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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il delirio totalitario: la città cancellata

La sovietizzazione urbanistica di Bucarest, metropoli sacrificata ai disegni criminali di un'ideologia sanguinaria

di Sorin Vasilescu - 9 aprile 2004

BucarestIn Romania, il sistema totalitario, considerato una mutazione al limite del patologico apparso a livello della relazione reciproco-biunivoca tra stato e potere, ha generato negli ultimi due decenni una nuova forma di ri-modellatura delle coscienze attraverso "l'architettura". Si considerava che l'esperienza architettonica interbellica fascista, nazista e stalinista non poteva ripetersi più alla fine del XX Secolo e che l'architettura totalitaria sarebbe diventata solo una pagina di storia. Invece, con una incredibile perversità e con un'informazione specializzata che suscita quasi invidia, in Romania fu data all'architettura totalitaria una nuova interpretazione, potendo così parlare di un totalitarismo della seconda generazione megalomane ed assurdo, destinato a cancellare qualunque elemento della "memoria architettonica".

L'architettura, quale principale strumento della rappresentazione dello stato, ha cambiato "il significato ed il significante" diventando il principale strumento della "propaganda visuale", generando così l'Arte di stato. Ma l'Architettura arte di stato significa architettura totalitaria. E questa architettura totalitaria si è pienamente compiuta nella capitale della Romania, Bucarest, ed in alcuni villaggi del paese, aggredendo profondamente il vero settore della spiritualità rappresentato dalla "memoria" perenne.

BucarestLe operazioni del tanto discusso "sventramento di Roma" del periodo mussoliniano svaniscono di fronte alle gigantesche dimensioni del viale "Vittoria del Socialismo", asse trionfale che taglia diametralmente la città, dividendola in due parti ed avendo nelle zone più "strette" una larghezza superiore ai cento metri. Per la realizzazione di questo nuovo centro politico-amministrativo furono demolite più di quarantamila costruzioni: abitazioni, edifici amministrativi, monumenti d'arte e culturali, monasteri e chiese che rappresentavano, per la realtà romena, valori inestimabili. La superficie demolita è pari a quella di Venezia. Questo asse, piantato brutalmente nel cuore della città, fu concepito volutamente come generatrice del vuoto urbano, tanto caro all'urbanistica totalitaria, provocando alla città una ferita che ha lasciato una cicatrice incancellabile.

Il grande viale della Vittoria del Socialismo rappresenta la via delle parate militari immaginarie e tristemente reali avendo come meta e sfondo prospettico la "Casa del Popolo", forma architettonica "aulica" apparsa nel contesto degli anni '80. Espressione plenaria delle aspirazioni e dei complessi di inferiorità del potere totalitario, dettata sino ai minimi dettagli dalla coppia presidenziale semianalfabeta, la Casa del Popolo ha come significato la messa in opera di alcuni dei lumpen-ideali finalizzati al servizio esclusivo del potere. Opera afunzionale e assurda, la Casa del Popolo è l'abietto sostituto di uno dei maggiori e significativi simboli della città di Bucarest, l'ex Corte Principesca, conosciuta sotto il nome di Corte Bruciata. In realtà è una ossessione del totalitarismo che tenta di "legittimarsi" attraverso l'architettura, fatto che ha condotto verso una costruzione astilistica, aculturale e soprattutto amorale, realizzata a scala gigantesca, megalomane, come avrebbe detto Speer, e che per le sue dimensioni è la seconda costruzione del XX Secolo dopo il Pentagono americano.

Dal punto di vista estetico, la cacofonia architettonica, l'insicurezza linguistica toccano il kitsch attraverso citati postmoderni controllati "balcanicamente" ed adattati all'acultura del mondo totalitario romeno. Per la realizzazione di tale aberrazione architettonica totalitaria di seconda generazione, alla città di Bucarest fu amputata, come abbiamo ricordato, una superficie della città antica equivalente a quella di Venezia, con la netta intenzione di cancellare la memoria urbana, di creare una "meta-realtà" in cui i termini di riferimento fossero la nuova realtà (paranoica) di Ceausescu. Della autentica antica città, ricca di significato, in cui gli eroi di Mateiu Caragiale erano quasi sempre presenti, è rimasto solo il ricordo.

BucarestL'idea leninisto-stalinista della lotta di classe considerata stimolo della storia è stata interpretata con "originalità" in altra chiave, in chiave architettonica. Ma non la lotta tra le classi sociali, ma la lotta tra la città nuova, rappresentante dell'unicità della società "complessivamente sviluppata" ("multilateral dezvoltata"), e l'antica città, condannata alla damnatio memoriae, nella quale è stato dato scientemente l'impulso di un'azione analoga, mutatis mutandis, a quella dei khmeri rossi. Il genocidio è del tutto simile.

Con uno sforzo inimmaginabile si è tentato di sostituire l'antica città con quella nuova in cui diventasse impossibile ogni tipo di legame con il passato. Sono state effettuate operazioni complesse di demolizione totale, parziale o di trasloco e di "mascheramento" con le così dette cache église (nascondi la chiesa) che hanno avuto come oggetto zone residenziali, monumenti d'arte, monasteri, chiese. Il trasloco di alcuni documenti, atto difficile dal punto di vista tecnico, è stato usato quale strumento propagandistico per presentare all'opinione pubblica nazionale ed internazionale "la cura del partito per i valori del passato"; in essenza, tale azione bramata e sottile ha avuto come obiettivo ultimo il cambiamento del "significato" e del "significante" dei monumenti non attraverso la loro distruzione fisica, ma attraverso la distruzione dello spazio architettonico circostante.

Furono "sradicate" e traslocate: le Chiese Olari (Mosilor), Sant'Elia (Rahovei), il Nido con la Cicogna (Berzei), la splendida Chiesa del Monastero Mihai Voda, chiesa simbolica costruita dal Principe che ha unito per la prima volta i tre Principati Romeni nell'anno 1600. Il monastero è stato totalmente demolito, mentre la Chiesa ed il campanile furono traslocati per duecento metri in basso alla collina che li ha ospitati per quattro secoli per nasconderli ulteriormente nel cortile di servizio di alcuni palazzi con abitazioni. Il Convento delle Sorelle (Schitul Maicilor) ha avuto la stessa sorte: il monastero fu demolito integralmente, mentre la Chiesa traslocata ed abbandonata in un luogo anonimo della nuova città.

BucarestAllo stesso modo, sono state demolite totalmente numerose chiese: Alba Postavaru, Spirea Noua, Sfantul Spiridon Vechi, Sfanta Vineri. Tuttavia il delitto massimo, abominevole, è stato la demolizione totale e gratuita del Monastero Vacaresti, una delle più rappresentative opere d'arte ed architettoniche del Principato Romeno, distrutto benchè non si trovasse nella zona del nuovo centro politico-amministrativo. Costruzione di ampie dimensioni, sintesi della nostra architettura, fu demolita nonostante le nostre disperate proteste e gli ampi lavori di restauro avviati dieci anni prima. Restano solo i ricordi: il più grande monastero, la più grande chiesa, un magnifico e raffinato palazzo principesco, gli affreschi di eccezionale valore. Tali sacrilegi furono commessi non per creare uno spazio vuoto dedicato all'inserimento di un altro nuovo, ma per la sostituzione totale della memoria storica con un falso assoluto.

Bucarest è diventata un "paziente" del totalitarismo comunista, sottoposto ad un intervento chirurgico di grandi dimensioni, fatto da fratelli "collaborazionisti" che hanno confuso coscientemente la chirurgia con la macellazione. Essi furono soltanto "la man che ubbidisce all'intelletto", un intelletto tuttavia profondamente anti-intellettuale rappresentato da un intero apparato ideologico-organizzativo di repressione, prodotto di un partito unico che voleva confondersi con lo stato e che si auto-rappresentava attraverso l'immagine pseudo-carismatica dell'essenza della personalità collettiva, il capo supremo.

Attraverso il suo ideale, mai confessato, ma facilmente decifrabile, e cioè di annullare irrevocabilmente qualunque forma di memoria architettonica, l'esperienza urbanistico-architettonica della così detta epoca d'oro di Ceausescu ha creato, grazie all'arte di costruire, uno strumento efficace per la propaganda del potere che, anzichè conferire alle aspirazioni formali ed alle necessità sociali specifici "abiti" nuovi contemporanei, ha offerto una divisa fuori moda, prodotta dalla pseudo-estetica del potere totalitario assoluto che ha corrotto in modo assoluto.

BucarestIl nuovo centro politico-amministrativo della Romania socialista, nella variante Ceausescu, è l'immagine di un'opera che con profonda efficacia perversa nasconde un vero agrammatismo realizzando, come affermava il professor Jacques Gubler durante i lavori del Seminario di Vicenza (1988) dedicato ai totalitarismi degli anni '30 «la copulazione tra i complessi di inferiorità del potere semi-analfabeta e il surrogato di una ideologia neoclassica».

Il nuovo centro civico di Bucarest, composto dal viale Vittoria del Socialismo e la Casa del Popolo, è un opera non post-moderna, così come alcuni degli architetti collaborazionisti hanno tentato di considerare, ma piuttosto eclettico-neoclassica, o per meglio dire un miscuglio di bizzarria e abietto, di kitsch e neoclassico. C'è tuttavia neoclassico e neoclassico; si tratta in questo caso di un neoclassico anacronistico ed a buon ragione Bruno Zevi affermava: «Chi parla oggi di neoclassico si sporca le mani».

Nell'ingenua speranza che i fatti di natura cancerogena che hanno colpito la città di Bucarest negli anni '80, una volta conosciuti nella loro assurda e abietta infamia, non si ripetano più, è forse opportuno chiudere questo capitolo dedicato alla storia dell'architettura contemporanea romena con le parole di Karl Jaspers: «Ciò che è successo costituisce un avvertimento. Dimenticare significa diventare colpevole. Dobbiamo ricordarcene costantemente».

La caduta del sistema comunista, dopo gli eventi del 1989, ha condotto negli ultimi anni, con le difficoltà inerenti alla transizione, verso la reintegrazione dell'architettura romena sulla via della normalità non priva di pericoli specifici alla crisi generale della cultura moderna.

Sorin Vasilescu

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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