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Il teatro nell'era Berlusconidi Elena Siri - 1 maggio 2004 Nel dibattito originato dalla celebre rivista Hystrio, diretta da Ugo Ronfani, intitolato "Il teatro nell'era di Berlusconi" mi sembra doveroso riportare la nostra opinione. Questa comporta, innanzi tutto, un vivo ringraziamento al direttore della rivista e ai tanti collaboratori che finalmente hanno dato voce a scomode dichiarazioni, ad interventi talvolta impopolari e a tesi quanto meno "esplicative" se non di reale denuncia di una situazione teatrale politicizzata, corrotta, sottoposta negli ultimi vent'anni ad ogni tipo di influenza e di pressione. Per la prima volta osservo su una rivista il coraggio di parlare chiaramente, di far emergere il sommerso, di esporre quello che i cittadini spesso non sanno, portando di fronte all'opinione pubblica almeno le situazioni più paradossali o quelle davvero scandalose. Sugli ultimi due numeri di Hystrio ci sono i nomi e le cifre, c'è il perché e il per come nel teatro di prosa si sperpera il denaro pubblico, c'è il motivo che per cui molte sale teatrali sono vuote e le produzioni di scarso valore artistico; ci sono le giustificazioni della crisi dei botteghini e del mancato ricambio generazionale negli attori. E' fin troppo banale osservare come l'appoggio politico ancor oggi sia molto presente in tutti i grandi teatri e in tutti i circuiti; l'appartenenza è d'obbligo, ora come allora. Tuttavia, questo governo cerca di rinnovare il settore tra molte polemiche, poche idee ed innumerevoli sbarramenti burocratici. Il sistema teatrale ereditato dal governo Berlusconi è quello del latifondo statale, accumulato da trent'anni di strapotere politico nella cultura. Un esempio per tutti, citato dalla stessa rivista, è il Teatro Stabile di Torino, il re del latifondo: le più ambigue gestioni hanno progressivamente occupato tutti gli spazi possibili, hanno comprato tutti i circuiti, hanno assorbito le compagnie autonome fino a spadroneggiare indisturbate nell'intero Piemonte, dal circuito teatro-ragazzi alle serate di gala e non c'è sala teatrale che non sia invasa e soggiogata dalla sua presenza. Ogni teatro comunale della Regione è diventato un feudo inaccessibile del potere centralizzato di Torino: né pagando un'affitto, né proponendo un progetto, né suggerendo una collaborazione si riesce a sfondarne il cancello. Solo alcuni beati sono ammessi nel circuito degli spettacoli e al pubblico vengono proposti ogni anno sempre gli stessi gruppi artistici. E' un latifondo statale e istituzionalizzato; è la proprietà collettiva organizzata e finanziata dallo stato, un sistema teatrale stalinista dal quale è bandita ogni libera concorrenza e ogni economia privata. In questa atmosfera l'arte, la creatività personale, così come la libera iniziativa e il mercato sono impossibili: tanto è vero che sia Gabriele Lavia sia Massimo Castri hanno abbandonato la direzione artistica sbattendo la porta. La cosa straordinaria è che, al di là della censura ed in barba ai timori di dispiacere a qualcuno, finalmente si parla e si chiamano le cose con il loro nome. Il poter discutere liberalmente della situazione politica ed economica del settore culturale italiano non è cosa da poco e soprattutto è cosa che non si era più verificata in tempi recenti; questo è un merito dell'era Berlusconi che si riallaccia allo sdoganamento dell'ideale liberale o cattolico-liberale o di centro o di destra o di tutte queste cose insieme, una delle vere enormi novità degli ultimi anni. Che il cittadino privato abbia accesso ai documenti, che i giornali pubblichino i resoconti, che qualcuno senza essere dichiarato un provocatore possa in tutta libertà e democrazia chiedere spiegazioni inerenti a cariche o a stanziamenti di soldi pubblici è un atteggiamento nuovo, diffuso dalla Casa delle Libertà, che certo una qual diffidenza leghista sul buon governo romano ha incrementato. Il segno del rinnovamento emerge suo malgrado anche dal titolo del dibattito: non "il teatro sotto quello o tal altro governo", ma "il teatro nell'era Berlusconi". "Era" letteralmente dal dizionario della lingua italiana significa «una divisione del tempo che ha inizio con un avvenimento storico di grande importanza, innovativo rispetto al passato». Un periodo nuovo, unitario, legato a diversi criteri sostanziali e a mutate regole stilistiche. Per ora regole e criteri sono concetti non incarnati; ma come sappiamo dalle parole nasce la realtà e nell'era della comunicazione è lecito parafrasare il motto cartesiano in "Comunico dunque sono". La libertà di parola è la prima condizione fondante della libertà culturale e della creazione di un nuovo sistema: la libertà formale prepara la libertà sostanziale. Con questo dossier la rivista Hystrio dimostra l'inizio fondato su una nuova forma: siano benvenuti i nuovi contenuti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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