superstiti delle nefandezze del maresciallo più sanguinario del ‘900 non rimaneva altra via se non quella dell'esilio; vittime di un doppia sventura: da una parte la persecuzione slava, dall'altra l'inspiegabile silenzio democristiano dinanzi alla complicità comunista con Tito(della quale non basta che Fassino si penta esclusivamente in qualche timida confessione: dovrebbe piuttosto seguire le orme di Fini qualora volesse essere davvero apprezzato, ma è evidente come gli incuta infinita paura già solo l'idea di suscitare le ire del Correntone dei vari Salvi e Berlinguer).

Il tutto, in un corollario che vedeva il nostro paese dedicare strade al dittatore che stava riscrivendo ex abrupto la storia di terre, paesi, città memorabili, private per sempre della loro identità storico-culturale. Su tutte, Fiume, antico teatro delle leggendarie imprese dannunziane, affascinante testimonianza della civiltà veneta, trasformata in uno sproporzionato accavallarsi di deliri urbanistici, privata delle tracce del suo passato recente e remoto, stravolta, dunque, in ogni suo aspetto. Ma anche Zola, Pola, Ragusa, città della memoria viventi solo nella nostalgia e nel cuore di chi le ha abbandonate per sempre, di quell'emigrante a cui la madre-patria, allora, non ha certo tributato una degna accoglienza, intenta com'era a difendere misere ragion di stato, soggiogata dall'omertosa compromissione e dalle imbelli conseguenze dell'adesione mascherata alla Guerra fredda.

Oggi che la tragedia dimenticata è uscita ormai allo scoperto, con i suoi delitti, le sue nefandezze, i suoi orrori, è opportuno che quantomeno la memoria prevalga sulle omissioni e le distinzioni a cui è stato ricondotto il recente passato; oggi, a poco tempo dalla morte di Mitrokin, che ci ha illuminato e non poco sui rapporti dell'Italia comunista con il K.G.B., è almeno doveroso ricordare in silenzio, commossi, con un sentimento a metà strada tra l'orgoglio e la pietà, solidali, seppur tardivamente, gli eroi sradicati dalla propria terra, tentando di risarcire almeno così gente a cui la giustizia e i tribunali, probabilmente, non faranno mai giustizia!

! Antonino Fortuna
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