RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

La Necrosi del Moderno

I processi degenerativi dell'edilizia residenziale sperimentale in Unione Sovietica (1917-1932)

di Riccardo Forte - 7 maggio 2004

«Noi costruiremo il nostro mondo, un mondo nuovo» (Parole dell'Internazionale)

Nelle vicende storiche che accompagnano le fasi costitutive del Movimento Moderno internazionale, le esperienze legate agli sviluppi teorico-costruttivi dell'edilizia sperimentale di massa in Unione Sovietica assumono una funzione sociale e un significato culturale di assoluto rilievo. A partire dalla seconda metà degli anni Venti, l'avanguardia costruttivista post-rivoluzionaria, proclamando la necessità della statalizzazione integrale del settore edilizio a supporto di un programma di affermazione dell'architettura moderna, concentra le proprie ricerche sulle nuove tipologie organizzative di abitazione collettivistica.

Lo sviluppo di un'edilizia di massa industrializzata attraverso la messa in opera dei cosiddetti "condensatori sociali" - di cui il progetto-tipo di casa comune dello Strojkom avrebbe costituito il paradigma - affermava le linee di un programma che andava al di là dell'aspetto puramente architettonico. Tale progetto era segnatamente finalizzato a scardinare i modelli abitativi di tipo tradizionale, ponendo in essere l'affermazione di un sistema ideologico che trovava le sue ragioni fondanti nella cancellazione integrale del preesistente ordine di valori - civili, etici, religiosi ed economici, considerati un tipico prodotto della «degenerazione borghese» - e nella rimodellazione più brutale dei comportamenti, delle mentalità e dei modi di vita dell'individuo.

Manifesto dell'attuale degrado sociale, le kommunal'ki, gli appartamenti collettivi che compongono i casermoni disseminati nelle sterminate periferie dell'ex-impero sovietico, ingombranti relitti di un'ideologia criminale e sanguinaria, hanno tuttavia prefigurato, per generazioni di moscoviti, l'illusione di una vita più dignitosa nella prospettiva di una società moderna e socialmente progredita, una "nuova frontiera" che avanzava verso il "compimento radioso" di quell'utopia tradita nei principi prima ancora che nelle sue tragiche conseguenze storiche.

La costruzione dei «condensatori sociali» (1925-1932)

Negli anni compresi tra il 1925 e il 1932, gli architetti sovietici d'avanguardia (L. Vesnin, P. Golosov, N. Kolly) sono impegnati nella definizione programmatica delle forme tipologiche residenziali destinate a testimoniare l'affermazione del "progresso sociale". L'obiettivo, che era già stato tratteggiato sommariamente - fin dagli anni immediatamente successivi alla rivoluzione (1921-25) - in alcuni progetti pionieristici di edilizia sociale, è essenzialmente quello di costruire un sitema di vita autenticamente socialista, nel quale l'architettura, in quanto elemento rappresentativo di un nuovo ordine politico-culturale, viene ad assumere finalità e ruoli pedagogici. L'errore di fondo che ha accompagnato questa drammatica esperienza storica è stato quello di ritenere moralisticamente - come affiorava analogamente dagli scritti teorici coevi di Le Corbusier - che la costruzione di un nuovo ordine abitativo e urbano, conseguenza diretta delle trasformazioni della base economica della società e dei rapporti di produzione tipici del socialismo, avrebbe potuto forgiare l'identità e i comportamenti dell'homo novus comunista.

Il progetto totalitario di un rinnovamento radicale della coscienza delle masse, fondato sull'annullamento delle personalità individuali e sull'omologazione collettivista, trova una delle conseguenze più concrete e immediate nella messa a punto di nuovi tipi abitativi: espressione ultima di quell'universo concentrazionario che caratterizzerà la vita sociale dei cittadini sovietici fino al crollo dell'URSS e oltre.

Le paurose condizioni economiche in cui versa il nuovo Stato uscito dalla guerra civile e l'impossibilità materiale di fornire a ogni famiglia un vero e proprio appartamento divengono il pretesto per l'applicazione a larga scala di quei concetti di collettivizzazione forzata (la coabitazione) che costituiscono il fondamento del modello sociale comunista. I nuovi procedimenti costruttivi e le tecniche innovative di tipizzazione e di standardizzazione concorrono esemplarmente al perseguimento di tali obiettivi. A partire dal 1926 e fino agli inizi degli anni Trenta, gli architetti dell'OSA (Associazione degli Architetti Contemporanei) pianificano sistematicamente, con rigoroso metodo scientifico, gli strumenti utili a definire l'impianto e la fisionomia architettonica della nuova abitazione socialista. Il modello tradizionale di edificio borghese, costituito da un condominio ad appartamenti monofamiliari, viene completamente sovvertito per fare posto a una nuova concezione abitativa, la dom-kommuna (casa comune), basata sul concetto di cellula modulare. Nelle deliranti formulazioni teoriche degli architetti sovietici, tale spazio, concepito per uno stile di vita integralmente comunitario, subisce processi ulteriormente degenerativi che porteranno alla soppressione progressiva dei servizi autonomi essenziali (bagno, cucina), sostituiti da una serie di attrezzature collettive, la cui presenza è inizialmente giustificata dall'economia di spazio atta a favorire l'abbassamento dei costi. L'elaborazione di tali enormi collettori di alienazione sociale, veri e propri edifici-città con una capacità insediativa di migliaia di abitanti, porterà alla costituzione dei kombinats (supercomuni).

Nel 1928 lo Strojkom, il Comitato per l'edilizia della Repubblica socialista federativa dei soviet della Russia, costituisce una Sezione di ricerca e di studio per la tipizzazione e la normalizzazione dell'abitazione. Tale commissione sviluppa negli anni successivi lo studio di differenti tipologie di alloggio minimo, attraverso la costituzione di cinque tipi di cellule abitative duplex sovrapposte, con corridoio interno, che presentano alcune varianti distributive, definite in base agli indici legali minimi di superficie. Dall'elaborazione di questi progetti deriva la realizzazione del blocco residenziale Narkomfin (1928-30), un "prototipo" abitativo residenziale di massa il cui impianto distributivo, a carattere semi-comunitario, viene a costituire ancora un modello tipologico di transizione.

L'immagine architettonica del Narkomfin, che la critica recente riconosce correttamente essere in ogni caso «una delle più interessanti realizzazioni dell'edilizia popolare degli anni Venti», è tuttavia talmente opprimente da turbare lo stesso Le Corbusier, che nei suoi Commentari del 1930 così annota: «Ho avuto l'occasione di visitare a Mosca una casa-comune, solidamente costruita, ma nella quale l'impianto distributivo interno e la concezione architettonica generale sono così freddi e impassibili, in una parola il proponimento sottile dell'artista che avrebbe potuto animare questo edificio è talmente carente e difettoso, che ci si sente pervasi da un senso immane di tristezza non soltanto al pensiero di abitarvi noi stessi, ma a quello di considerare che diverse centinaia di individui siano stati semplicemente privati delle gioie dell'architettura».

Con le prime realizzazioni dello Strojkom prende dunque avvio, in modo scientifico, quella «differenziazione - [alias separazione] - delle funzioni sociali da quelle familiari» che avrebbe costituito il punto di partenza del dispositivo ideologico di disarticolazione della famiglia "borghese" e della messa in opera del "mito" egualitario.

Nell'alloggio-tipo, una cellula di 40-50 mq di superficie utile ufficialmente classificata come unifamiliare, si verranno invece a concentrare due o tre famiglie, ponendo le condizioni di quella coabitazione coatta che la propaganda di regime fingeva di essere costretta ad applicare per carenza di abitazioni, ma che al contrario perseguiva con criminale intenzionalità. La soppressione successiva del pur minimo spazio destinato alla cucina e l'adozione di un'unico refettorio è l'ulteriore passo in avanti verso l'attuazione definitiva del programma della casa-comune integrale: un gigantesco dormitorio costituito da micro-camere individuali di 9 mq distribuite in serie che si aprono su lunghi corridoi. Questo delirante impianto abitativo, organizzato con ampi locali di servizio collettivi (bagni, mensa, lavanderia, ecc.), avrebbe realizzato compiutamente, secondo la propaganda bolscevica, «il superamento definitivo dell'individualismo piccolo borghese» e il "radioso passaggio" a quella che Ginzburg non esiterà a definire «forma di vita sociale superiore».

Fossilizzati sull'idea semplicistica che la nuova società sarebbe stata composta esclusivamente di operai, i teorici sovietici individuano nell'abitazione e nella fabbrica gli unici poli di riferimento della vita civile. Un concetto che si estende alla concezione della città socialista, immaginata come un insieme indistinto di fabbriche e case-comuni - queste ultime ridotte a veri e propri annessi degli organismi industriali - dove tutti gli altri tipi di attività non "produttive" (insegnamento, amministrazione statale, settore terziario) vengono a essere totalmente trascurati.

Integrato a un collettivo di lavoratori, ogni individuo, degradato ad automa-componente della gigantesca macchina totalitaria comunista, ha una vita regolata in modo precostituito nei minimi particolari. Il processo di annichilimento degli spiriti e di sovietizzazione delle coscienze si traduce nel controllo poliziesco quotidiano, 24 ore su 24, dell'esistenza di ogni singolo abitante, incasellato in base al sesso di appartenenza e per categoria d'età. Nelle visioni paranoiche di Barsc e Vladimirov, la casa-comune assume i connotati di un lager-dormitorio, composto di cellule individuali atrofizzate in uno spazio-loculo di appena 6 mq. La totalità delle attività diurne si svolge in locali collettivi; nelle mense comuni, i pasti quotidiani sono serviti su appositi nastri trasportatori che scorrono senza soluzione di continuità al centro di lunghissime tavolate. La famiglia, intesa nel senso tradizionale del termine, non esiste più. Soppresso il vincolo coniugale, i figli vivono separati dai genitori e privati di ogni tipo di educazione o d'istruzione che non siano quelle pianificate a priori e impartite direttamente dal Partito.

La Rivoluzione, dopo aver strumentalizzato politicamente le istanze sociali delle avanguardie moderniste degenerandone i principi e i fondamenti programmatici, sancisce la fine di quell'esperienza storica. Nell'aprile del 1932, con l'ukase statuito direttamente da Stalin, e sintetizzato nello slogan populista di Anatole Lunacharsky - «occorre dare colonne al popolo» - il regime sovietico seppellisce l'architettura sperimentale moderna sotto la coltre del più rozzo e becero vetero-classicismo; un processo di regressione culturale di cui la Russia odierna sconta ancora le conseguenze.

! Riccardo Forte

Didascalie illustrazioni

  1. Mosca, unità residenziale Narkomfin, 1928-29 - arch.i M. Ginzburg e I. Milinis. Assonometria generale del progetto (Ernesto PASINI, La "casa -comune" e il Narkomfin di Ginzburg, Roma, Officina, 1980, p. 49).
  2. Edificio Narkomfin: il prospetto principale in due immagini d'epoca (fonte: Bauhaus, Università di Weimar, Dipartimento di Architettura Infar).
  3. Progetto di casa-comune, 1929 - arch.i M. Barsc e V. Vladimirov. Sezioni prospettiche e assonometria interna della cellula modulare. In basso a sinistra la sala da pranzo collettiva (Anatole KOPP, Città e Rivoluzione, Milano, Feltrinelli, 1987, pag. 191).
  4. Mosca, Casa dello studente, 1930 - arch. I. Nikolaev (Anatole KOPP, op. cit.).
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.56 del 7/5/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata