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Perché non amo le opere di Franco Fortini

di Raffaele Iannuzzi - 26 febbraio 2004

Non amo le opere di Franco Fortini. Non le ho mai amate. Mai, neanche quando vivevo la mia scelta culturale di socialista estremista; mai avuto un po' di feeling con questo noioso moralista fiorentino che ha scritto moltissimo ed ha pontificato praticamente su tutto, dalla rivoluzione a come si indossano le giacche a tweed per essere dei bravi compagni della gauche-caviar. La sua superbia intellettuale non ebbe pari nella sinistra, il perfetto contraltare del grande umile in salsa laica-francescana, Vittorio Foa. Storie d'altri tempi, oggi a dir poco archeologiche.

Fortini nacque a Firenze nel 1917 e morì a Milano nel 1994. Di lui si sa tutto: nacque socialista, scrisse sul L'Avanti! trovandosi benissimo in un ambiente ibrido come quello socialista, sempre ad un passo dal frontismo, cioè dall'unione stretta e soffocante con i comunisti. Il suo cognome ebreo, Lattes, era di ostacolo alla sua vita letteraria e così lo cambiò, divenne appunto Fortini e con quel cognome rimbalzò dappertutto, in particolare sulle pagine pasoliniane. Col suo manganello di letterato moralista e rivoluzionario, colpì tutti, in particolare quella genìa libera della sinistra che non voleva accodarsi a nessun costo al pensiero organico della rivoluzione attraverso le lettere, il progetto fortiniano mutuato letteralmente dal Lukàcs post "Storia e coscienza di classe" (1922).

Fortini fu votato al fallimento ed il suo pessimismo cosmico, veramente fastidioso perché sempre "in posa" per i riflettori dei critici e dei suoi "compagni di strada", divenne la sua casa-madre, l'incunabolo dei suoi interventi, oggi raccolti dalla Manifestolibri, che esprimono in toto l'animus di un fustigatore di costumi pieno di sé, egocentrico, quasi narcisista, capace di invocare ad ogni piè sospinto le trasformazioni strutturali della società solo per affermare la veridicità delle sue tesi estremiste. Bene ha fatto il rigoroso ed intelligente critico, Alfonso Berardinelli, ad inserirlo in una galleria ideale degli "stili dell'estremismo", insieme a Zolla, Tronti, Calasso, Severino e Cioran. Secondo Berardinelli, per Fortini conta solo la "forza della negazione", in questo somiglia molto all'Adorno della Dialettica negativa, e con questa negazione perennemente in atto il Nostro straripa da tutte le parti, fa infuriare battaglie perse in partenza, colpisce autori, scrittori, filosofi, rei evidentemente di essere "riformisti", "moderati", ultimamente "di destra".

Questo è sempre stato il criterio della lettura critica di Fortini: l' ideologia al grado zero, per parafrasare un critico vero e di ben altra pasta, Roland Barthes. All'università di Siena lo avevano beatificato tutti, studenti e professori suoi colleghi, di lui si dicevano mirabilie, la sua cultura era considerata di livello siderale, le sue letture di Dante avevano fatto scuola, ma nessuno sembrava avere a cuore il contesto complessivo del lavoro critico e filologico di Fortini, che aveva a che fare più con la scuola di Zdanov che con i raffinati laboratori filologici di Barthes, Contini, Russo e via discorrendo, su ben altro livello.

Fortini è stato un mito costruito in vitro che, e non a caso, quando si scontrò con uno scrittore vero, morbosamente incollato alla realtà, poeta di pasta antica, come Pasolini, annichilì e riuscì soltanto ad uscir fuori con una banalità gigantesca: "Pasolini non è la poesia" (cfr. Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino, 1993, pp. 44-49). Quali altezze critiche! Il tutto poi condito nel sugo densissimo del moralismo civettuolo radical-chic che condanna il senso popolare della poesia, trascurando che perfino il sublime Dante ne era impastato fino al midollo e che tutta la produzione letteraria italiana si radicava da sempre nell'humus di un popolo, e ciò non tanto per quel che riguarda gli stilemi, bensì per quel che riguarda lo spazio storico, il contesto di formazione.

Si leggano, a questo riguardo, le lucide pagine di un libercolo scritto da un critico di vaglia come Giorgio Petrocchi, Il sentimento religioso all' origine della letteratura italiana (San Paolo, 1996).

Fortini fu poeta stilisticamente compìto, mai furioso nel talento e nella forza stilistica, non giunse mai ai livelli di imperfetto rigore espressivo di Pasolini. Pongo ora a confronto due poesie, una di Fortini, l' altra di Pasolini, e lascio che sia il lettore a giudicare; per quel tanto che può valere il mio giudizio, l'abisso lirico ed espressivo fra i due è incolmabile e va a tutto vantaggio di Pasolini.

Dalla raccolta di versi di Fortini, Composita solvantur (Einaudi, Torino, 1994):

Ruotare su se stessi...

Ruotare su se stessi
fino a perdere
i sentimenti e cadere.
Poi aprire gli occhi.
Quello che vedi è la gioia
la credevi persa
sciocco che eri.
Mi capisci, vecchio rozzo?
Sei tra erbe soleggiate e pietre.
Dal folto un cinghiale ti guarda
con i suoi occhi rossi tra le setole.
Un'ape ti considera attentamente.
E' il vero per pochi attimi.
Alzati e cammina
davanti a te, anche se
ti hanno strappato lo sterno
anche se la pupilla
è cibo di formiche.
Tutto è ormai per te.

Ed ora alcuni versi dalla raccolta pasoliniana L' usignolo della Chiesa Cattolica (Einaudi, Torino, 1976):

X.

Ma c'è nell'esistenza
qualcos'altro che amore
per il proprio destino.

E' un calcolo senza
miracolo che accora
o sospetto che incrina.

La nostra storia! morsa
di puro amore, forza
razionale e divina.

Io ho scelto, da subito, e voi? Per cogliere ulteriori sfumature e differenze fra i due poeti, si può leggere con profitto Romano Luperini, La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini, Editori Riuniti, Roma, 1986 (in part. pp. 38-52).

Nell'ultima parte del suo itinerario esistenziale e poetico, Pasolini fu vicino al grande Ezra Pound; Fortini non riuscì mai a trovare altro che il proprio mentalismo estetizzante ed estremistico. Questo non dice tutto, ma fa emergere la distorsione cognitiva a carico del lavoro poetico: l'egotismo, malattia infantile dell'estremismo.

! Raffaele Iannuzzi
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