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numero 280
6 marzo 2008
 
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Dal maggioritario al Premierato

di Gabriele Cazzulini - 27 marzo 2004

Il processo di riforma dello Stato italiano, messo in moto nel convulso biennio 1992-1994, non si è ancora concluso, perché le conquiste della società civile hanno condizionato la politica, ma non ne hanno mutato la struttura. Se da una parte sono cioè cambiati i comportamenti e gli orientamenti, più quelli degli elettori che dei politici, dall'altra parte sono rimaste quasi intatte le istituzioni e le regole.

Dopo quarant'anni di ripetute vessazioni civili e di malgoverno politico, il primo, forte impulso diretto a spezzare le catene di uno Stato burocratizzato, gerarchizzato, sperequatore e dissipatore di ricchezze, si è tutto sprigionato in un tragico biennio, 1992-1994, l'ennesimo biennio storico dell'Italia. Oltre che tragico, il biennio 1992-1994 avrebbe potuto sfociare in una riedizione - ammodernata e ben più feroce - dei tumulti che scoppiarono in Italia alla fine del primo conflitto mondiale. In quella triste epoca, sorsero ovunque squadre operaie e non solo, che cercarono di conquistare il potere mediante l'occupazione e l'espropriazione delle industrie. Fu il biennio "rosso", in cui raffiche di scioperi violenti, agitazioni pubbliche e sommosse - istigate e manovrate dalla sinistra più o meno massimalista - comparvero come bubboni in un corpo sociale e statale già gravemente malato. Furono quei due anni rossi a spalancare le porte del potere a vent'anni di dittatura nera. Ma oggi la storia ha imboccato un sentiero diverso, opposto, impedendoci di battezzare il 1992-1994 come un secondo biennio rosso. La maturazione civile e politica della società italiana, sebbene sobillata dai discendenti diretti della stessa sinistra di allora, non è stata soffocata da una dittatura ma è stata raccolta da una forza - civile ancor prima che politica - intenzionata a rifondare le basi dello Stato sui principi della società civile, sulla libertà e sul mercato. I colpi che abbattono le mura in cui lo Stato e la politica in Italia si sono arroccati, spadroneggiando sulle libertà, vengono inferti proprio dagli elettori, e proprio utilizzando l'ariete delle riforme: il movimento referendario per abrogare il sistema elettorale proporzionale ha riacceso per primo la fiaccola della libertà. Il punto di forza del movimento referendario fu l'appello agli elettori, che di fronte agli ennesimi scandali della partitocrazia capirono che il loro voto avrebbe potuto essere determinante per scegliere un governo che sarebbe stato "il loro" perché "da loro" eletto, e non più "a loro" imposto. La possibilità data ad ogni elettore di contare davvero, di far contare il proprio voto per scegliere il governo, è stata la più potente e genuina motivazione per mobilitare non solo l'elettorato ma la società civile stessa. Il risultato ottenuto è stato un sistema elettorale "quasi" maggioritario, ma che comunque instaura un legame più o meno saldo tra elettore e candidato. Oltre a questa ragione tipicamente politica, c'è anche una ragione organizzativa che spiega il successo dei movimenti referendari del 1993. Si tratta della loro struttura organizzativa: poca o nessuna burocrazia, poche ma efficaci regole, tanto attivismo di semplici volontari. In questo modo l'efficienza era garantita dalla scarsità delle risorse, che imponeva sacrifici e perciò molta oculatezza nelle spese e nell'utilizzo delle risorse; analogamente questo rigore e questa determinazione offrivano maggiori possibilità di conseguire gli obiettivi desiderati, come del resto si è puntualmente verificato.

L'esperienza dei comitati referendari ha rappresentato però soltanto una breve stagione, intensa e fruttifera, capace di far cambiare il sistema elettorale, ma troppo fragile per portare a termine quel grande processo, iniziato con la riforma elettorale, che si sarebbe concluso solamente con la riforma dello stato. Eppure questo è stato tuttavia un punto di partenza che non è rimasto isolato. Seppur in forme diverse, il testimone delle libertà è passato ad un altro soggetto della politica italiana, un soggetto completamente innovativo e saldamente determinato a proseguire sulla strada delle riforme - anche attirandosi le ire dei "poteri forti" che vedevano minacciati i propri feudi. La nascita di Forza Italia è la nascita di un soggetto che fa politica restando dalla parte della società civile, e per questo inizialmente la sua natura è quella di un movimento, che raccoglie le istanze politiche della società e le trasmette alla politica. Forza Italia si presenta come il rappresentante politico della società, in un momento in cui ogni partito era anzitutto un rappresentante della politica, che nasceva, viveva e operava dentro alle istituzioni. Lo straripante successo elettorale del 27 marzo 1994 è il prodotto migliore di una profonda sintonia tra società e politica, di una società che ritorna ad interessarsi di una politica trattata in modo chiaro, trasparente, diretto, concentrata sui problemi da risolvere e sulla capacità di trasferire rapidamente alla politica le richieste della società. Erano i colpi che la società civile batteva contro le porte sbarrate della politica, per far sentire la sua presenza e la sua volontà di cambiare lo stato delle cose.

In seguito a epocali mutamenti internazionali e interni, nel 1992-1994 cambia la mentalità della maggioranza degli italiani verso la politica. Tuttavia è anche vero che questo fattore, di tipo culturale, da solo non basta. Occorre quindi che il nuovo orientamento verso la politica, introdotto con le riforme elettorali, sia sostenuto e confermato da regole adatte, cioè leggi che modellino le istituzioni sulla base della nuova situazione, dei nuovi atteggiamenti dei cittadini verso la politica. Cosa si aspetta l'elettore italiano dalla più o meno nuova classe politica all'indomani del 27 marzo 1994? In primo luogo, come già si è detto, emerge un atteggiamento molto più pragmatico da parte dei governanti, diretto a proporre e attuare soluzioni per i problemi più urgenti del paese. E questo vale sia a sinistra che a destra. A maggior ragione il pragmatismo e l'efficienza dell'azione politica divengono subito le bandiere di Forza Italia. Si creano dunque maggiori aspettative verso l'operato delle istituzioni e del governo in particolare, in un rapporto non solo più stretto ma più diretto. Questo comporta che i precedenti meccanismi della politica non funzionano più in un tale mutato contesto. Le vecchie pratiche consociative dell'abusiva sovranità parlamentare vengono spazzate via dall'elezione "quasi" diretta del primo ministro, e dalla conseguente legittimazione elettorale di cui egli gode e a cui egli (e il suo governo) devono rispondere per la propria condotta politica, per i risultati ottenuti e per quelli mancati. A questo punto si intuisce da sé che questo mutamento nella cultura politica non può reggersi a lungo, soprattutto se ancora osteggiato da nutrite fazioni politiche il cui orologio della storia si è fermato al giorno prima della caduta del muro di Berlino. Questa "nuova politica", inaugurata prima dai movimenti referendari e poi incarnata da Forza Italia che è riuscita a portarla dalle piazze alle istituzioni, necessita più che mai di stabilizzarsi in nuove regole. Il fatto che il primo governo Berlusconi sia finito dopo soli sette mesi, è ormai un triste simbolo che dimostra, nella sua semplicità, quanto profondo sia il radicamento delle vecchie regole e la loro forza di resistenza.

Quindi la lotta politica non ha luogo soltanto nell'agone elettorale o nelle arene delle singole politiche (immigrazione, occupazione, esteri,.....). C'è anche l'arena istituzionale, un'arena di scontro inesistente per oltre quarant'anni, ma che è affiorata prepotentemente non appena è cambiato il modo in cui è concepita la politica stessa. Nonostante il nostro Paese sia oggi attanagliato da gravissime questioni irrisolte che giustamente occupano gran parte delle risorse del governo, è insopprimibile l'esigenza di rivedere le regole, a partire da quelle fondamentali, dalla costituzione. E combattere questa lotta non significa difendere l'interesse del governo o del suo presidente, ma confermare, stabilire a livello giuridico-formale un mutamento politico che la società civile ha già prodotto da un decennio. Si tratta quindi di rimettere alla pari le lancette della politica rispetto a quelle dell'opinione pubblica. E l'opinione pubblica chiede di eleggere democraticamente il governo, un governo a cui sia consentito di portare a termine la propria legislatura senza insidie di congiure parlamentari. Chiede un governo guidato da un primo ministro dotato di tutti i poteri necessari alle sue funzioni. Chiede di avere un parlamento che formula e approva le leggi che servono al Paese, chiede un parlamento che lavori in sinergia col governo e non più in competizione. Chiede poi che la risoluzione di un contrasto insanabile tra parlamento e governo venga rimesso agli elettori, così come in caso di governo dimissionario o sfiduciato, che la parola torni agli elettori. Gli elettori eleggono il governo, il governo governa. Tanto banale quanto distante dalla realtà italiana. Eppure gli elettori non sembrano così pronti a rinunciare al sistema maggioritario, al bipolarismo che ne è derivato, e neppure sono così ben disposti a sacrificare di nuovo la parziale illusione (perché ora è solo questo) di eleggere anche il primo ministro. Che fare allora? Proseguire verso il bipolarismo pienamente maggioritario, verso il governo del primo ministro eletto dagli elettori? Oppure tornare indietro alle paludi proporzionali e consociative, restaurando l'antico regime della partitocrazia? Perché è tutto condensato qui: il governo democratico - di qualunque colore - presuppone un rapporto fiduciario con gli elettori, ancor prima che col parlamento. Perché il consenso popolare è la premessa della fiducia parlamentare. Ma senza un leader su cui converga il consenso maggioritario (verificato elettoralmente), il governo tende a considerarsi irresponsabile e a smarrire la propria unità, cadendo vittima dell'egemonia parlamentare. La stessa democrazia è esposta al rischio di un sostanziale svuotamento, provocato dalla frattura tra elettori e governo. Resta misera cosa una democrazia quando è priva di una dialettica tra la fiducia accordata dagli elettori al governo, e la conseguente responsabilità politica così conferita al capo del governo. Questa dialettica tra consenso e responsabilità assicura una condizione ancora più essenziale per la democrazia dei fatti e non delle parole, delle libertà e non della sudditanza. Si tratta del dialogo - aperto e libero, al di fuori del minuto clientelismo - tra elettori ed eletti che, una volta distorto o interrotto dai partiti e dalle istituzioni non elettive, scinde la politica dalla società.

La differenza tra elezione diretta e plebiscito è questo: l'elezione diretta del leader di governo è libera scelta di tanti eletti tra tanti candidati, perché non è solo scelta del capo ma è scelta di tutti i rappresentanti. Il plebiscito rende il capo un autocrate per il quale è indifferente la verifica del suo consenso popolare perché tale consenso è un accessorio che serve coprire di legittimità la sua conquista del potere, cioè la sua usurpazione della sovranità popolare. L'elezione diretta invece fa del capo un leader responsabile della fiducia degli elettori, poiché tale fiducia è l'unica condizione che gli consente di occupare il suo posto, così come lo consente ad ogni eletto, perché ogni eletto è tale per la scelta dei suoi elettori.

Postulato inamovibile delle attuali riforme resta pertanto questo: il consolidamento del rapporto diretto elettori-eletti ed elettori-leader, sia all'interno dei partiti, sia nelle istituzioni - in primo luogo nel governo.

Sebbene la nostalgia delle cose passate resti in agguato, quando gli elettori, l'opinione pubblica, la società sanno quel che vogliono, allora non c'è nostalgia partitocratica che tenga.

Allora, cerchiamo ora di ragionare sulle direttrici poste dall'attuale governo per rinsaldare questo fondamentale vincolo tra elettori ed eletti, vincolo che poi incarna il codice genetico di Forza Italia - anche se l'ingegneria genetico-politica sta tentando di manipolare anche questa originale esperienza politica facendone un'inconsistente creatura simil-partitica.

Anzitutto sembra confermato il mantenimento del sistema elettorale ad impianto maggioritario, anche se annacquato dalla quota proporzionale. Abbiamo visto come il meccanismo elettorale maggioritario inneschi una ampia competizione tra candidati in singoli collegi, premiando il candidato che riesca a guadagnare anche solo un punto in più rispetto al secondo arrivato. Per riuscire in questo la campagna elettorale diventa non solo una grancassa del partito, ma l'occasione più propizia per presentare, nel vero senso della parola, il candidato all'opinione pubblica del collegio.

Sin dalle sue vicine origini, sebbene con tecniche non propriamente dirette a saggiare l'attitudine politica dei candidati, Forza Italia ha dimostrato di riporre molta fiducia nello spirito d'iniziativa dei propri candidati, venendo degnamente ricambiata. Il partito "leggero", senza pesanti burocrazie e libero dai vincoli della gerarchia interna, ha saputo affrontare numerose e difficili campagne elettorali, fronteggiando ad armi impari i partiti avversari, ben più equipaggiati. Eppure il successo, non solo elettorale, di Forza Italia è derivato non soltanto da una visione della politica di tipo anticonformista, nemica di ogni muffa partitocratica perché fondata sulla freschezza e la dinamicità del movimento d'opinione, su misura del cittadino. Il frutto più maturo della giovane esperienza di Forza Italia è stato invece la combinazione di questa nuova mentalità politica - eppure così semplice e naturale - basata con la verifica elettorale, quando gli elettori votano e, votando, eleggono il loro governo.

Altrimenti senza questa spontanea concretizzazione politica per mezzo dell'elezione maggioritaria, cosa ne sarebbe stato della politica di Forza Italia se non un cumulo di parole vuote, di promesse sempre rimandate, l'ennesima ideologia che maschera la volontà di potere? Avrebbero avuto ragione gli sterili detrattori del partito divenuto "show" televisivo, del partito-pendice della Fininvest, del Milan, e della Standa. Avrebbero avuto ragione anche i persecutori del quarto potere, che lobotomizza l'elettorato con bombardamenti di spot televisivi.

Sostituire l'attuale sistema elettorale maggioritario, per quanto spurio, con una riedizione del proporzionale significa compromettere la natura stessa di F.I. minacciandone la ragion d'essere, minacciando la sua ragione politica. Da un punto di vista generale, il proporzionale è la radice del consociativismo, delle larghe coalizioni, dei governi di unità nazionale che sfasciano lo Stato, degli "inciuci".

Quindi il sistema elettorale proporzionale è la tomba dell'alternanza, tomba già scavata poi da un elevato numero di partiti, cioè da una situazione di frammentazione dell'offerta politica, che impedisce stabili coalizioni elettorali e sobilla i partiti, soprattutto quelli più piccoli, a contrattare la propria fedeltà di schieramento passando da un governo all'altro. Questo impedisce ad un governo di restare in carica un'intera legislatura, vanificando ogni sforzo per attuare il suo programma. I governi sono quindi obbligati a tentare espedienti per sopravvivere giorno per giorno, a fare tattica parlamentare per raggruppare una qualunque maggioranza. Il governo si riduce ad un'amministrazione quotidiana, ad una ratifica di scelte compiute fuori dal governo. Con un sistema proporzionale che distribuisca i seggi in parlamento in base alla più o meno effettiva forza di ogni partito, i governi cadono vittima delle logiche di negoziazione tra i partiti, che per giunta sono sostenuti sempre dagli stessi partiti. Questa continuità è invero una stagnazione della politica, da cui proviene l'immobilismo delle istituzioni, la loro incapacità di reagire prontamente alle richieste della società civile. Si ritorna così alla separazione della politica dalla società, che è l'anticamera alla successiva degenerazione, quella del dominio della politica sulla società. Perché una politica staccata dalla società, è una politica staccata dalla più forte forma e forza di controllo.

Ecco allora quali sono i più pericolosi germi che intossicano la brevissima vita dei governi italiani.

Ma un sistema maggioritario, in cui governa solo chi prende più voti e tutti gli altri finiscono all'opposizione, spinge in direzione di una maggiore stabilità delle coalizioni. Dal punto di vista degli elettori, il voto diventa davvero la scelta tra due grandi alternative di governo. Si riduce così il potere di ricatto dei partitini che, non potendo competere da soli, sono costretti a rimanere dentro ad uno schieramento per poter avere chances di entrare in posti di governo.

Infine, in base a tutto questo, riduce il peso della politica come gioco di complessi equilibri di potere, astruse logiche, la politica fatta in politichese. Emerge una politica come dialettica tra governo e opposizione. Il governo è il governo della maggioranza espressa dalle elezioni, e non è più il governo-topolino partorito dagli incroci partitocratici. Non è neppure il governo del parlamento, cioè il governo imposto dal parlamento, ma è quello votato dagli elettori. Parallelamente, l'opposizione - oltre che opporsi al governo in carica - propone politiche alternative, perché è in primo luogo un governo potenziale, ossia il governo "di domani".

Concludendo, il sistema elettorale maggioritario introduce il principio di responsabilità del governo davanti agli elettori, davanti alla società civile e all'opinione pubblica. Non si tratta più di una finzione giuridico-formale quale era la responsabilità del governo davanti al parlamento. Adesso le scelte del governo vengono sanzionate o approvate dal corpo elettorale, facendo sì che il governo riporti il proprio operato al giudizio degli elettori, liberi dunque di bocciare il governo in carica, così come di riconfermarlo.

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