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Kill Bill vol.2L'apoteosi del cinema contemporaneodi Andrea Fontana - 15 maggio 2004
Continua la vendetta della Sposa, la quale farà di tutto per arrivare all'obiettivo (Bill), inconsapevole della novità che l'attenderà: la figlia viva e vegeta. Scopriamo in questo secondo e finale capitolo i segreti posti dal primo volume, il nome della Sposa, il motivo del massacro nella chiesa di El Paso, il passato dei personaggi principali e della Sposa stessa, tutte chiavi che chiariscono i numerosi misteri disseminati nel primo film. Se Kill Bill vol.1 era un chiaro ed esplicito tributo a tutto il cinema di Hong Kong di serie B, ai film di kung fu e a quelli di Bruce Lee, il secondo è un omaggio al cinema di Sergio Leone, da sempre considerato un maestro dal regista statunitense. I riferimenti a Il buono, il brutto, il cattivo (ma a tutto lo spaghetti western del regista romano, e quindi alla trilogia del dollaro) sono espliciti, dalle musiche di Ennio Morricone ai primi piani velocizzati, dalle atmosfere tipicamente western al senso di vendetta che serpeggia per tutto il film.
Kill Bill è l'apoteosi del cinema contemporaneo. In esso si riassumono trent'anni di cinema, qualsiasi cinema. Ma questo non significa che Kill Bill sia una semplice e sterile "citazione". I significati abbondano. Oltre ad essere un discorso sul cinema del passato e del presente (e del futuro?), reinventa il concetto di morte, distruggendo quello socialmente accettato, e cioè la morte intesa come conclusione definitiva, percepita negativamente come "assenza" e "mancanza". In Kill Bill la morte è perennemente presente. La Sposa muore e resuscita in continuazione. Muore quando Bill le spara in testa, quando O-Ren Ishii la ferisce alla schiena, quando Bud la seppellisce viva in una tomba (e questo è il gesto che più esemplifica il concetto di morte), quando combatte con Elle Driver. Eppure, allo stesso tempo, non muore mai. Si rialza sempre e continua a combattere, come se si volesse distruggere il significato pessimista contemporaneo di morte, per creare ad uno nuovo, più malleabile e meno serioso. Ogni volta che la morte appare imminente, c'è sempre la stessa inquadratura, lo stesso primo piano della Sposa, lo stesso respiro affannoso, lo stesso sguardo di chi non accetta la sconfitta.
Le critiche al film potrebbero toccare l'attendibilità di certe scene. Se nel volume 1 la violenza stilizzata era giustificazione del surrealismo di certe scene, nel secondo la sequenza di gioco fra madre e figlia che si sparano per finta diventa scena chiave per l'interpretazione del film e di tutta la filmografia del regista, ma anche del cinema in generale, che, come ci ha suggerito David Lynch nella sequenza del teatro in Mulholland Drive, altro non è che illusione, gioco, attività ludica che deforma una realtà troppo spesso sconsolante. Kill Bill è anche un film sull'essenza delle persone. La tesi di fondo, esposta da Bill in un grandioso monologo su Superman, è che ognuno non può cambiare la sua natura (questo mi ricorda l'apologo dello scorpione e della rana ne La moglie del soldato di Neil Jordan) . Non è vero, la Sposa, alias Uma Thurman, lo ha fatto, spinta dall'amore per la figlia ha cancellato la sua natura di killer spietato per dedicarsi alla sua creatura, impresa che è sottolineata dai titoli finali, che indicano l'attrice dapprima come l'assassina che conosciamo, e poi, correggendosi, come semplice mamma. Ma non c'è niente di definitivo, la scena finale che segue i titoli di coda, mostra la "Death list", la lista di morte della Sposa con tutti i personaggi cancellati, esclusa Elle Driver, su cui è posto un punto interrogativo. Come dire: nel futuro non ci sono risposte, come nel cinema...
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Ragionpolitica, periodico on line n.57 del 14/5/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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