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6 marzo 2008
 
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Perugino, il divin pittore

di Edoardo Albani - 17 aprile 2004

S. Bernardino guarisce una fanciulla «Ciò che noi definiamo classicità fu moda, tendenza, ma anche ricerca del sublime. Ad esso ambivano gli artisti del Rinascimento, musici o poeti o pittori che fossero. A superare, infine, la materia stessa con la quale lavoravano, a renderla eterea ed immortale. Il Perugino è stato un momento, forse tra i più raggiunti, di questa ricerca. E davanti alle sue tavole anche noi restiamo, in punta di piedi, colpiti dalla grazia, rapiti in una spirale di flauti verso i lidi dell'ascesi». Così Carlo Castellaneta scrive del raffinato artista umbro, definito da Giovanni Santi, il padre di Raffaello, "divin pictore" e da Agostino Chigi "il meglio maestro d'Italia".

Un pittore, il Perugino, a lungo apprezzato dai contemporanei, autore di numerosissimi dipinti, perlopiù di soggetto sacro, tecnicamente e formalmente ineccepibili. Le sue Madonne hanno una espressione dolce e malinconica. Gli atteggiamenti delle sue figure sono statici, composti, "classici", anche nei soggetti di maggiore drammaticità. Bernard Berenson ammirava in questo artista soprattutto l'alta sapienza compositiva: «Il Perugino ottiene i suoi effetti religiosi per mezzo della composizione spaziale. Dalle sue figure si esige soltanto che non disturbino l'emozione; e infatti, se le consideriamo come principalmente vanno considerate: come membri architettonici d'una composizione spaziale, esse non disturbano mai, o molto di rado. Le loro espressioni, i loro atteggiamenti stereotipi dobbiamo giudicarli non come se appartenessero a personaggi d'un dramma, ma come trattandosi di archi e colonne».

All'arte di questo grande protagonista del Rinascimento italiano, l'Umbria dedica, fino al 18 luglio 2004, una serie di mostre, itinerari ed iniziative collaterali di grande interesse. Perugino nel territorio quindi, a Città della Pieve, Bettona, Spello, Assisi ed in altri centri di questa bellissima regione. A Perugia, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria, è allestita la mostra "Perugino, il divin pittore", evento cardine di tutte queste importanti manifestazioni dedicate all'artista umbro. I dipinti presentati nella stupenda sede espositiva del Palazzo dei Priori, consentono di ricostruire le tappe fondamentali del percorso artistico del Maestro, dal periodo giovanile a quello romano, fino all'attività di ambito fiorentino ed umbro. Un'altra sezione della mostra è dedicata alle tecniche impiegate nella bottega del Perugino. Il profilo dell'artista è completato da una consistente raccolta di disegni preparatori per dipinti, mentre una sezione documentaria, a cura dell'Archivio di Stato di Perugia, consente di inquadrare l'opera dell'illustre pittore nel suo contesto politico, sociale e culturale.

Adorazione dei Magi Pietro Vannucci, detto il Perugino, nasce a Castel della Pieve, oggi Città della Pieve, intorno al 1450. Ancora giovanissimo, tra il 1469 ed il 1472, si trasferisce a Firenze, forse dopo un periodo trascorso tra Arezzo e l'Alta Val Tiberina, dove assimila la lezione di Piero della Francesca. Nel capoluogo toscano frequenta la celebre bottega di Andrea Verrocchio ed entra in contatto con Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli e Luca Signorelli. Opera indubbiamente riferibile alla cerchia verrocchiesca è la celebre "Madonna con il Bambino e angeli" della National Gallery di Londra, in cui sono già evidenti i caratteri peculiari dell'arte matura del Perugino come l'equilibrio compositivo statico, l'effetto spaziale, l'intonazione contemplativa e la spiccata predilezione per il disegno nitido e corretto e per gli accostamenti di tinte vivaci.

Al 1473 risalgono le "Storie di San Bernardino", otto tavole per l'oratorio del santo a Perugia, opera di più artisti locali forse coordinati dallo stesso Perugino cui la critica ha attribuito, oltre al disegno dei vari soggetti, anche l'esecuzione di alcuni riquadri come la "Guarigione di una giovane" ed il "Risanamento del cieco". In questi raffinati dipinti, il pittore rivela la sua educazione verrocchiesca nell'equilibrio compositivo, nel gusto per l'ornamento, nelle pose "classiche" delle figure, nella resa del panneggio, duro e frastagliato. La prospettiva, l'attenzione per gli effetti di luce, le architetture fortemente illusive, la passione per il paesaggio, sono invece un chiaro tributo a Piero della Francesca di cui, secondo il Vasari, il Maestro umbro fu allievo. Altra opera giovanile è la "Adorazione dei Magi", datata tra il 1475 ed il 1477, in cui gli influssi della pittura fiorentina si manifestano, oltre che nell'impianto generale dell'opera, nell'eleganza delle figure del corteo, nel naturalismo dei volti, nell'attenzione per il particolare.

La fama del pittore cresce notevolmente in questo periodo e nel 1478 è chiamato a Roma da Sisto IV per decorare la Cappella della Concezione. L'opera, oggi perduta, deve aver impressionato favorevolmente il pontefice che nel 1481 invita nuovamente il Perugino a lavorare presso la Corte papale, con il ruolo di coordinatore della frescatura delle pareti della Cappella Sistina in Vaticano. A questa impresa artistica partecipano anche tre artisti fiorentini, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio e Cosimo Rosselli. Oltre alla "Assunzione della Vergine" sopra l'altare, distrutta meno di un secolo dopo per lasciare posto al "Giudizio Universale" di Michelangelo, il Perugino dipinge, con l'aiuto di allievi, altri tre grandi affreschi: il "Battesimo di Cristo", il "Viaggio di Mosè in Egitto" e la "Consegna delle chiavi a Pietro". Quest'ultima è sicuramente l'opera più famosa dell'artista umbro ed una delle figurazioni più importanti della Sistina, giacché illustra l'investitura del potere papale direttamente da Cristo, con la mediazione di Pietro, il primo pontefice. Il fascino del dipinto deriva dalla mirabile armonia dello schema compositivo, preso successivamente a modello da molti suoi allievi e dallo stesso Raffaello. In primo piano sono disposti gli Apostoli, avvolti in ampi manti, affiancati da altri personaggi tra i quali figurano lo stesso pittore ed altri artisti del suo ambiente. Al centro, Cristo consegna le chiavi al Pietro. Il punto di vista alto consente di ammirare la vasta piazza retrostante, rivestita di marmi policromi, utilizzata per inscenare altri due episodi, il "Pagamento del Tributo" e la "Tentata Lapidazione di Cristo", di fronte a quinte architettoniche di chiaro valore simbolico, che con la loro monumentalità accentuano il senso di lontananza e scandiscono la profondità di uno spazio che continua ben oltre il "limite urbano".

Consegna delle ChiaviPer quasi un quarto di secolo, a partire dall'impresa della Sistina, Perugino sarà uno degli artisti più ammirati e richiesti d'Italia. Vasari ci informa che il pittore «venne dunque in pochi anni in tanto credito che de l'opere sue s'empié non solo Fiorenza et Italia, ma la Francia, la Spagna e molti altri paesi dove elle furono mandate. Laonde tenute le cose sue in riputazione e pregio grandissimo cominciarono i mercanti a fare incetta di quelle et a mandarle fuori in diversi paesi con molto loro utile guadagno». Lo storiografo aretino non manca tuttavia di rilevare l'avidità di guadagno dell'artista umbro, il quale «aveva ogni speranza nei beni della fortuna e per denari avrebbe fatto ogni male contratto». Le numerose commissioni ricevute lo portano a spostarsi di frequente da una città all'altra d'Italia. Nel 1490 è a Perugia, Firenze, Roma e due volte ad Orvieto. Nel 1494 si trova a Lucca e poi a Venezia. Nel 1497 risulta a Bologna e nel 1498 a Milano. Per soddisfare la grande mole di richieste, apre due botteghe stabili, una a Firenze ed una (1501) a Perugia e ricorre all'aiuto di numerosi collaboratori chiamati ad imitare in modo pedissequo il suo stile. Roberto Longhi ha definito questa vasta quanto intensa attività produttiva "editoriale peruginesca".

Il favore riscontrato presso il pubblico dalle opere del Perugino, contribuisce a smorzare nell'artista la tensione verso l'innovazione e l'originalità. Vasari notava a suo tempo che «aveva Pietro tanto lavorato e tanto gli abondava sempre da lavorare che e' metteva in opera bene spesso le medesime cose; et era talmente la dottrina dell'arte sua ridotta a maniera, ch'e' faceva a tutte le figure un'aria medesima».

L'omogeneità dello stile e degli schemi compositivi che caratterizza molte delle opere dell'artista umbro, stanca ben presto la committenza, specialmente a Firenze, dove agli inizi del ‘500, si affaccia una nuova generazione di artisti, quella di Fra' Bartolomeo ed Andrea del Sarto e comincia ad imporsi il giovane Raffaello, allievo e/o collaboratore del Perugino, già prima del 1494. Con il nuovo secolo inizia quindi per il nostro pittore un lungo ed inevitabile declino. Gli incarichi, pur numerosi, sono sempre meno impegnativi ed offrono la possibilità all'artista di riciclare il patrimonio di immagini e schemi iconografici già impiegati in passato. Scrive Negri-Arnoldi: «E' incerto se risponda a verità l'accusa di "goffo nell'arte" lanciatagli da Michelangelo (Vasari), ma è certo che tale dovette essere in sostanza l'opinione del suo ultimo pubblico».

Tra il 1496 ed il 1500, il Perugino è impegnato nella frescatura della Sala dell'Udienza del Collegio del Cambio di Perugia, impresa artistica già lodata dai contemporanei (Vasari) e considerata dal Minardi «la sola opera realmente umanistica concepita dal Perugino», per l'importanza secondaria dei temi religiosi rispetto a quelli profani. Nel 1508 i giudizi sfavorevoli sulla sua opera gli impongono di interrompere la decorazione di una sala nella torre Borgia in Vaticano, quella chiamata dell'Incendio di Borgo dal tema dipinto da Raffello. Nel 1513, abbandonato da quasi tutti gli allievi migliori, chiude la bottega di Perugia, la sola rimasta ancora attiva.

In questi anni l'artista è impegnato negli affreschi di Città della Pieve e, successivamente, in quelli di Santa Maria Maggiore a Spello, di Santa Maria delle Lacrime a Trevi e dell'Oratorio dell'Annunziata a Frontignano. In questo piccolo borgo della campagna perugina il Perugino muore di peste nel febbraio del 1523, lontano dagli onori e dai successi del passato, lontano dall'amata Firenze, città che «fa de li artefici suoi quel che il tempo de le sue cose, che fatte se le disfà e se le consuma a poco a poco» (Vasari).

! Edoardo Albani
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Ragionpolitica, periodico on line n.53 del 17/4/2004
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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