|
|||||||
|
|
L'architettura rumena del dopoguerra. Il "ritorno all'ordine" nell'era di Stalindi Sorin Vasilescu - 3 aprile 2004 La tragedia dell'ultimo conflitto mondiale ha portato nel mondo occidentale ad un ampio processo di ricostruzione condotto, con tutti gli adempimenti e le sconfitte inerenti, in spirito moderno, razionalista. Tuttavia, per la Romania, come per tutti i paesi dell'Est, satelliti nell'orbita del totalitarismo sovietico, la ricostruzione del dopoguerra, compiuta con enormi sacrifici, ha condotto verso azioni anacronistiche ed esperimenti fondamentali antimoderni, verso un primitivo ritorno ad un più tranquillizzante neoclassico, dai toni reazionari e ridondanti. L'esperienza stalinista è durata un decennio, logorando dal punto di vista visivo e morale l'intera architettura romena. I due decenni dell'occupazione sovietica hanno fatto apparire un'arte plastica ed una architettura di importazione realista-socialista che, quale forma della "sovrastruttura", grazie ad un'espressività immediatamente visibile, seguiva il riflesso perfetto della nuova società, ridefinendo in maniera primaria la dicotomia tra forma e contenuto. Il realismo socialista, che non si è mai definito per quello che era, ma per quello che non era, si ingannava affermando di non essere «solo un sistema di norme e canoni astratti. La delimitazione degli orizzonti [...] è per natura estranea al metodo del realismo socialista che apre di fronte agli architetti possibilità illimitate di arricchimento del linguaggio artistico, della creatività e della comprensione dei vari stili. In tal modo, piano piano, sarà instaurato ciò che Pasternak chiamava il potere magico della lettera morta. Al posto della concezione dinamica e sempre novatrice sull'arte, al posto di una estetica della rivoluzione e di un'arte in relazione costante con la realtà [...], è apparsa una miscellanea di forme, si è tornati verso un'espressione tradizionalista unica e verso un moralismo detto realista, la cui vera funzione era di nascondere qualunque forma di realtà. Questo fenomeno segnerà, attraverso altri mezzi, l'intera evoluzione dell'architettura [...] stalinista». (Anatol Kopp, L'Arte realista-socialista, Parigi 1994).
La pseudo-arte realista-socialista si è voluta "classica" e fu anticlassica, retrograda e sterile, come il monumento dedicato al soldato sovietico (traslocato e demolito dopo il 1989) realizzato da Constantin Baraschi o il prodotto diretto dell'architettura stalinista, delle alte costruzioni in Mosca quale la "Casa della Scintilla", opera degli architetti Horia Maicu e Nicolae Badescu. L'occupante sovietico ha imposto non solo modelli estetico-architettonici, ma anche tipologie urbanistiche quali i rioni stalinisti sul Viale Panduri. Nonostante l'obbligo alla "prostituzione" morale e professionale, furono realizzate, usando il linguaggio neoclassico, opere considerevoli dal punto di vista della qualità e del valore quali il Palazzo di Snagov, la facciata verso la Piazza del Palazzo, della Società Immobiliaria, facciata denominata "Palazzo Calcaneo", dell'architetto Richard Bordenache.
All'inizio degli anni '60 il relativo distacco dallo stalinismo e l'allontanamento da Mosca hanno permesso l'abbandono delle forme architettoniche del realismo socialista tentando una nuova sintonizzazione con il moderno, ma con i mezzi materiali sempre più modesti di un paese che si trasformava da un paese ricco e culturalmente progredito in un paese in via di "sottosviluppo", grazie ad un processo socio-politico che, attraverso l'incompetenza e l'indottrinamento, distruggeva materialmente e moralmente ogni cosa e ogni principio. Tuttavia, una delle opere architettoniche più importanti di questo "decennio della speranza" è il Municipio di Baia Mare, realizzato dopo molti anni d'imposto silenzio professionale dall'architetto Mircea Alifanti, pertinente dimostrazione che l'espressionismo è piuttosto "uno stato che uno stile". A questo decennio di parziale distacco dalle influenze sovietiche di vari tipi seguirà, per motivi socio-politici ben definiti, uno strano fenomeno retrogrado, reazionario, di restauro, con dogmatica intransigenza da parte dell'intendenza politico-culturale, dell'idea che l'architettura "arte di stato" deve rispondere agli alti comandamenti di fattura propagandistica e politica dell'epoca d'oro di Ceausescu attraverso l'uso di forme stilistiche il cui linguaggio dovrebbe appartenere allo stile internazionale-accademico-neoclassico. I risultati di tale azione "tipicamente specifica" del mondo totalitario hanno condotto non all'inserimento nella contemporaneità, attraverso l'uso del "citato storico", come "postmoderno", bensì alla realizzazione su scala gigantesca, megalomane, di un semplice e maldestro decalco delle forme neoclassiche, reazionarie per il loro anacronismo e ridondanza. Per l'adempimento di tali ideali, il potere totalitario ha pervaso, corrompendola dall'interno, ogni cosa, attuando uno degli atti più schizofrenici di tutta la storia dell'architettura moderna. Bucarest, "la piccola Parigi", con la sua storia di cinque secoli, è stata vittima di una esperienza retrograda e reazionaria senza paragone per dimensioni e infamia. Questo esperimento ha condotto alla realizzazione, tra le testimonianze più brutali, del viale "Vittoria del Socialismo" e della "Casa del Popolo". (2. continua). Sorin Vasilescu |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.51 del 2/4/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||