|
|||||||
|
|
Guerra e pacedi Francesco Natale - 15 maggio 2004 PrologoPiana di Otumba, 9 Luglio 1520; davanti ai nemmeno cinquecento Spagnoli e alleati Tlascalani, superstiti dopo la fuga da Tenochtitlan, durante la drammatica e sanguinosissima "noche triste" del 30 giugno, brulicano cinquantamila Aztechi. Il rapporto è di uno a cento, un rapporto che non può essere compensato dalla superiorità tecnologica europea. In fin dei conti, una lancia di ossidiana non è meno micidiale di una lancia di acciaio; in quanto ai cavalli, ne sono rimasti meno di una ventina e non c'è nemmeno polvere per le pochissime residue armi da fuoco. «Finalmente», deve aver pensato il Cihaucoatl, il comandante sul campo azteco, «è venuto il momento di sterminare quei demoni bianchi venuti dal nulla e sbarcati sulle coste del Messico meno di un anno fa». Certo ce n'è voluta prima di capire di che pasta fossero fatti questi diavoli europei: c'è voluto il massacro di qualche migliaio di notabili aztechi disarmati riuniti al teocalli per la festa di Texcatl. Fino ad allora e soprattutto durante il secondo semestre del 1519 questi invasori avidi e brutali, la cui fervida fede religiosa conviveva senza apparente disagio con una singolare ferocia e una sconfinata rapacità erano stati ritenuti inviati dagli dei, dei essi stessi, araldi di un rinnovamento morale e religioso, alfieri di una nuova era luminosa preannunciata dalle antiche profezie. Era stato, così, per non aver immediatamente riconosciuto il nemico, che un popolo imperialista e militarizzato, odiatissimo dai suoi confinanti, ma da essi ancor più temuto che odiato, aveva lasciato docilmente invadere il suo territorio, occupare la sua capitale, sequestrare in prigionia un imperatore valoroso ed abile, profanare i suoi templi-mattatoio. D'altra parte, come riconoscere immediatamente come nemici questi esseri così diversi, comparsi dal nulla, non collegabili ad alcun territorio o ad alcuna città conosciuta, dal comportamento così fuori dalle coordinate culturali degli aztechi? Sì, ce n'era voluta per riconoscerli alla fine quali nemici e che nemici!! Ma ora era giunto il momento di regolare i conti e nessuno di loro sarebbe arrivato vivo alla città di Tlascala, loro alleata. Ma questi stranieri, esausti, per la più parte feriti, sostenuti solo dalla forza della disperazione, avevano avuto il tempo e il modo di conoscere le abituali regole di ingaggio dei terribili guerrieri aztechi; regole che si sostanziavano in una serie di duelli individuali fra le prime file di combattenti. Duelli finalizzati alla cattura di un consistente numero di nemici da immolare sulla sommità dei templi-mattatoio. Un combattimento, quindi, fortemente ritualizzato secondo procedure consolidate e ben radicate nella mente dei gregari e dei comandanti, quei "maestri di ferite", ben distinguibili dalla massa per i vistosissimi ornamenti di piume, per i capelli raccolti sulla sommità del capo, per i piercings di oro purissimo che decoravano le loro guance e le loro narici. Gli spagnoli potevano essere feroci e avidi, ma non erano sprovveduti: uscivano dalla lunga scuola della reconquista, che aveva contribuito a forgiare una mentalità tattica duttile e accorta; erano educati a combattere in gruppo, a non lasciarsi suddividere e isolare in duelli individuali, a non essere schiavi di regole prestabilite, ma anzi ad adattare con flessibilità la loro azione alla situazione contingente, in modo da sfruttare a fondo i punti di debolezza dell'avversario. Ed è quello che fanno a Otumba: puntare in gruppo ad eliminare i comandanti sfondando con decisione le prime fragili file nemiche, mentre Cortes in persona con un pugno di cavalieri si fa largo tra le masse avversarie non addestrate a combattere in gruppo in maniera coordinata, arrivando così a uccidere il comandante sul campo azteco, provocando lo sbandamento dell'esercito e disperdendo così l'enorme torma di guerrieri. La strada della salvezza verso Tlascala è libera. Di lì a un anno Tenochtitlan sarà distrutta e i suoi abitanti sterminati. Tutto questo è stato possibile perché gli Spagnoli imposero al nemico le loro regole di ingaggio. La fine dell'Impero azteco ci dovrebbe insegnare che, se la guerra è una sventura terribile per un popolo, sventura ancor più grande è il trovarsi in stato di guerra senza rendersene conto (come accadde agli aztechi dal luglio del 1519 al maggio del 1520) e, una volta diventati tardivamente coscienti dello stato di guerra sventura mortale è subire passivamente le regole di ingaggio del nemico. Quattrocento disperati disintegrarono, nel volgere di un anno, un impero che contava oltre un milione di sudditi ed un esercito imponente. Siamo in guerraOggi anche noi siamo in guerra, anche se la grande maggioranza della popolazioni cosiddette occidentali si ostina a non volerlo riconoscere, con le sole significative eccezioni rappresentate dai cittadini israeliani, dalla maggioranza degli americani e da una consistente minoranza di inglesi. Si preferisce usare a proposito (e più spesso a sproposito) il termine terrorismo, termine legato ad esperienza sinistramente eroica del XIX Secolo, quando anarchici e nichilisti punivano con la morte re, imperatori e presidenti "oppressori" e "massacratori" dei loro popoli. Assassini certo, ma centrati su bersagli ben individuati di altissimo valore simbolico, ed in questa valenza simbolica si sostanziava e si esauriva il significato di questi gesti estremi. Ma oggi, alla valenza simbolica, per altro non sempre presente con l'uccisione massiccia di inermi (o di armati) con la tecnica dell'attentato spesso suicida, si aggiunge un'altra valenza, squisitamente bellica, poiché la guerra altro non è che "l'impiego della forza nella misura necessaria a piegare la volontà dell'avversario". Il metodo, che anche noi chiameremo convenzionalmente "terrorista", è stato efficacemente utilizzato più volte e sistematicamente per provocare effetti di natura squisitamente politica, che trascendono il significato simbolico di quegli eventi sanguinosi. Il maxi attentao che uccise a Beirut nell'ottobre del 1983 trecento militari americani e francesi determinò l'abbandono del Libano al protettorato siriano palestinese, nonché lo scoppio di una sanguinosa guerra civile che portò all'annichilimento dei Cristiani maroniti. L'agguato terroristico di cui rimasero vittime in Somalia decine di militari americani determinò nel 1994 il fallimento della missione Restore hope, che doveva per l'appunto restaurare un briciolo di speranza in quello sventurato paese saltato dalla padella del dittatore Siad Barre alla brace dei vari signori della guerra. L'Intifada dei terroristi suicidi è riuscita a bloccare un processo di pace che sembrava sul punto di realizzarsi nella tormentata terra di Palestina e ha marginalizzato e ridotto all'impotenza quei soggetti che da entrambe le parti avevano scommesso audacemente su una pace possibile. Lo stesso attentato dell'11 settembre alle Torri gemelle ha certamente avuto un valore simbolico, in quanto è stato cancellato il World Trade Center, cuore del mondo globalizzato; è stata cambiata la Sky Line della capitale economica del mondo occidentale; è stato dimostrato che la più grande potenza economica e militare della terra può essere atrocemente vulnerata attraverso il proditorio uso di qualche decina di coltelli di ceramica, non rilevabili dai metal detector. Ma l'attentato ha avuto conseguenze devastanti sul tessuto economico americano e non solo americano: una crisi gravissima e ancora irrisolta nel settore del trasporto aereo e del suo indotto, unita ad un calo vertiginoso degli indici di fiducia nel sistema, ha contribuito potentemente, coniugandosi in modo sinergico con altri fattori ben noti ai cervelli del terrorismo, ad innescare nel mondo occidentale una fase di stagnazione economica da cui solo gli Stati Uniti sembrano essere usciti nel secondo semestre del 2003. Anche gli attentati in Indonesia, Tunisia e Marocco hanno inflitto colpi durissimi al settore turistico, un settore vitale per l'economia di quei paesi. Esemplare, poi, è stato l'operazione condotta a Madrid. Eseguita con un tempismo perfetto, senza nemmeno impiegare terroristi suicidi, a tre giorni dalle elezioni, caratteristiche che rendono fondata la convinzione che un evento di quel genere e di quella portata sarebbe stato imputato non agli autori della strage, ma alla politica filoamericana del Partido Popular. Così, una decina di zainetti pieni di comune esplosivo da cava spostavano, da uno schieramento all'altro, il 10 per cento delle intenzioni di voto, ribaltando le previsioni della vigilia e determinando per i prossimi anni l'assetto politico di un grande paese europeo con la sconfitta secca non prevista di una forza politica che vantava otto anni di ininterrotti successi economici e si era schierata con convinta determinazione nella lotta aperta all'"internazionale terroristica". L'attentato di Madrid è stato precisamente un impiego della forza condotto con perfetto tempismo e perfetta conoscenza delle debolezze dell'avversario, "in modo da piegare la sua volontà". Questi cosiddetti terroristi non hanno nulla da spartire con Felice Orsini o Gaetano Bresci. Madrid non ha subito un attacco terroristico.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail ARTICOLI COLLEGATI
IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.57 del 14/5/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||