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"Elogio della follia", elogio di Erasmodi Donatella Ferretti - 27 marzo 2004 Uno "scherzo letterario". Così Erasmo da Rotterdam presenta la sua opera a Thomas More, cui la dedica, aggiungendo che era stato proprio il suo nome, More, a richiamargli alla mente la follia, in greco Moria. Avverte che sarà la Follia in persona a parlare, quindi nessuno dovrà ritenersi offeso, e conclude dicendo a More di prendersi cura lui di questa Moria, che d'ora in avanti è la sua. Lo scritto continua su questo tono brillante, satirico, arguto, geniale nel paradosso di farci guardare la realtà con gli occhi della Follia, che come tale ne ha una visione distorta, ma contemporaneamente nell'avvertirci che il mondo va alla rovescia, e quindi se è la realtà ad essere invertita, attraverso la Follia potremo vederla dal giusto verso. Non è agevole definire e individuare con precisione la follia erasmiana. Si può cercare di fare chiarezza partendo dall'analisi terminologica ed etimologica delle parole, greca e latina, che Erasmo utilizza nel titolo originale dell'opera, "Moriae enkomion, id est, stulticiae laus". Moria, dunque, ovvero Stultitia. Il primo termine viene dal verbo greco moraino, essere stolto, insipiente, da cui l'aggettivo moros, semplice, stolto, insensato. Il secondo, stultitia, dal latino più antico stolidum, poi trasformato in stultum, sempre con il significato di sciocco, stupido. Questi due termini non hanno il significato di follia nel senso di dissennatezza, di pazzia come patologia della mente, per il quale il latino usa il termine insania o, anche, furor quando si vuole aggiungere una connotazione violenta, ma lo acquistano solo per estensione. Piuttosto indicano una condizione di stupidità, di insipienza, di stoltezza. Partendo da queste considerazioni terminologiche si potrebbe immaginare la follia di Erasmo come una condizione di innocenza, quasi infantile, che caratterizzerebbe l'uomo nel suo stato naturale, originario. Una condizione premorale, antecedente quindi alla regola, alla norma, alla costituzione stessa della società e che, per questo, non può essere definita immorale o sacrilega. Troviamo quasi un'apologia di questa condizione originaria, che si ritiene costitutiva dell'uomo e perciò la più vera, quando Erasmo, ai filosofi che sostengono che l'infelicità dell'uomo sta nell'essere prigionieri dell'irragionevolezza, nell'errare, nell'essere ingannati, nel non sapere, risponde: «Niente affatto: qui sta la condizione dell'uomo. Perché poi lo chiamino infelice, non posso capirlo, dato che così siete nati, così formati, così creati, e questa è la sorte comune. Nessun essere è infelice perché rimane nei limiti della sua specie.[...] Difatti l'umanità schietta dell'età dell'oro, viveva sotto la sola guida dell'istinto naturale, senza essere armata di alcuna disciplina. [...] Del resto erano troppo rispettosi del divino per indagare con empia curiosità i misteri della natura... ritenendo sacrilego che l'uomo mortale cercasse di conoscere oltre quanto concessogli dalla sua condizione». Si avverte qui l'intenzionale aporia di fondo dell'opera, tutta percorsa e attraversata dalla contraddizione, dall'incoerenza. Erasmo fa parlare attraverso la follia la semplicità, la natura contrapposta alla cultura. Poi, però, infarcisce il suo scritto di numerosissime citazioni e riferimenti culturali. Esalta la follia, ma condanna le follie degli uomini; ridicolizza gli stoici e i moralisti, lui che praticò rigorosamente lo stoicismo nella sua vita; si fa paladino dell'innocenza originaria, lui uomo di lettere, dotto umanista, cultore e raffinato conoscitore, a differenza di molti suoi contemporanei, del latino e del greco. Ma la follia erasmiana non è tenuta alla coerenza, ed infatti ci stupisce con continui cambi di ruolo durante la sua stessa esposizione. Muta continuamente veste, faccia, aspetto, ora irridendo, ora ridicolizzando, ora esaltando, ora ironizzando, ma mai stigmatizzando, mai vestendo i panni del moralista. Follia è al di là delle regole, è fuori dal gioco, la sua è una prospettiva che permette di dissacrare senza assumerne una responsabilità etica. La sua voce ha il candore infantile dell'innocenza, l'immunità delle maschere carnevalesche, l'indecenza del matto del villaggio, gode di una franchigia particolare, per questo può spingersi dove altri non possono andare. Questa follia parla per bocca del buffone di corte, dal quale i principi, che pure «sono ostili alla verità», ascoltano «con piacere non solo il vero, ma anche evidenti insulti, tanto che la stessa frase che, proferita da un saggio, gli sarebbe costata la testa, detta da un buffone produce un eccezionale divertimento. La verità, infatti, possiede una capacità innata di divertire e dare piacere, se non vi si aggiunge qualcosa di offensivo: ma questo gli dei l'hanno concesso ai pazzi soltanto». Smessi gli abiti del buffone e tolto il cappello a sonagli, Follia si fa gioia di vivere, dispensatrice di felicità e spensieratezza. A lei l'umanità deve la sua stessa esistenza, perché se gli uomini procreano, se sono disposti «a porgere il collo al giogo del matrimonio», se le donne partoriscono pur conoscendo e considerando i dolori e i rischi del parto, se tutto questo avviene ed avverrà ancora in futuro, dobbiamo essere grati ad un'ancella molto speciale di Follia, Anoia, la Demenza. E quando «appassisce la bellezza, l'allegria si spegne, l'umorismo si raffredda, il vigore si affloscia... e subentra la dura e gravosa vecchiaia... essa sarebbe del tutto insopportabile per chicchessia», se non ci soccorresse un'altra ancella del suo seguito, Lete, l'Oblio che, deterse a poco a poco le pene, fa tornare bambini e dimenticare gli affanni. Parimenti non potremmo sopportare la nostra vita, con il suo «esercito di malattie che ci tormenta... gli incidenti che ci sovrastano... i fastidi che si precipitano su di noi... per non parlare dei mali che l'uomo arreca all'uomo: povertà, prigione, infamia, vergogna, torture, agguati, tradimento, insulti, liti, frodi» se Follia, «un po' facendo ignorare i mali, un po' facendo in modo che non ci si pensi, qualche volta facendoli dimenticare, e qualche volta facendo sperare nei beni, talvolta spargendo un po' del miele del piacere», non soccorresse gli uomini così efficacemente «che non hanno voglia di lasciare la vita neppure quando il filo delle Parche è terminato ed è la vita stessa ad averli lasciati da un pezzo». In effetti il seguito di Follia è molto variegato, e non esattamente nobile, come lei del resto, che nasce nelle Isole Fortunate da Pluto, l'onnipotente dio della ricchezza, che tutto fa muovere e governa e che, ebbro di nettare, si congiunge «nel rapporto amoroso» con «la più graziosa e insieme allegra delle Ninfe», Neotete, la Giovinezza. Viene allattata al seno da Ebbrezza e Ignoranza e cresce attorniata da un corteo che sempre la segue, il corteo di tutte le umane debolezze, attraverso il quale il suo dominio sul mondo è completo: Vanità, Indolenza, Sonno profondo, Voluttà, Golosità, Adulazione, Oblio. Nessun uomo sfugge a Follia ed al suo seguito. Un ritratto grottesco, disincantato dell'umanità, che Follia delinea con lucidità e ironia, ma anche con l'amarezza della disillusione. La normalità è solo una follia molto diffusa, della quale, perciò, nessuno si avvede. Così è per coloro che sono schiavi del gioco, così per quei Cristiani che confidano nell'efficacia della loro devozione risolta in pratiche quasi superstiziose, per coloro che credono di acquisire prestigio grazie a «vuote qualifiche di nobiltà»; i mercanti avidi, gli inconsapevoli mariti ingannati, i tronfi sapienti, tutti credono di poter trovare la felicità ingannandosi, riponendo le loro aspettative di benessere in falsi idoli, tutti schiavi di Follia e delle sue ancelle. Dice però Follia, cambiando ancora una volta la sua maschera, facendosi indulgente: «dicono che è una sventura essere ingannati. Una gran sventura è non esserlo. Ce ne vuole di pazzia per credere che la felicità degli uomini sia posta nelle cose stesse. Dipende tutto dalle opinioni. Infatti l'oscurità e la variabilità delle cose umane è così grande che non ci può essere conoscenza chiara e distinta...». Ancora una volta l'uomo viene ricondotto nei suoi limiti, nella finitezza della sua condizione, ancora una volta Follia è pronta a comprendere e ad accogliere la fragilità, la debolezza, l'errore. Del resto, «l'intera vita dei mortali, cos'altro è se non un dramma in cui diversi attori si fanno avanti con maschere diverse e recitano ognuno la sua parte, finché il regista non li fa uscire di scena?» Ci muoviamo in un mondo di pure apparenze e di simboli senza contenuto, come i prigionieri della caverna di Platone, come i personaggi shakespeariani o pirandelliani. «Sopprimere l'inganno, però, significa scompigliare tutto quanto il dramma...Tutto finto, certo, ma questo dramma non si può rappresentare altrimenti». Voler smascherare l'illusione che è la vita stessa, «è quanto di meno opportuno. Ed è un comportamento distorto non adattarsi alle cose come stanno,... e pretendere che lo spettacolo non sia più spettacolo». Il gioco va giocato, il copione recitato, è folle non vedere la contraddittorietà del reale, ma altrettanto folle cercare di smascherarla. Non c'è dunque via d'uscita? La condanna di Erasmo qui, è indirizzata non ai suoi seguaci, figli della natura umana e dell'innocua ricerca della felicità, ma ai veri pazzi, alle vittime di quella perniciosa pazzia «che le crudeli vendicatrici inviano dagli inferi», quella pazzia che, nella presunzione di possedere la verità, infligge sofferenze e dolori all'umanità, conduce guerre, perseguita le coscienze degli uomini. E' il gretto dogmatismo che Erasmo stigmatizza, quello dei filosofi, che affermano di essere i soli saggi e «proclamano di sapere tutto, e nel frattempo non conoscono loro stessi»; quello dei teologi, «che guardano con disprezzo dall'alto il resto degli uomini considerandoli bestie che strisciano al suolo». Erasmo, da vero autentico umanista, cultore dell'uomo, prima che dell'erudizione, rispettoso dell'essere umano e comprensivo verso i suoi limiti, alieno da ogni forma di astrattismo, di utopica aspirazione alla perfezione, ci fa dire dalla Follia che la conoscenza, il sapere, che pure lui coltivava, con lunghe veglie, con incessante studio, va considerato come un viatico importante, irrinunciabile, ma sempre e solo come uno strumento incompleto, inadeguato e perfettibile. Erasmo è il vero intellettuale che rifugge le assolutizzazioni, gli integralismi, sempre aperto al confronto con l'altro, sempre pronto all'ascolto, consapevole del proprio limite. La sua vita testimonia questa sua convinzione. Erasmo non volle seguire il riformista Lutero fino in fondo, perché ne rifiutava le posizioni esasperate, apodittiche. Ma soprattutto rifiutava la concezione antropologica di un uomo che non sceglie niente da solo, ma è solo uno strumento dipendente dalla volontà di Dio. Per Erasmo la volontà è libera, anche se, per realizzare il progetto della salvezza, necessita della Grazia divina. E' il grande rispetto per l'uomo, per la sua dignità, per la sua capacità di dirigersi volontariamente verso il bene e di rinunciare al male che ispira Erasmo, e fonda il suo umanesimo. E questo amore per l'uomo lo porta anche a considerarne e ad accoglierne le imperfezioni, le limitazioni, ponendolo in una prospettiva mai esasperata, assolutistica, ma sempre nell'atteggiamento del ricercatore che sa che molto spesso il falso si nasconde nel vero, e che una parte di verità è presente anche nel falso. In questo umanesimo si sanano le contraddizioni, trovano sintesi le opposizioni, acquistano un senso le debolezze. Questa è la grande eredità di Erasmo, a buon diritto considerato uno dei padri dell'Europa. Citando la classica biografia di Huizinga: «La sua parola significava qualcosa di più che spirito ecclesiastico e amore per la Bibbia. Era anche il primo annuncio di una nuova fede nella bontà, educabilità e perfettibilità dell'umana natura, di un nuovo caldo senso sociale, di un nuovo spirito di pacifica benevolenza e tolleranza». Ma la metamorfosi più prodigiosa, Follia la compie nella conclusione, quando diventa la più alta e paradossale delle follie, la follia della fede, la follia della croce. Quella follia di sapore kierkegaardiano, che ci spinge oltre la morale comune, oltre noi stessi, quella follia che armò la mano di Abramo contro suo figlio, quell'atteggiamento di assoluto affidamento al trascendente che ci consente di avvicinarci a Dio e di assaggiare in terra una anticipazione della beatitudine eterna. La follia rappresentata dall'umanità di Cristo, dalla sua sofferenza e dalla sua stessa morte. Ma anche follia come semplicità, come schiettezza, come la purezza dei poveri di spirito, che trova nelle Sacre Scritture una efficace simbologia negli agnelli, le colombe, le pecore, tutti animali semplici e miti. E ancora follia come esperienza dell'entusiasmo religioso, enthusiasmos in greco, cioè sperimentare la condizione divina, che si mostra in questi pazzi con i sintomi più eclatanti: «danno via del proprio, trascurano le offese, si lasciano ingannare, non fanno nessuna differenza tra amici e nemici, provano disgusto del piacere, si saziano di digiuni, veglie, lacrime, fatiche, insulti, sentono la vita come un peso... non è forse questo essere insensati?» Donatella Ferretti |
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Ragionpolitica, periodico on line n.50 del 26/3/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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