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6 marzo 2008
 
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Cambogia: la memoria di un genocidio

di Anna Bono - 17 aprile 2004

Il 17 aprile 1975 i Khmer rossi guidati da Pol Pot, il cui vero nome era Saloth Sar, si impadronivano della capitale della Cambogia, Phnom Penh, mettevano fine alla Repubblica Khmer del generale Lon Nol e instauravano un nuovo regime, la Kampuchea democratica, destinato a durare poco meno di quattro anni durante i quali, per realizzarne gli ideali, sterminarono più o meno un terzo della popolazione, vale a dire da due a tre milioni di persone per la gran parte morte di fame, di malattie, torture, fatica e crepacuore.

La versione khmer dell'uomo nuovo comunista fu realizzata per prima cosa svuotando le città di tutti i loro abitanti in 48 ore. Poi, nei campi di lavoro e di rieducazione nei quali erano stati deportati, i cambogiani impararono i comandamenti del "Fratello numero uno", così si fece chiamare Pol Pot. Mentre il paese veniva chiuso a ogni contatto esterno, furono decretate l'abolizione del denaro e della proprietà privata - non solo dei mezzi di produzione ma di qualunque bene e oggetto d'uso - la proibizione di qualsiasi rapporto e sentimento personale, inclusi quelli familiari, e l'obbligo della vita comunitaria e del lavoro manuale e collettivo: "manuale" nel senso più letterale del termine, vale a dire svolto a mano con un apporto tecnologico minimo.

«Per il delitto di parlare inglese sono stato arrestato dai khmer rossi e trascinato, con la corda al collo zoppicante e barcollante, nella prigione di Kach Roteh, nei pressi di Battambang». Così ricorda la sua prigionia Kassie Neou, oggi direttore dell'Istituto cambogiano dei diritti umani. «Non era che l'inizio. Sono stato incatenato insieme a tutti gli altri prigionieri, con i ferri che mi tagliavano la pelle. Le caviglie ne portano ancora i segni. Sono stato torturato a più riprese, per mesi. L'unico sollievo lo provavo quando svenivo. Ogni notte le guardie facevano irruzione e chiamavano i nomi di uno, due o tre prigionieri. Li portavano via, e non li rivedevamo più: venivano assassinati su ordine dei khmer rossi. Per quanto ne so, sono uno dei rari prigionieri usciti vivi da Kach Roteh, un vero campo di tortura e di sterminio. Sono sopravvissuto unicamente grazie alla mia capacità di raccontare le favole di Esopo e storie di animali della tradizione khmer agli adolescenti e ai bambini che ci facevano da guardiani».

Questa testimonianza è riportata in Il libro nero del comunismo (di Stéphane Courtois, Mondadori, 1998, p. 576). L'immagine che evoca è quasi insopportabile: dei bambini capaci di seviziare e uccidere, eppure raccolti attorno alla loro vittima ad ascoltar fiabe, forse di sera, accanto al fuoco; e forse qualcuno di loro, che pure non temeva dolore e morte, aveva paura del buio e al calare della notte guardava inquieto gli angoli oscuri delle stanze.

I khmer rossi ottennero un seggio alle Nazioni Unite e lo mantennero per anni. L'istituzione di un tribunale speciale per giudicarne i crimini è stata approvata dall'Assemblea generale ONU soltanto il 13 maggio 2003 e ancora manca la ratifica del parlamento cambogiano per procedere alla sua realizzazione.

Dal 1985 il governo cambogiano è presieduto da un ex khmer rosso, Hun Sen. Per «scongiurare il pericolo di una nuova guerra civile» Hun Sen ha lasciato in libertà i suoi vecchi compagni di lotta, persino quelli ai vertici della gerarchia come Khieu Samphan, che fu capo di Stato, portavoce e leader ufficiale delle milizie di Pol Pot, e Nuon Chea, che fu l'ideologo del regime ed era chiamato "Fratello numero due".

Libero è vissuto ed è morto all'età di 73 anni - il 15 aprile 1998 - anche Pol Pot. L'ultima immagine dell'uomo che progettò di lasciare in vita soltanto un milione di cambogiani, considerando gli altri un ostacolo alla costruzione della sua Kampuchea, che aveva vietato la vita familiare e che aveva condannato come degenerazione occidentale l'amore, l'amicizia e qualsiasi comportamento individuale, è quella di un anziano che percorre un sentiero in mezzo alla foresta appoggiandosi alla spalla di un ragazzo: un atteggiamento che, ai suoi tempi, sarebbe costato la vita sia al giovane che all'anziano, colpevoli entrambi di un sentimento di reciproca confidenza inammissibile. Alcuni mesi prima di morire, per la prima volta dopo 18 anni, accettò di essere intervistato dal giornalista americano Nate Thayer; gli disse: «lei adesso può guardarmi in faccia: sono forse un selvaggio? La mia coscienza è pulita».

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.53 del 17/4/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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