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Nel segno di Ulisse

di Mariacristina Nasi - 24 aprile 2004

Quello di Ulisse è senza dubbio uno dei personaggi più noti della letteratura, capace di travalicare l'ambito puramente letterario, coinvolgere l'uomo di ogni tempo e luogo e farlo riflettere. Innegabile ed evidente l'influenza che Ulisse ha esercitato nei secoli, divenendo un modello con cui gli autori si sono voluti o dovuti confrontare, rielaborando la sua vicenda ed offrendo ciascuno una visione particolare del suo mito. Rapportarsi ad Ulisse e a ciò che egli rappresenta è divenuta un'esigenza per molti scrittori (basti pensare a Dante, a Joyce, per citare solo i più noti, fino ad arrivare al recente premio nobel Derek Walcott). Ulisse è stato preso come riferimento da filosofi, storici, artisti; egli ricopre svariati ruoli, raffigura il viaggiatore, lo scopritore, colui che si racconta, il padre, il marito, il figlio, l'amico, il soldato, il capo, l'uomo. Il nome di Ulisse risuona in ogni campo del sapere umano, perché Ulisse rappresenta la sete di conoscere e sperimentare insita nell'uomo.

Ulisse, prima e più che un eroe mitico e leggendario, è un essere umano, con pregi e difetti, grande e vulnerabile al contempo, capace di distinguersi come di cadere, sospeso tra l'adempimento di una missione e il divenire preda dei propri limiti. Il personaggio di Ulisse è vicino all'uomo, perché, come lui, poliedrico, complesso. Le sue stesse qualità, se male impiegate e non regolate, lo espongono a dei rischi.

Ulisse si distingue per la sua intelligenza, per il suo acume (il cavallo di Troia, che regala la vittoria ai Greci, è opera sua); il suo ingegno è proverbiale (egli è infatti protetto da Atena, dea dell'intelligenza); riunisce la forza e il dinamismo alla riflessione; sa destreggiarsi nei contesti più diversi. Ulisse è l'uomo che si rimette sempre in discussione, che non si sente mai del tutto arrivato né appagato, che sa di dover continuamente riconquistare la propria identità attraverso la memoria del passato, l'esperienza del presente e l'attesa del futuro. Ulisse è un profondo conoscitore ed indagatore di se stesso, consapevole dei propri limiti e delle proprie abilità.

Nel suo viaggio si confronta con i pericoli che ogni uomo incontra nella sua vita: la tentazione di abbandonarsi all'oblio, allo sgomento, alla disperazione; oppure all'istinto, all'animalità, o peggio, all'inumanità; il lasciarsi ammaliare dall'effimero, dalle false o presunte certezze. Ulisse supera le prove grazie alla sua caratteristica più spiccata: l'interesse per tutto quanto lo circonda, il non chiudersi a nulla, il non sentirsi mai pago o domo. In ciò Ulisse è quanto mai umano, nella sua inconsapevole incapacità, o nel suo cosciente rifiuto, di ammettere come ciò che l'uomo umanamente non riesce a colmare, solo Dio lo può, perché l'ansia dell'uomo è quella dell'infinito, dell'eterno, e solo in un Dio infinito ed eterno può trovare la sua pace.

Ulisse è fedele al suo essere uomo, e la sua vicenda è la nostra: quando Ulisse giunge nell'Ade, l'oltretomba pagano, l'indovino tebano Tiresia gli preannuncia le prove che dovrà affrontare, cioè la vita, aggiungendo che al termine dei suoi giorni «una cortese sopravverrà morte tranquilla» (Canto XI, vv. 180-181).

Ulisse ha luci ed ombre; è entusiasta del mondo e di quanto può offrire, nonostante in esso si celino rischi e pericoli. Dante lo descrive mosso dall'«ardore [...] a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore»; che si lancia nell'«alto mare aperto», spronando i suoi compagni con un'«orazion picciola», ma efficace. Dante colloca Ulisse all'Inferno, tra i fraudolenti, che hanno mal impiegato il loro ingegno, o che non hanno saputo indirizzarlo, «perché non corra che virtù nol guidi» (Canto XXVI, v. 22). Ulisse è colpevole di aver usato l'inganno (si pensi al citato episodio del cavallo di Troia) ed essere voluto andare oltre i limiti consentiti (è il peccato di Adamo); eppure Dante non può che provare ammirazione e compassione per questo uomo, che lancia ai pochi compagni rimasti il monito:

«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
»
(Canto XXVI, vv. 118-120).

Ulisse è l'essenza dell'uomo; è tensione interiore; è tragico, perché umano; umano, perché tragico; è protagonista e narratore della sua vita; nelle sue parole e nei suoi atti vi è la ragione e la molla che spinge l'uomo di ieri, di oggi e di domani, il desiderio di avventurarsi nelle potenzialità della mente umana; è l'uomo di ogni tempo, con le sue ansie, le sue speranze, le sue rinunce e le sue conquiste.

Ognuno di noi vive la sua odissea, ognuno di noi si confronta con Ulisse, elemento perturbatore, che ci induce a riconsiderare il nostro essere umani. Ulisse ammaestra ogni uomo, perché ci insegna a partire dal nostro essere uomini, con i nostri limiti, per superarli e domarli, senza finzioni o illusioni, ma solo con la verità della nostra umanità.

! Mariacristina Nasi
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