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Il delirio totalitario: la città cancellataLa sovietizzazione urbanistica di Bucarest, metropoli sacrificata ai disegni criminali di un'ideologia sanguinariadi Sorin Vasilescu - 9 aprile 2004
L'architettura, quale principale strumento della rappresentazione dello stato, ha cambiato "il significato ed il significante" diventando il principale strumento della "propaganda visuale", generando così l'Arte di stato. Ma l'Architettura arte di stato significa architettura totalitaria. E questa architettura totalitaria si è pienamente compiuta nella capitale della Romania, Bucarest, ed in alcuni villaggi del paese, aggredendo profondamente il vero settore della spiritualità rappresentato dalla "memoria" perenne.
Il grande viale della Vittoria del Socialismo rappresenta la via delle parate militari immaginarie e tristemente reali avendo come meta e sfondo prospettico la "Casa del Popolo", forma architettonica "aulica" apparsa nel contesto degli anni '80. Espressione plenaria delle aspirazioni e dei complessi di inferiorità del potere totalitario, dettata sino ai minimi dettagli dalla coppia presidenziale semianalfabeta, la Casa del Popolo ha come significato la messa in opera di alcuni dei lumpen-ideali finalizzati al servizio esclusivo del potere. Opera afunzionale e assurda, la Casa del Popolo è l'abietto sostituto di uno dei maggiori e significativi simboli della città di Bucarest, l'ex Corte Principesca, conosciuta sotto il nome di Corte Bruciata. In realtà è una ossessione del totalitarismo che tenta di "legittimarsi" attraverso l'architettura, fatto che ha condotto verso una costruzione astilistica, aculturale e soprattutto amorale, realizzata a scala gigantesca, megalomane, come avrebbe detto Speer, e che per le sue dimensioni è la seconda costruzione del XX Secolo dopo il Pentagono americano. Dal punto di vista estetico, la cacofonia architettonica, l'insicurezza linguistica toccano il kitsch attraverso citati postmoderni controllati "balcanicamente" ed adattati all'acultura del mondo totalitario romeno. Per la realizzazione di tale aberrazione architettonica totalitaria di seconda generazione, alla città di Bucarest fu amputata, come abbiamo ricordato, una superficie della città antica equivalente a quella di Venezia, con la netta intenzione di cancellare la memoria urbana, di creare una "meta-realtà" in cui i termini di riferimento fossero la nuova realtà (paranoica) di Ceausescu. Della autentica antica città, ricca di significato, in cui gli eroi di Mateiu Caragiale erano quasi sempre presenti, è rimasto solo il ricordo.
Con uno sforzo inimmaginabile si è tentato di sostituire l'antica città con quella nuova in cui diventasse impossibile ogni tipo di legame con il passato. Sono state effettuate operazioni complesse di demolizione totale, parziale o di trasloco e di "mascheramento" con le così dette cache église (nascondi la chiesa) che hanno avuto come oggetto zone residenziali, monumenti d'arte, monasteri, chiese. Il trasloco di alcuni documenti, atto difficile dal punto di vista tecnico, è stato usato quale strumento propagandistico per presentare all'opinione pubblica nazionale ed internazionale "la cura del partito per i valori del passato"; in essenza, tale azione bramata e sottile ha avuto come obiettivo ultimo il cambiamento del "significato" e del "significante" dei monumenti non attraverso la loro distruzione fisica, ma attraverso la distruzione dello spazio architettonico circostante. Furono "sradicate" e traslocate: le Chiese Olari (Mosilor), Sant'Elia (Rahovei), il Nido con la Cicogna (Berzei), la splendida Chiesa del Monastero Mihai Voda, chiesa simbolica costruita dal Principe che ha unito per la prima volta i tre Principati Romeni nell'anno 1600. Il monastero è stato totalmente demolito, mentre la Chiesa ed il campanile furono traslocati per duecento metri in basso alla collina che li ha ospitati per quattro secoli per nasconderli ulteriormente nel cortile di servizio di alcuni palazzi con abitazioni. Il Convento delle Sorelle (Schitul Maicilor) ha avuto la stessa sorte: il monastero fu demolito integralmente, mentre la Chiesa traslocata ed abbandonata in un luogo anonimo della nuova città.
Bucarest è diventata un "paziente" del totalitarismo comunista, sottoposto ad un intervento chirurgico di grandi dimensioni, fatto da fratelli "collaborazionisti" che hanno confuso coscientemente la chirurgia con la macellazione. Essi furono soltanto "la man che ubbidisce all'intelletto", un intelletto tuttavia profondamente anti-intellettuale rappresentato da un intero apparato ideologico-organizzativo di repressione, prodotto di un partito unico che voleva confondersi con lo stato e che si auto-rappresentava attraverso l'immagine pseudo-carismatica dell'essenza della personalità collettiva, il capo supremo. Attraverso il suo ideale, mai confessato, ma facilmente decifrabile, e cioè di annullare irrevocabilmente qualunque forma di memoria architettonica, l'esperienza urbanistico-architettonica della così detta epoca d'oro di Ceausescu ha creato, grazie all'arte di costruire, uno strumento efficace per la propaganda del potere che, anzichè conferire alle aspirazioni formali ed alle necessità sociali specifici "abiti" nuovi contemporanei, ha offerto una divisa fuori moda, prodotta dalla pseudo-estetica del potere totalitario assoluto che ha corrotto in modo assoluto.
Il nuovo centro civico di Bucarest, composto dal viale Vittoria del Socialismo e la Casa del Popolo, è un opera non post-moderna, così come alcuni degli architetti collaborazionisti hanno tentato di considerare, ma piuttosto eclettico-neoclassica, o per meglio dire un miscuglio di bizzarria e abietto, di kitsch e neoclassico. C'è tuttavia neoclassico e neoclassico; si tratta in questo caso di un neoclassico anacronistico ed a buon ragione Bruno Zevi affermava: «Chi parla oggi di neoclassico si sporca le mani». Nell'ingenua speranza che i fatti di natura cancerogena che hanno colpito la città di Bucarest negli anni '80, una volta conosciuti nella loro assurda e abietta infamia, non si ripetano più, è forse opportuno chiudere questo capitolo dedicato alla storia dell'architettura contemporanea romena con le parole di Karl Jaspers: «Ciò che è successo costituisce un avvertimento. Dimenticare significa diventare colpevole. Dobbiamo ricordarcene costantemente». La caduta del sistema comunista, dopo gli eventi del 1989, ha condotto negli ultimi anni, con le difficoltà inerenti alla transizione, verso la reintegrazione dell'architettura romena sulla via della normalità non priva di pericoli specifici alla crisi generale della cultura moderna. Sorin Vasilescu |
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Ragionpolitica, periodico on line n.52 del 9/4/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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