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Clive Staples Lewis: sul significato metafisico del doloredi Raffaele Iannuzzi - 19 febbraio 2004 Clive Staples Lewis nasce a Belfast il 29 novembre 1898. Dopo la morte di sua madre nel 1908, inizia per lui un travagliato curriculum scolastico, finché dal '14 al '17 riceve un'istruzione privata. Vinta una borsa di studio per l'University College di Oxford, studiò lì dal '17, anno in cui viene chiamato alle armi. Ferito, tornò a Oxford dopo la guarigione nel '19, per laurearvisi poi nel '23 a pieni voti in Lingua e Letteratura inglese. Nel '25 fu Fellow and Tutor al Magdalen College fino al '54, anno in cui venne nominato professore di inglese medievale e rinascimentale a Cambridge, cattedra da cui si dimise nel 1963. Morì quello stesso anno il 22 novembre. Lewis può essere definito un cristiano duro e non facile alle consolazioni. La sua opera, che è sempre pura letteratura anche quando si cimenta con oggetti teorici in chiave apparentemente saggistica, rientra a pieno titolo nel "canone occidentale". In particolare, il grave tema del dolore è un caposaldo della scrittura di Lewis. Lo diventa quasi ossessivamente dopo la morte dell'amatissima moglie, occasione che lo spinge a pubblicare, sotto lo pseudonimo di N.W.Clerk, un libercolo veramente prezioso ed incandescente, dai toni furiosi e mistici, Diario di un dolore (Adelphi, Milano, 1992). In poche pagine, smilze ed elettrizzanti, Lewis dà sfogo alla sua rabbia, tutta umana ed assolutamente comprensibile, contro Dio, mettendo il Padreterno quasi sotto processo per aver lasciato morire la moglie. La morte della moglie diventa una sorta di casus belli, un momento topico e morboso, capace di far toccare allo scrittore punte avanzate di corrosività letteraria e linguistica, degne del miglior Dostoevskji. Niente viene risparmiato a Dio, assolutamente niente. Il perché circa il dolore dell'innocente viene gridato in maniera lancinante e brutale, con scarna semplicità. Lewis non accetta e non ammette consolazioni di sorta, aggredisce Dio ed ogni provvidenzialismo mistico e metafisico e, così facendo, forse al di là delle sue originarie intenzioni, fa emergere, nuda, la realtà del dolore, rendendola materia aurea di conversione. Lewis usa crudamente la ragione e non vuole uscire dal perimetro della ragione critica. In realtà, così facendo, oltre a produrre pagine di letteratura straordinaria, rilancia sul terreno della profonda interrogazione chiunque sia interessato alle ragioni della fede. Basti leggere una pagine di questo tenore: «Ci era stato detto persino: "Beati quelli che piangono" e io l'avevo accettato. Non ho nulla che non fosse nei patti. Certo, è diverso quando accade a noi e non agli altri, nella realtà e non nella fantasia. Sì, ma per un uomo sano di mente la differenza deve essere così grande? No. E non lo sarebbe per un uomo la cui fede fosse stata vera fede, la cui partecipazione alle pene altrui fosse stata vera partecipazione. La risposta è fin troppo chiara. Se il mio castello è crollato al primo colpo, è perché era un castello di carte. La fede che "aveva messo in conto queste cose" non era fede ma fantasia» (trad. cit., pp. 44-45). Ma non erano queste anche le brucianti domande di Teresa di Lisieux durante la "notte della fede"? E non sono queste le nostre domande, quando, soli, affrontiamo le difficoltà ed il dolore, nostro e dei nostri cari? La letteratura, con Lewis, diventa esercizio filosofico ed etico, certo, ma direi anche palestra metafisica e teologica, semplice, se vogliamo, ben sapendo, però, che tutto quel che si presenta semplicemente mette a nudo le domande di sempre, le nostre permanenti domande. La vita, quando incontra il vero ed acuto dolore, si fa spazio di interrogazione e crocevia di conversione. Il dolore è il lavoro dell'homo patiens, direbbe Frankl, che vince l'angoscia del vivere solo accettando con fiera consapevolezza l'onda d'urto della fine, il terremoto che incrina le false certezze. Lewis, uomo profondamente religioso, anglicano severo e, insieme, audace, scorge da lontano il vascello metafisico che contiene il senso della vita e, con gesto morbido, ci conduce fino al grido del naufrago. Di più, Lewis, non volle fare, ma quanto fece non fu poca cosa. Sul dolore, creò alta letteratura diventando metafisico moderno, e tanto basta per rileggerlo oggi, mille miglia oltre la sua vicenda esistenziale.
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Ragionpolitica, periodico on line n.45 del 20/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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