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La pericolosità di insegnanti immaturi

di Pietro De Leo - 17 aprile 2004

Ho un pesante dubbio sull'efficienza della nostra scuola. La Moratti non c'entra. C'entra la storia o, meglio, la possibilità che viene data ai ragazzi di capirla, di acquisirla, per utilizzarla come bussola lungo tutta la vita. A Milano l'assessore provinciale all'Istruzione vuole intitolare l'Aula magna di un Liceo, il Carducci, a Sergio Ramelli. Non si può, hanno risposto alcuni professori, sostenuti da molti studenti. Ramelli non era un uomo di cultura, che ragione ci sarebbe per intitolargli un'aula magna?

Già, Ramelli non era un uomo di cultura, né ha scoperto un vaccino, né ha scalato l'Everest. Non ha avuto il tempo di farlo, visto che è stato ucciso a neanche diciannove anni, dopo aver subito un'aggressione sotto casa sua, a colpi di spranga. Era un militante (non estremista) di destra, fervente anticomunista, e questa fu la sua colpa, la sua condanna a morte. Prima di morire subì le peggiori angherie, a scuola venne tormentato da tutti, con la complice omertà degli insegnanti, e cambiò istituto per cercare di scrollarsi dalle spalle il peso di tutti gli attacchi e le violenze. Ma non è valso a nulla, ormai era segnato e doveva pagare.

Il prossimo anno saranno trent'anni dalla sua morte. E ancora la scuola non è cresciuta, ancora gli insegnanti non sono cresciuti. Così trincerati dietro l'ideologia, dietro la concezione di una storia che non ammette revisione e che vede ancora morti di serie A e morti di serie B. Antiche tragedie che tornano sempre buone per attaccare l'avversario politico di turno e tragici episodi esemplari che, invece, è meglio celare, chiudere nel baule per non creare dibattito, perché il dibattito vuol dire mettersi in discussione. Ramelli non è stato un uomo di cultura, ma guardando la sua targa commemorativa, quei ragazzi potrebbero capire una cosa fondamentale: che la libertà non è un astrattezza, ma una componente della vita, concreta e necessaria. E se non c'è libertà non c'è la possibilità di coltivare le proprie passioni, di abbracciare una corrente politica nel rispetto verso gli altri, se non andando incontro alle ghettizzazioni, alle aggressioni e, purtroppo, in certi casi anche alla morte.

Quanto avrebbero bisogno, i nostri studenti, di capire il senso della libertà! Sono passati trent'anni, ma la logica nella scuola pubblica è sempre quella, seppur molto più blanda nei toni. Molti professori scambiano ancora la cattedra per un pulpito da cui inscenare comizi politici e gli studenti sono costretti ad abbracciarne il verbo. Guai a stare dalla parte sbagliata. Molti ragazzi sono scontenti, perché impauriti di essere additati e derisi e, pur avversando certe situazioni, non possono combatterle. Perché si scontrerebbero contro un sistema. Fatto da professori militanti dai loro studenti protetti, che possono permettersi il lusso di fare il buono e il cattivo tempo ad assemblee, occupazioni ed altre iniziative.

Una componente fondamentale della maturità dei nostri studenti dovrebbe essere la tolleranza, il confronto dialettico, specie in questo momento di rinascita degli estremismi, sia politici sia religiosi. La tolleranza non è innata, ma si forma partendo dall'accettare la compresenza di altri schemi culturali e di altri approcci alla realtà. Ma non è assolutamente così, per la grettezza di certi insegnati. Se chi dovrebbe guidare i giovani nel loro cammino è il primo a rifiutare la relatività delle proprie idee, è la morte della tolleranza e della libertà. E' un problema grave, e chi crede nella libertà come valore assoluto ha il dovere di sollevarlo ed avvicinarlo all'opinione pubblica.

Affinchè la scuola sia veramente un luogo di crescita. Perché sacrifici come quello di Sergio Ramelli (e molti altri ragazzi) non siano vani, e la sua targa non sia un potenziale bersaglio di sfregi ed atti offensivi che ribadiscano la presenza di un contrasto politico. Ma sia invece un modo per indurre tutti i ragazzi, di destra e sinistra, a non vedere più in lui un alleato o un avversario, ma soltanto un ragazzo che aveva una propria formazione e delle proprie idee e le rivendicava senza far male a nessuno. Per queste è stato barbaramente ucciso.

! Pietro De Leo
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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