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La Passione di Cristo

di Francesco Natale - 17 aprile 2004

La Passione di CristoFinalmente lo abbiamo visto, il film dell'anno, il primo in classifica: "La Passione di Cristo" di Mel Gibson. Ed ora ne possiamo parlare a ragion veduta. Sapevamo (o meglio: credevamo di sapere) già tutto o quasi tutto, dato l'imponente battage mass-mediatico, a favore o contro.

Ma come sempre accade per le cose riportate, il film è stata una vera sorpresa, in primo luogo da una punto di vista filmico: la regia è molto pulita, priva di sbavature e denota un controllo totale sui vari elementi della "sacra rappresentazione", così come il montaggio, incisivo ed efficace. Particolarissima è la sensazione che comunicano allo spettatore gli attori: in molti film, se i protagonisti sono veri professionisti, possiamo cogliere la perfetta adesione alla logica del personaggio che può essere definito a tutto tondo. Ma qui c'è un valore aggiunto: cioè un'adesione così integrale alla sfumatura emotiva e psicologica di ogni singolo personaggio da trasformare persino Monica Bellucci in una Maddalena veritiera e credibile. Possiamo veramente parlare di metànoia, di trasformazione e di cambiamento come se l'interpretazione del ruolo non sia scivolata sulla superficie dell'attore ma abbia, in un certo qual senso, aperto squarci dentro la personalità di ciascuno.

E poi la coralità che nasce non solo dalla recitazione pausata e ben coordinata, così come avviene nel teatro, ma da un afflato emotivo in cui ciascuno degli attori e coinvolto con la particolare nota del proprio linguaggio e della propria parte, dalle diversità graduate e composte che creano un quadro generale armonioso e drammatico insieme, il tutto sotto il segno della essenzialità.

La Passione di CristoNon c'è nulla di superfluo in questo film, nulla di esagerato. Ma non in nome di una preconcetta e astratta concezione dell'equilibrio e della sagace divisione delle parti, bensì da un'intima adesione al fatto, alla realtà. Il disegno è già tutto dentro la realtà e il regista non ha fatto altro che renderlo visibile, percepibile, trasformarlo in immagine vivente.

Perché questo film ha anche qualcosa di speciale e di diverso. Tutti noi, da bambini o già adulti, ci siamo entusiasmati per "Ben Hur", "I Dieci Comandamenti" o "La Tunica". Sono film che privilegiano la narrazione fluente, che ci catturano per la grandiosità delle immagini, per la bellezza edificante della storia. Ne "La Passione di Cristo" non c'è niente di edificante, niente di agiografico, niente del "kolossal".

C'è il fatto nudo e crudo, c'è l'avvenimento, c'è una storia, o meglio "la Storia". Lo spettatore, credente o ateo, capace di guardare o renitente e timoroso di fronte alla violenza è, comunque, sbattuto di fronte ad una realtà non edulcorata, ma brutale. Ed è un fatto che smuove dall'interno: ci può essere commossa adesione, rifiuto-rifugio, irrisione, difesa, ma mai indifferenza. Per questo il film è bello ed è valido.

La "gente" non è mai stupida: capisce. E ha capito che questo film trasmette un messaggio potente attenendosi semplicemente ad una narrazione veritiera, quella di Matteo. Un messaggio che può inorridire oppure obbligarci a credere, che può sollecitare la nostra intelligenza a vagliare, a indagare, a misurarsi con un mistero che ha, comunque segnato il corso della Storia.

Come può un Dio, in sé perfetto e compiuto, venire a cercare l'uomo, offrirgli il perdono per i suoi peccati, morire di una morte infamante e atroce, soffrire in maniera inimmaginabile nella Carne e nello Spirito? Tutte le religioni presentano la divinità come imperturbabile. Ma qui parliamo di un Dio che si fa bambino e viene a mendicare il nostro amore. Soffre la solitudine, l'abbandono, l'incomprensione anche dei suoi. E'abbandonato nelle mani dei peccatori. Eppure è puro e innocente. Certo: anche Socrate e Gandhi lo erano, ma Cristo oltre che vero Uomo è vero Dio.

La Passione di CristoQuesto è il paradosso che confonde la nostra ragione, questa è la provocazione di Mel Gibson che, attraverso immagini di rara bellezza, senza compiacimenti estetizzanti, attingendo sobriamente alla tradizione figurativa del ‘600 europeo (in particolare italiano e tedesco), ci pone di fronte, senza mezzi termini, al corpo violato di un Dio buono, che muore e risorge.

E c'è qualcosa di più e di diverso dall'antisemitismo di cui tanti hanno cianciato: non è vero che Cristo non è stato riconosciuto dal suo popolo. Anzi: proprio perché hanno riconosciuto hanno rifiutato, perché accettarlo significava vanificare la logica del potere, ricominciare da zero, accettare accanto alla legge la proposta dell'Amore. Ma nel comportamento del Sinedrio e del popolo c'è il comportamento di tutti noi, di tutti gli uomini che si ostinano a non credere al dono gratuito dell'Amore. E la gratuità ci spiazza perché accettarla significa sentirsi responsabili e rinnovarsi, in una parola convertirsi. Con buona pace di quanti vorrebbero mettere la (Croce) tra parentesi, per svendere la religiosità ad un prezzo più conveniente...

! Francesco Natale
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