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Tra terrorismo e pacifismodi Simone Rosti - 27 marzo 2004 Il terrorismo ha un alleato in occidente: il pacifismo senza se e senza ma. Lo abbiamo visto in Spagna, dove il terrore permesso ai socialisti, del tutto inaspettatamente, di trionfare alle elezioni. Il nuovo Premier, Zapatero, ha annunciato il ritiro delle truppe dall'Iraq, a meno che il dispiegamento militare non avvenga sotto l'egida delle Nazioni Unite (posizione peraltro ambigua in quanto non sono indicate le condizioni con cui l'Onu dovrebbe guidare una forza multinazionale). Cosa voleva Al Qaeda? Il ritiro dei soldati dal Tigri e dall'Eufrate. Lo abbiamo visto in Italia, dove la manifestazione pacifista svoltasi sabato 20 marzo vedeva fra i partecipanti supporters della resistenza irachena, ovvero dei terroristi e dei kamikaze che, oltre a uccidere i "freedom fighters" (i soldati pacificatori dispiegati nel paese) massacrano la popolazione inerme, i funzionari, le forze di polizia che si stanno ricostituendo e tutti coloro che lavorano per un Iraq democratico e libero. Questa è la realtà: fra i pacifisti c'è chi sostiene gli assassini jihadisti. Piero Fassino ha tastato con mano la vera anima dei pacifisti, ovvero la violenza verbale (lo stesso segretario Ds fu bollato da Gino Strada come "delinquente politico" semplicemente perché la lista unitaria assunse, rispetto al rifinanziamento delle missioni italiane all'estero, una posizione diversa dalla sua) e fisica (gli insulti e le parolacce degli ultras pacifisti hanno dimostrato come rispettano il principio, costituzionalmente garantito, a manifestare ed esprimere le proprie idee). Certo, se Fassino non avesse rincorso la fetta elettorale pacifista avrebbe fatto meglio, magari, come suggerito da Cossiga, passandosi per malato. Il vero problema risiede nella risposta che i pacifisti danno a chi chiede loro quali alternativi ci sono nel contrastare il terrorismo: nessuna. "Non si combatte il terrorismo con le bombe", "Né con Bush né con Bin Laden", "No alla guerra", "Via dall'Iraq"...etc. Trovate qualche indicazione in positivo? Si scorge, tra questi slogans, una proposta alternativa? Come combatterebbero, lorsignori, il terrorismo? Me lo sono chiesto spesso, da un paio d'anni a questa parte, e, finalmente, ho trovato una risposta: non lo combatterebbero. Insomma, parliamoci chiaro. I pacifisti sono per il concetto di pace assoluta, cioè per il mantenimento dello status quo in ogni paese, a prescindere dal tipo di status. Non importa se democratico o autoritario, se sanguinario o liberticida, ciò che conta è che non si violi la sovranità nazionale. Curiosamente, nella marcia pacifista della settimana scorsa, si intravedevano bandiere di Ernesto Che Guevara. E' davvero simpatico ritenere il "Che" un emblema del pacifismo, considerando che, con la complicità dei compagni marxisti, alla fine degli anni '50 ha lottato per sostituire un autocrate (Batista) con un dittatore (Castro). I pacifisti non vogliono la libertà, la sicurezza e il rispetto dei diritti umani, desiderano solo che il mondo sia immobile rispetto alla Terza Guerra Mondiale scatenata da fanatici terroristi, desiderano mettersi una mano sulla coscienza e dire "voglio la pace". E invece bisogna lottare e combattere questo nemico, a volte invisibile, a volte con un volto (gli stati canaglia) che lo sostiene. E' necessario garantire delle risposte efficaci ai popoli minacciati dal terrorismo e permettere ai nostri figli e alle generazioni future di vivere in un mondo più sicuro. Lo si può fare con strumenti che non siano solo militari, come l'investimento in formazione ed educazione, oppure con accordi bilaterali fra paesi occidentali e regimi illiberali, perché democrazia e globalizzazione sono senz'altro deterrenti al terrorismo. Lo si può fare altresì attraverso l'imposizione di sanzioni finanziarie internazionali che permettano di evitare flussi di denaro nelle casse dei fondamentalisti e colpiscano direttamente i sanguinari leader dei paesi sostenitori dello jihadismo Ma talvolta l'uso della forza è necessario. Le guerre mondiali lo hanno dimostrato; la guerra in Kosovo anche; l'esempio di Timor Est è illuminante in tal senso. Chi guida un paese ha delle responsabilità non solo rispetto ai propri concittadini, ma anche verso le generazioni future. Scegliendo il pacifismo "senza se e senza ma", con un'azione moralmente vergognosa e pilatesca, si rischia di condannare i posteri ad una lotta senza quartiere. La scelta è tra la tutela della pace "senza se e senza ma" e la lotta per la garanzia della libertà assoluta, senza "di" e senza "da".
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Ragionpolitica, periodico on line n.50 del 26/3/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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