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Clemente Rèbora: la poetica del Cristo Crocifisso e risorto

di Raffaele Iannuzzi - 9 aprile 2004

Clemente Rèbora (Milano 1885 - Stresa 1957) è un caso quasi ideale di grande convertito alla fede cattolica. La fede, in Rèbora, divenne poetica e senso mistico delle cose e della vita. Rèbora inizia a collaborare alla Voce, grande rivista letteraria del primo Novecento, presso cui pubblica nel 1913 i Frammaneti lirici. Partecipa alla Prima guerra mondiale, derivandone un grave trauma nervoso diagnosticato come "mania dell'eterno"; a quel periodo risalgono alcuni dei suoi testi più densi ed acuminati. Questa cosiddetta "mania dell'eterno", in realtà, è l'anticamera del suo incontro con Cristo, il Maestro dell'anima, per questo grande poeta, ed il Salvatore Crocifisso.

I Canti anonimi (1922) costituiscono un primo forte segnale di quella crisi spirituale che lo porterà alla conversione vera e propria al cattolicesimo. Ogni crisi è, per dirla con la ultramillenaria sapienza cinese, la polarità-complementarità di distruzione ed opportunità, cioè esiste dentro il nucleo oggettivo della crisi la dinamica del rischio e dell'opportunità, Ying e Yang. Clemente riuscì a vedere oltre l'abisso della disperazione, che forse gli avrebbe corroso l'anima, ed oltre il tunnel del nulla, vide che c'era la figura divina-umana di Cristo. Si fece rosminiano e divenne un sacerdote mistico e grande padre spirituale; la sua poetica si tradusse, nel tempo, sempre più decisamente in teologia in versi. Scrisse anche un libretto, straordinario ed originalissimo, sul grande fondatore dei Rosminiani, appunto il Rosmini. Entrato nei Rosminiani, fece un digiuno letterario e poetico di circa vent'anni, sino ai Canti dell'infermità ed al Curriculum vitae, frutto di una elevatissima maturazione artistica.

Rèbora, a differenza di altri celebri convertiti del Novecento, penso in primo luogo a Papini, fu un lucido scrittore, con accenti teologici molto raffinati, ed un poeta di primissimo piano. Mentre Papini rimase sempre un corsaro della scrittura, un saggista scapigliato ed un po' arruffone, stilisticamente mediocre, per quanto sempre sincero nei toni e nelle intenzioni; Rèbora, per contro, crebbe costantemente fino a toni poetici di tonalità pari ad un Meister Eckhart, con in più un senso del Mistero dell'Incarnazione più delineato e presente.

Cito qui alcuni versi di Rèbora al fine di documentare la lettura di un poeta equilibrato e, insieme, mistico, capace di una poesia controllata ed a tratti severa, ascetica.

Il sacerdote

"Il sacerdote è come vetta pura
Che dà l'altezza al monte dei Cristiani:
Più presso è al ciel, ma in solitudin dura.

"Il sacerdote è come una radice
Che stilla e spreme la linfa nascosta
Perché dia frutto la pianta felice.

"Il sacerdote è come ombra al sole
Che segna e segue il moto della luce,
Luce che è Cristo in opere e parole.

"Il sacerdote è come Cristo a Cena:
Ringrazia Iddio, benedice e porge
La vita eterna; e si addossa ogni pena

"Il sacerdote cosa possa o sia,
Non sa; come ardirebbe far di Dio
Cibo alle anime? Oh Santa Eucaristia!

"Il sacerdote splende nella Messa:
Offrendo al Padre il Figlio del perdono
Con Lui s'immola, e in Lui, dono e promessa".

I temi sono intensamente mistici e spirituali: il sacerdote come tramite tra Cristo e la salvezza; Cristo come Luce; l'anima individuale come ricettacolo della grazia. Rèbora scarnifica fino all'osso la sua poetica e si fa mistico prezioso e classico. Altri versi confermano questa sua innata attitudine mistica:

"Viene il tuo Regno: c'è già nell'attesa:
Ma ti preghiam che avvenga! Non più lutto!
Uni con te, Gesù, per fede accesa,
Sino al tuo giorno, in cui Dio sia tutto".

La splendida Via Crucis scritta dal nostro poeta-mistico è un capolavoro di sintesi teologica ed asciuttezza poetante; l'intero itinerario poetico di Rèbora è destinato alle vette della vita mistica: la semplicità, cioè la vita nella fede pura in Gesù, nel qui e ora.

Chiudo con l' invocazione più originaria che possa darsi, il bacio di un bambino alla verità, madre della vita. Tutti i grandi arrivano alla semplicità assoluta, tanto da apparire infanti, bambini, senza-parole e complessità di sorta; invero sono luci che brillano nel deserto della vita, profeti del Dio che, qui ed ora, ci salva abbracciando ogni nostra speranza, e allora la perla dell'anima è appunto l' invocazione, questa invocazione:

Regina del Santissimo Rosario,
fà ch'io viva di amore sul Calvario.

L'estremo sacrificio di Cristo annuncia ad ogni uomo la salvezza imminente; la poesia mistica cerca nelle parole la carne dell'ultimo grido dell'Agnello Innocente sulla Croce e, quando trova il punto esatto dell'invocazione, diventa indimenticabile sospiro di verità.

! Raffaele Iannuzzi
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  • la luce - di angiolina - 14 novembre 2006 21:14
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