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Vittorio Sgarbi Un Paese sfigurato. Viaggio attraverso gli scempi d'Italiarecensione di Edoardo Albani - 26 febbraio 2004 La fine della Seconda Guerra Mondiale segna per l'Italia l'inizio di profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali. La rapida industrializzazione di vaste aree del territorio nazionale si accompagna alla crisi inarrestabile della Civiltà contadina. Le campagne si spopolano mentre crescono, anonime, le periferie delle città. L'ottimismo del progresso e l'azione politico-culturale della sinistra contribuiscono in modo determinante a recidere ogni legame con il passato. E' in questo vuoto culturale, nel silenzio della Tradizione, che si creano i presupposti della cementificazione selvaggia e diffusa del nostro Paese. I monumenti ed il paesaggio non definiscono più un'identità, ma diventano ostacoli da abbattere o risorse da sfruttare in modo perlopiù improprio. Al tema del degrado del nostro immenso patrimonio artistico e paesaggistico è dedicato l'ultimo libro di Vittorio Sgarbi "Un Paese sfigurato. Viaggio attraverso gli scempi d'Italia" edito da Rizzoli libri illustrati. Il volume si presenta come un "resoconto della bellezza perduta ed irrisarcibile" ovvero come un atto deciso quanto appassionato di denuncia della violenza arrecata ai nostri monumenti ed al paesaggio da architetti, restauratori, amministratori o pubblici funzionari. E' senza dubbio nell'architettura e nell'urbanistica che sono stati perpetrati i maggiori scempi. Per l'autore, ciò si è verificato o per un "difetto di cultura" oppure, ed è il caso più grave, per una precisa strategia, ideologicamente fondata, di aggressione al sistema dei monumenti italiani. Nel primo caso è la ricerca del benessere e delle comodità che ha determinato, ad esempio, la costruzione di infrastrutture invasive oppure la trasformazione completa o parziale di edifici storici. «Oggi - scrive Sgarbi - da ogni parte aggredita, l'Italia è perduta, soprattutto nelle periferie, ma anche nei centri storici, sfregiati nei dettagli, nelle insegne degli esercizi, nelle pavimentazioni delle strade, nei lampioni, nei fili, nelle antenne, che costringono chi voglia girare un film storico a rinunciare a luoghi reali per ricostruirli a Cinecittà, o in Romania, o in Serbia, confidando in una zona di rispetto della natura; natura che nella Pianura Padana, in Veneto, in Lombardia, è continuamente violata da una edilizia selvaggia, funzionale, di capannoni e di piccole industrie". Tuttavia, l'attacco più sferzante dell'autore è riservato a tutti quegli architetti che, a partire dagli anni cinquanta, hanno sfigurato molti centri storici con un'architettura di sostituzione volutamente irrispettosa. L'attacco al tessuto urbanistico e alle principali strutture architettoniche è informato da un preciso principio ideologico secondo il quale l'architettura moderna deve "segnare" la storia contrapponendosi al passato. Forte di questa convinzione e mosso da una spiccata superbia, l'architetto-Narciso invade spazi che il tempo aveva reso sacri, cercando di rendere più visibile possibile il proprio "marchio" e rinunciando colpevolmente a uniformarsi allo spirito del luogo. «Nella nostre città - spiega l'autore - molti architetti cercano di entrare in competizione con i grandi del passato, con Michelangelo, Bernini, Palladio, invece di fare quello che sarebbe giusto fare, cioè modificare le periferie seguendo lo stile nuovo invece dello stile lager che è quello di giganteschi condominî dove si va per dormire le ore di una vita di lavoro disperata». L'autore riconosce, quindi, all'architettura moderna la possibilità di esprimersi liberamente, purché ciò avvenga al di fuori dei centri storici la cui integrità è minacciata anche da cattivi restauratori che compromettono, spesso irrimediabilmente, l'autenticità di un monumento. Al pari degli architetti che progettano, quelli che restaurano cancellano, spinti quasi da un "delirio di improvvisazione", i segni del tempo e le tracce della storia con interventi invasivi e distruttivi. Sgarbi ritiene che il migliore restauro sia quello che non si vede, ovvero quello che, evitando ogni tipo di alterazione, conservi intatto lo spirito originario di un monumento o di un luogo. Il restauro deve, quindi, essere inteso come "restituzione", cioè come una operazione sanitaria che compensi la manutenzione mancata e che ristabilisca l'integrità dell'immagine al di là di qualsiasi tentazione interpretativa. E' senza dubbio vero che in molti casi le Soprintendenze non hanno compiuto fino in fondo il loro dovere, non solo in ragione di una distorta "coscienza" del bene che impedisce, di fatto, una tutela efficace, ma anche perché «la classe di funzionari che ha vigilato sull'Italia in questi decenni risulta composta o da architetti frustrati, che hanno assunto atteggiamenti di assoluta ed irragionevole rigidezza, o da architetti con il complesso di inferiorità nei confronti dei loro più fortunati colleghi, che hanno legittimato tutto quello che portasse la firma di personalità di chiara fama». L'autore ritiene tuttavia che le maggiori responsabilità in questa continua offensiva contro il nostro patrimonio artistico siano da attribuire alle amministrazioni pubbliche, in particolare a quelle di sinistra , le quali, contando sulla "benevolenza" delle Soprintendenze, si sentono legittimate a realizzare i progetti più stravaganti e bizzarri di architetti dotati di adeguate sponsorizzazioni politiche. E' dunque assolutamente falso il principio secondo il quale soltanto lo Stato è in grado di garantire la tutela. I privati che decidono di investire nell'arte non devono essere considerati come delle minacce, ma come delle risorse irrinunciabili. Ciò che è fondamentale infatti non è tanto la proprietà del bene quanto la sua integrità. La vera priorità e quindi l'intangibilità del patrimonio artistico. Per questo è necessario ridurre drasticamente gli "illeciti estetici" e sviluppare nelle nuove generazioni una maggiore sensibilità al Bello. «Dopo gli scempi del Novecento, non è più ipotizzabile un mondo senza continuità di forme, tradizioni, saperi, estetiche, memorie: senza memoria storica non ci sarebbe bellezza. Per riuscire a fare questo, per colpire al cuore il terrorismo culturale che vuole annientare la nostra identità storica, occorre riconsiderare il valore ed il ruolo dell'architettura e della tutela. Giustamente Massimiliano Fuksas ci ricorda che operare per il bello significa operare per il bene».
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Ragionpolitica, periodico on line n.46 del 27/2/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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