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Unexamined Mental Attitudes Left Behind By Communismdi Mariacristina Nasi - 20 febbraio 2004 Nell'aprile del 1992 la scrittrice inglese Doris Lessing tiene un interessante discorso alla Rutgers University di Newark sul tema: "Intellettuali e cambiamento sociale nell'Europa dell'Est". La Lessing, che a 84 anni continua a scrivere opere di ampio respiro e a dar prova di una vitalità invidiabile, conosce da vicino il comunismo, prima in Rhodesia dove vive fino al 1949, poi in Inghilterra, fino al 1956, quando, a seguito delle ripetute delusioni e di una conoscenza sempre più approfondita della realtà comunista, decide di abbandonarla. Come membro del partito, partecipa a riunioni, conferenze, viaggi, entrando a contatto con la mentalità del comunismo. La tesi della Lessing è che, a dispetto della morte del comunismo e della fine dei regimi comunisti, certi loro modi di pensare ancora governano le nostre vite. Ciò è particolarmente evidente nel linguaggio, che il comunismo ha svalutato ("debased"), al pari del pensiero, sostituendoli con una serie di frasi fatte e di slogan capaci di soffocare la mente (il termine usato è "mind-deadening", "che ottunde la mente"; di fatto "killer della mente"). Questo gergo è passato nell'uso comune, assieme alle idee marxiste che lo alimentano, e trova spesso posto anche in giornali conservatori o liberal. Collegato a questo fenomeno ve n'è un altro: se l'uso di un linguaggio che occupa spazio senza dire nulla si diffonde durante il regime comunista, che vieta di esprimere un parere, o prendere una posizione differente da quella ufficiale, oggi il "dire tanto, per non dire nulla" è passato in alcune aree dell'accademia, della sociologia, della psicologia e della critica letteraria, generando una lingua stiracchiata, contorta e piena di ovvietà, che detta però le regole e si presenta come il modo giusto e corretto per esprimersi. Così facendo si toglie aria alla mente, la si rende incapace e timorosa di fare, perfino di pensare. La Lessing usa il verbo "to dull", che significa privare di vitalità e vigore, infiacchire, istupidire, per esprimere questo ottundimento della mente. E' quanto accadde agli scrittori sotto il regime comunista - ai quali venne negato valore individuale e riconosciuto solo il compito di trattare di ingiustizia sociale - annullando l'ispirazione ed il sentire personali, mentre è la coscienza individuale dei vari Gogol, Tolstoy, Dostoevsky, Chekhov e Turgenev ad avere prodotto opere di reale valore sociale; non una coscienza collettiva impersonale e sterile, nutrita da una ideologia tanto svincolata dal reale quanto pretenziosa su di esso. La complessità della vita e del sentire umano nega l'aprioristica rigidità che certuni vogliono applicare ad ogni prodotto dell'uomo e dimentica che la coercizione non fa adepti, ma servi, nella mente prima che nel corpo. Gli schemi mentali che vorrebbero regolare la libera creazione dell'uomo si rifanno all'idea di un'opera didattica, utile ed edificante; essi, però, estremizzati, giungono a negare valore ad un'opera frutto dell'immaginazione, bollandola come frivola o reazionaria, dimenticando che ogni opera letteraria può illuminare l'esperienza umana. L'arte è imprevedibile, non si adatta alle regole, perciò è spesso oggetto di critica da parte di chi teme la novità e paventa il vero progresso. L'esame dei propri e degli altrui atteggiamenti è una tappa necessaria per procedere correttamente e permette di distinguere chi si prefigge di difendere gli altri da coloro che ostentano tale vocazione, ma non sono che istigatori e demagoghi ("rabble-rousers", aizza-popolo). La Lessing prende atto di come l'intolleranza che ha dominato nei paesi comunisti abbia infettato molte nazioni occidentali, diffondendo atteggiamenti di rifiuto della verità o di parte di essa, ed incapacità di dialogare civilmente. L'autrice non tralascia di considerare un aspetto, a suo dire, soggiacente agli altri, riscontrabile in questi atteggiamenti: l'eccitamento, il piacere per le sensazioni forti, da cui deriva la ricerca costante di essi. Le politiche rivoluzionarie, le commissioni, i comitati, gli slogan ripetuti, agiscono come "droghe intossicanti", tolgono lucidità. A mente fredda ci si chiede perché l'uomo abbia bisogno di ricercare la distruzione per sentirsi vivo, quasi che la vita sia solo estremo e l'eroismo solo rinuncia alla lotta quotidiana. Vi sono centinaia di migliaia di persone la cui esperienza più significativa è stata il '68. Il comunismo non ha inventato manifestazioni, proteste, tumulti, sommosse, marce, petizioni e rivoluzioni. Le idee eccitanti hanno da sempre sconvolto interi paesi. Quello che l'uomo trascura di ricordare è che le nostre menti subiscono l'influenza di schemi, che poi governano il nostro comportamento ed influenzano le nostre decisioni, se non interveniamo. Perché sembra che l'esito di una rivoluzione valga più di quello di un'elezione democratica, che il posto migliore per una persona giusta sia accanto ai rivoluzionari, ai dissidenti, tra chi protesta e fa picchetti? Perché è inconsueto, o peggio, non buono, restarsene a casa e dare una mano al proprio paese? Perché sa di noia? Perché cercare fuori quello che c'è anche qui, cioè del bene da fare? Perché è bello e buono solo se sta altrove? Riflettere su queste questioni aiuta a capire fino a che punto certe idee si sono impossessate della nostra mente e cosa lo ha reso possibile. Spesso ciò accade sulla scia di forti emozioni popolari, che alimentano altresì il principio secondo cui la propria nazione sia degna di disprezzo e indegna di attenzione. Da dove nasce il bisogno di denigrare la propria nazione e cercare il paradiso eternamente altrove? La Lessing ritiene che vi sia nell'uomo un auto-compiacimento per le situazioni estreme, che lo porta ad immaginarsi vittima di sofferenze e persecuzioni. Queste fantasie sono oltremodo dannose, perché tolgono energie che potrebbero essere ben impiegate nel reale e fanno apparire i normali sforzi sociali e politici, ottenuti senza sangue, non invitanti, indegni di lode e di considerazione. Alla ricerca dell'emozione forte si aggiunge, in certuni, l'amore per la violenza. Esso è sempre esistito, ma la Lessing osserva come i due secoli di rivoluzione, ovvero "violenza santificata per alti motivi", della nostra storia hanno fatto sì che persone apparentemente insospettabili accettino la violenza. In Europa questo tipo di persona è definito "tenero di cuore"; si distingue perché odia la pena di morte, le percosse, le condanne, le sofferenze, ma solo verso i "non privilegiati"; in compenso, accetta o giustifica il terrorismo "per le buone cause". Storicamente, questo "romance of violence" germoglia nella rivoluzione francese per diffondersi in quelle russa e cinese e ha come risultato la schizofrenia di certi elementi della sinistra e non solo, lampante nella tolleranza esibita verso gli assassini dell'IRA o delle Brigate Rosse, che accetta l'omicidio, la tortura e la violenza. I "cuori teneri", che sognavano di futuri radiosi e incorrotti, adottarono la violenza per perseguire i loro scopi ed oggi sono ammirati per la brutalità di allora e difesi in nome di quel "revolutionary romanticism". L'ultimo punto affrontato dalla Lessing riguarda il danno provocato sulla sinistra e sui movimenti sociali e liberali in Europa dall'esperienza sovietica. La rivoluzione russa e l'Unione sovietica rappresentarono di fatto un modello, sia che venissero viste come un successo, sia che apparissero come un esperimento fallito da migliorare. Ciò sottrasse energie e tempo a chi desiderava fare e contribuì a rendere il riferimento all'Unione sovietica necessitante, tanto che a molti sembra impossibile concepire una società giusta che non sia comunista o socialista, dimenticando la storia e cercando di difendere il fallimento con false motivazioni. Se non ci si fosse resi così dipendenti dalla rivoluzione russa, il socialismo non sarebbe stato screditato e oggi non penseremmo in termini di "o capitalismo o socialismo". Da ciò emerge come la storia dell'Unione sovietica degli ultimi ottant'anni sia stata una tragedia non solo per i russi e le nazioni comuniste, ma anche per l'Europa. Di ciò siamo in parte responsabili, poiché ci siamo lasciati condizionare dall'esperienza altrui, permettendo che certi schemi dominassero il nostro vivere e più ancora il nostro pensare. Fino a che non riconosceremo tali influenze, resteremo preda di esse, "indifesi e senza scelta". Riappropriarsi per intero della persona, comprenderne le scelte, le ragioni e i comportamenti, apre la strada ad una visione più libera e meno soggetta ai condizionamenti. Il testo è riportato sul sito http://www.dorislessing.org/unexamined.html. Si può inoltre trovare nel volume "Our Country, Our Culture - The Politics of Political Correctness", curato da Edith Kurzweil e William Philips, Partisan Review Press, 1994.
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Ragionpolitica, periodico on line n.45 del 20/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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