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Aristotele e Ayn Rand: per un elogio dell'egoismodi Fabrizio Gualco - 3 aprile 2004 «Io sono io e la mia circostanza, e se non la salvo non salvo neanche me stesso»: Josè Ortega y Gasset sintetizza, con questa frase, la persuasione che la realtà interiore e quella esteriore coesistono all'interno della vita concreta di ogni persona: io sono io ed il mondo che mi circonda, fatto di persone, cose, situazioni. La nostra esistenza non è solo res cogitans, ma anche res drammatica: come tale, rappresenta una missione individuale e quotidiana di cui siamo gli unici titolari. Il realismo di Ortega non può che incontrare il favore di coloro che riconoscono nell'utopismo e nel nichilismo le due facce di una stessa medaglia negativa. Ortega delinea il nostro compito esistenziale come sintesi di libertà, creatività, necessità: ciò richiama ad una visione costruttiva dell'esistenza, in cui l'uomo accetta la propria condizione esistenziale di partenza come il passo fondamentale da cui procedere al fine di migliorare se stesso e ciò che lo circonda. Come si legge nel suo Aurora della ragione storica, vivere in modo realistico e produttivo significa, in altre parole, interpretare in prima persona la vita che ci è data da vivere, portare a buon fine una vita che noi non possiamo trasferire ad altri, come del resto gli altri non possono trasferire a noi la loro. Tutti siamo chiamati ad apporre, quotidianamente, la nostra firma sul tessuto cangiante dell'esistenza. Tutti, nessuno escluso, siamo naturali detentori di una possibilità di bene e di felicità: ma possiamo star bene con gli altri quando stiamo male con noi stessi? Possiamo vivere con positività ciò che ci circonda quando il rapporto con noi stessi è di segno negativo? Possiamo pretendere di amare, stimare, rispettare qualcuno o qualcosa a prescindere dall'amore che riserviamo a noi stessi come persone? Da questo punto di vista, alcuni affermano che si può amare solo nella misura in cui ci si ama. Insomma che è possibile essere autenticamente predisposti ad altro e altri solo nella misura in cui si è egoisti. E' una tesi da prendere in considerazione, soprattutto in tempi come i nostri, in cui istanze anche contraddittorie bussano alla porta della nostra coscienza: se inteso in un certo modo, infatti, l'egoismo può rivelarsi non come debolezza, ma come forza e costituire perciò non un impedimento spirituale, ma un ingrediente fondamentale della vita individuale. L'egoismo può non essere un vizio ma una virtù. Il nesso fra egoismo e virtù ha radici antiche. Aristotele parla dell'egoismo usando il termine philautìa, che può essere tradotto come amore di sé. Nella sua dottrina morale, sviluppata soprattutto nelle pagine dell'Etica nicomachea, il filosofo distingue di esso due forme fondamentali: una negativa e deprecabile, l'altra positiva ed auspicabile. La prima rappresenta l'egoismo dozzinale, fatto di desideri irragionevoli, contraddittori e fondamentalmente distruttivi, che pongono la natura umana al di sotto delle proprie potenzialità annichilendo la sua predisposizione al bene: un'egolatria che culturalmente possiamo incontrare in ciò che ha scritto Max Stirner, teorizzando la figura dell'individuo anarchico e autarchico. La seconda richiama ad un egoismo "costruttivo", esorta all'amore che un essere intelligente riserva a se stesso, nella persuasione che la svalutazione di sé costituisce un danno anche per gli altri (per inciso ricordiamo anche Tommaso d'Aquino, studioso di Aristotele, che nella sua Summa - S. Th., II, II, q. 26, a. 4 - afferma che l'uomo deve amare Dio sopra ogni cosa e, dopo Dio, se stesso prima di ogni cosa). Questa seconda forma, ai giorni nostri, trova voce in Ayn Rand, saggista e scrittrice americana il cui pensiero si ispira proprio al realismo ontologico del filosofo greco. Le coordinate dell'etica aristotelica permettono alla Rand di rielaborare una concezione non convenzionale dell'egoismo e di riproporre una linea morale a tratti provocatoria, ma indubbiamente antimoralistica. Come osserva Nicola Iannello, uno dei massimi esperti italiani delle tesi randiane, il nesso tra egoismo e virtù si ritrova in entrambi, poiché in entrambi «la cura di sé è un compito morale dell'individuo che coinvolge la parte più elevata della personalità e procura l'autentico bene tanto del singolo che della comunità». Secondo Ayn Rand la prima forma di responsabilità dev'essere esercitata nei confronti della propria persona. Uno dei principi cardinali della sua filosofia è che «ogni essere umano vivente è un fine in sé, non il mezzo per i fini o il benessere degli altri»: dunque, «l'uomo deve vivere per il proprio interesse, senza sacrificare se stesso agli altri né sacrificando gli altri a se stesso. Vivere per il proprio interesse significa che il raggiungimento della propria felicità è il più alto scopo morale dell'uomo» (Cfr. Ayn Rand, La virtù dell'egoismo, a cura di Nicola Iannello, Liberilibri, Macerata 1999). Come ho già scritto precedentemente ("A proposito di Ayn Rand"), per la scrittrice americana l'obbligo morale non si realizza mai attraverso un'obbedienza passiva e inconsapevole nei confronti di una prescrizione astratta, bensì attraverso la partecipazione dell'individuo cosciente di sé, nel rispetto dell'individualità altrui. A partire da ciò, la ricerca della propria felicità non può passare su strade diverse da quelle che possiamo tracciare noi stessi. Ma essere egoisti, per la Rand, non significa pensare ed agire in base alla logica del "lo voglio-lo faccio": chi agisce in tal modo si rende schiavo di istanze irrealistiche o utopiche che non tarderanno a compromettere la qualità concreta della sua vita. Le nostre aspirazioni "egoistiche", al contrario, devono possedere il pregio della costruttività, della saggezza pratica che, sviluppandosi nell'individuale, fa i dovuti conti con il reale. Il radicamento dell'individuo nel mondo è accompagnato dal radicamento dell'individuo in se stesso: in caso contrario la felicità altro non sarà che illusione, motivo di amarezza, come illusoria e amara è la felicità di chi finisce per negare la propria persona in nome di un altruismo fondato su prescrizioni astratte. L'avversione che Ayn Rand esprime è tale soprattutto nei confronti di ciò che l'individuo concreto subisce come ingerenza morale astratta. Il moralismo è la negazione della morale poiché, direttamente o meno, comporta l'abdicazione alla facoltà di giudizio autonomo, negando al contempo l'identità, della libertà e della creatività personali. In questo senso, la conoscenza di noi stessi e del mondo che ci circonda non è solo strumentale: non si conosce solo per fare, ma anche per comprendere ciò che si fa. Le norme che risultano incomprensibili, quelle che implicitamente chiedono di essere rispettate, ma non di essere capite, provocano un effetto coercitivo sulla vita dell'individuo, generando frutti amari. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare, che il discorso morale può esistere solo quando esiste la possibilità di scelta consapevole. «Amare significa attribuire valore [...] l'uomo che non dà valore a se stesso non può dar valore a nulla né a nessuno» (La virtù dell'egoismo, cit., p.35) E niente o nessuno può essere colto nel suo valore, se il prezzo che gli viene richiesto è la negazione della propria personalità. Il bene si persegue attraverso un impegno costante e concreto in cui l'individuo è il primo protagonista, non attraverso sacrifici inutili che portano alla spersonalizzazione. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.51 del 2/4/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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