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6 marzo 2008
 
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Il sinedrio dei benpensanti condanna Gibson

di Francesco Natale - 19 marzo 2004

Non scrivo oggi per commentare un film senza averlo ancora visto, rivolgendomi a un pubblico che non lo ha ancora visto e che, anche volendo, non potrebbe vederlo se non tra qualche settimana. Quello che invece possiamo già commentare è l'enorme risonanza che l'annuncio stesso della distribuzione del film "The Passion" ha avuto in ambito mediatico, una risonanza che si è trasformata essa stessa in evento inusitato ed abnorme, con caratteristiche senza precedenti che debordano dagli usuali confini della fenomenologia cinematografica.

Mai era successo che un film a soggetto religioso suscitasse un tale profluvio di commenti e un coinvolgimento così esteso e appassionato di soggetti fra i più disparati: non solo critici cinematografici, ma teologi, esegeti, sociologi, politologi, tuttologi hanno voluto dire la loro. Nemmeno un kolossal come "I Dieci Comandamenti" di De Mille, che aveva goduto dell'apprezzamento, spesso entusiastico, dei cattolici, dei protestanti e degli ebrei, era stato preceduto e accompagnato da una tale attenzione dei "chierici culturali". Attenzione che si è risolta, nel caso de "La Passione di Cristo", in giudizi per la maggior parte negativi, se non in vere e proprie stroncature (pochi, in effetti, anche se qualificati sono stati i giudizi positivi). E' notevole il fatto che le riserve, i giudizi negativi e le stroncature espresse anche dai pochi commentatori che hanno effettivamente visionato direttamente la pellicola prima della distribuzione ufficiale, non riguardino la qualità (o la non qualità) del prodotto: l'ostile accanimento del "bel mondo che pensa", e che, forse, vorrebbe pensare per tutti, si è sostanzialmente focalizzato sulla "scorrettezza politica" del prodotto.

C'è stato chi ha affermato senza alcun imbarazzo comiche assurdità del tipo: "spregiudicata operazione revivalista del fondamentalismo della destra cristiana in vista delle elezioni presidenziali statunitensi". C'è stato chi ha insistito sul rischio di riattizzamento dell'odio antisemita che un film del genere potrebbe provocare, argomento - questo - serio e delicato: dopo gli orrori della "Shoah" è comprensibile che fra gli ebrei sussista una particolare sensibilità di fronte a tematiche che, nel corso di un lungo passato, hanno fornito spunti e motivazioni all'odio antiebraico. D'altra parte non si può pretendere che per riparare torti e crimini del passato i Cristiani debbano riscrivere o censurare una delle parti fondamentali dei Vangeli; e il film in questione, questo quasi nessuno lo ha contestato, si mantiene aderentissimo al testo evangelico.

E'poi curioso il fatto che le denunce di istigazione all'odio antiebraico siano spesso venute da soggetti notoriamente comprensivi e politicamente ben disposti verso le "ragioni" di quei "martiri" (e smettiamola di chiamarli Kamikaze, una buona volta!) che fanno esplodere autobus, discoteche, treni e aerei pieni di ragazzi Israeliani (e non solo), mentre la "destra religiosa" americana, amica di Mel Gibson, è notoriamente molto attenta e sensibile alle esigenze di autodifesa e sopravvivenza di Israele.

C'è stato infine chi ha affermato che il film è da stroncare proprio per la sua letterale aderenza al testo evangelico, cioè che è politicamente e teologicamente scorretto perché assume i Vangeli come fonte storica redatta da testimoni oculari degli eventi narrati, collidendo così con le tesi dell'ultimo Concilio Ecumenico e con gli insegnamenti del Magistero. Ma sia il Concilio che le pronunce del Magistero hanno sempre ribadito la storicità dei Vangeli e la sostanziale identità del Cristo storico con il Cristo dei Vangeli. Il rinvenimento del versetto di Marco fra i manoscritti delle grotte di Qumrah ha provato una volta per tutte che la redazione dei Vangeli, così come la conosciamo, risale ai primi decenni della nostra era e non, come certa esegesi ha a lungo sostenuto con supponenza, ad un secolo dopo gli eventi narrati, quando le comunità cristiane avrebbero elaborato la figura di un Cristo mitico ben diversa da quella del Cristo storico.

Questa è molto probabilmente una delle cause della diffusa ostilità verso il film di Gibson, il quale rifiuta una esegesi, questa sì non conforme ai pronunciamenti del Concilio e del Magistero, purtroppo molto seguita da quelle "burocrazie clericali" che si sono presuntuosamente autoinvestite come vere, autentiche interpreti dello spirito conciliare, dalle quali sono figliati i cosiddetti "cattolici del dissenso", che hanno pensato bene di riassumere la completezza delle virtù cristiane in un ateo neoterzomondismo.

Resta da registrare il successo che il film ha avuto (200 milioni di dollari di incasso nella prima settimana di proiezione e la distribuzione anticipata in Germania vista l'entità della domanda potenziale), il che dimostra che "The Passion" risponde ad una attesa, ad un bisogno insoddisfatto che è fortissimo nella base dei fedeli cristiani, i quali evidentemente non si lasciano influenzare dagli arroganti e superficiali esegeti che si comportano come novelli Farisei, come se fossero loro i veri "maestri" del popolo.

Questo, in definitiva, non verrà mai perdonato a Gibson: la "rude scortesia" che ha sprezzantemente dimostrato verso quell'orripilante entourage di nani e ballerine che è tutto impegnato, da cinquant'anni ad oggi, a propinarci un insulso galateo dell'immagine, che fa della cosiddetta "presentabilità" l'empio gonfalone che tutto deve ammantare (spesso per celare crimini e devianze di bassa lega). Tutto sarebbe tollerabile: un Cristo new age, un Cristo marziano, un Cristo teologo della liberazione, un Cristo più Bhudda che Cristo, un Cristo alfiere del guevarismo (la somiglianza pure ci sarebbe...). Ma un Cristo martoriato, umiliato, spezzato nel corpo e macellato questo no, non è tollerabile, non è corretto, è "cheap", è, soprattutto, non presentabile.

Ed è davvero straordinario vedere quanto sia stata misera la capacità di reazione del jet-set dell'informazione: siccome il film era difficilmente attaccabile, se non attraverso la stantia argomentazione delle "immagini troppo violente" (ma come? "Il silenzio degli innocenti" prende l'Oscar e "The Passion" è troppo violento? ), l'attacco si è concentrato contro l'autore, che è stato dipinto alternativamente come un pazzoide di mezza età il quale, stufo di una vita dedicata al libertinaggio più sfrenato, si getta con fanatico fervore tra le braccia del "suo" Gesù, oppure come un ignorante "redneck" fascista divorato dall'odio anticomunista che realizza un filmetto atto a supportare la rielezione di Bush Jr.

In realtà Gibson è riuscito, forse non del tutto volontariamente, a schiacciare la regina di quell'immondo formicaio che è la realtà del "politically correct", e ora tutte le formichine si agitano impazzite, prive di una guida; non sanno più come reagire, poiché non si capacitano ancora di come una star di livello internazionale, vincitore di plurimi Oscar, osannato da destra e sinistra, abbia potuto commettere una simile enormità.

Ancora una volta, grazie Mel, grazie Braveheart!

! Francesco Natale
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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