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La protezione degli elicotteri in Iraq

di Francesco Tomasinelli - 12 marzo 2004

La bufera sulla vicenda degli "elicotteristi sospesi" in Iraq non si è ancora calmata. E' quindi difficile tirare le conclusioni e fare un analisi obiettiva, anche perché le dichiarazioni riportate sui giornali sono spesso contraddittorie. Secondo quanto reso noto fino ad ora, quattro piloti di elicottero dell'Esercito Italiano in Iraq, avrebbero abbandonato l'azione a novembre, una volta messi al corrente della minaccia presente sul posto. La scelta venne dettata dalle carenze nella protezione dei mezzi in dotazione e, a tal proposito, venne inviato, sempre a novembre, un rapporto al comando compilato dagli stessi piloti (Corriere della Sera 7/3/04). Adesso i militari in questione sono sempre a terra nell'attesa che si faccia chiarezza.

Il contenuto del dossier non è ancora noto ma è ragionevole supporre che tratti in dettaglio le lacune nella difesa degli elicotteri da trasporto. Questi mezzi contano infatti su due tipi di protezione dagli attacchi. Una prima è la protezione passiva, semplicemente una blindatura, che rende i velivoli "tolleranti" al fuoco delle armi portatili (fucili e mitragliatrici), almeno nel caso dei mezzi da trasporto. Per i modelli italiani in questione, l'AB-412 ed il CH-47, questa blindatura non esiste se non come misura di recupero, quali i sedili corazzati per piloti. A titolo di paragone i mezzi americani equivalenti come gli UH-60 Blackhawk sono pressoché invulnerabili al tiro delle armi portatili da sotto grazie ad un pavimento corazzato. In più le protezioni passive ed una fusoliera, ben costruita, aiutano anche a contenere i danni dei razzi, i famosi e onnipresenti RPG che, quando i velivoli sono in volo in hovering o a bassa velocità ed entro un centinaio di metri dal lanciatore (si vedeva bene nel film Black Hawk Down), possono essere utilizzati con un certo successo contro gli elicotteri.

Ma, armi non guidate a parte, nel caso iracheno la minaccia che più sta a cuore ai piloti italiani è costituita da missili portatili a corto raggio a guida infrarossa, impiegabili da un solo uomo. In pratica un sensore sulla testa del missile vede la traccia di calore della turbina dell'elicottero bersaglio e guida l'arma, con la testata esplosiva, a segno. La portata di questi sistemi, nel caso degli iracheni serie Strela (Sa-7/14) e forse Igla (Sa-16/18), oscilla tra i 3 ed i 5 km. Per depistare i missili si riduce la segnatura di calore dell'elicottero abbassando, con un soppressore, la temperatura dei gas di scarico. Ma si ricorre anche a vere e proprie contromisure elettroniche, ovvero al lancio di flares, in pratica razzi di segnalazione che attirano il missile lontano dal bersaglio. E non sarebbe neanche male disporre di un jammer, particolare apparecchio che disturba la testa cercante del missile.

La questione "difesa dai missili" ci porta al cuore della polemica. Alcuni elicotteri delle Forze Armate Italiane, come gli A-129 Mangusta da combattimento e gli HH-3F da salvataggio dell'Aeronautica, sono dotati di una suite di autoprotezione molto completa. La stessa cosa, però, non si può dire per i mezzi da trasporto in questione (AB-412 e CH-47). Esistono delle carenze nei sistemi di protezione, in particolare nel lanciatore di flares, che hanno allarmato i piloti (Corriere della sera 10/3/04 e TG-5 del 9/3/04), alle quali, forse, si sta cercando di porre rimedio in questi giorni. In ogni caso, anche se sui giornali si è parlato sovente di "colpi che vanno immancabilmente a segno" questi missili antiaerei portatili, in virtù della loro semplicità d'uso e costi modesti, non sono molto affidabili, soprattutto se si tratta di sistemi sovietici superati, come quelli in dotazione agli iracheni.

! Francesco Tomasinelli
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