RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Il problema è l'utopia

Perché non posso non dirmi anticomunista - II

di Stefano Doroni - 15 maggio 2004

L'idea comunista non nasce con Marx ed Engels: essi l'hanno perfezionata, hanno costruito una strategia per la realizzazione di una società egualitaria. Ma l'idea di un mondo retto dal principio dell'uguaglianza assoluta, senza classi e senza proprietà privata, è molto più antica.

All'origine di tutto c'è dunque un'utopia: il mito di una società perfetta, ricalcata sul modello di una favoleggiata età originaria in cui l'uomo non conosceva divisioni secio-economiche né proprietà individuale. Questa età leggendaria era considerata lo stato migliore dell'umanità, uno stato di completa giustizia.

Inoltre l'utopia non è soltanto una condizione di giustizia sociale assoluta che recupera l'equità perfetta di un passato originario. È anche - e qui sta l'altro aspetto del problema - la tendenza a rifarsi alla dimensione del sogno e dell'ideale, in particolare nelle questioni della politica e della giustizia. Si paragona cioè continuamente l'ingiustizia della realtà all'equità del mondo "risanato" dall'applicazione dell'ideologia; e si insiste nel presentare questa applicazione come effettivamente realizzabile. Il comunismo racconta di una favola che può diventare vera, ma è una favola cattiva: perché l'utopia egualitaria è un modello antiumano. Il mondo perfetto dei comunisti è quello in cui gli uomini sanno essere «pescatori al mattino e filosofi alla sera», come diceva Marx, e quindi non essere mai veramente né gli uni né gli altri: se non sei abbastanza pescatore né abbastanza filosofo non servi né come l'uno né come l'altro. Sei solo una pedina anonima, un ingranaggio del grande meccanismo totalitario dell'uguaglianza assoluta. Tutti uguali perché tutti oggetti. Questa è la società comunista.

Un simile progetto di annichilimento della natura umana ha bisogno della negazione di Dio, di un Dio creatore. I comunisti e chi oggi è travolto dalla fiumana del nichilismo e del relativismo (frutti degli eccessi materialistici del pensiero illuminista), sono portati a sostenere che la "disumanità" della natura, la ferocia e la mancanza di senso morale che c'è in essa, negherebbero la presenza di una mente creatrice a monte di tutto, di un'intelligenza benevola che ha voluto l'esistenza della vita sulla terra.

Ma in realtà la natura è semplicemente quella che è: non ha senso cercare in lei principi morali e nemmeno accusarla di disumanità. La natura non è umana, non è fatta a immagine dell'uomo. Per un credente è l'uomo che è fatto a immagine di Dio, e perciò il senso morale non può venirgli dalla natura, anch'essa organismo nato dal Creatore. Per un non credente l'uomo è dotato di intelligenza, per cui può dominare la natura per migliorare la sua condizione, per aumentare il suo benessere. Inoltre, la presenza del dolore non può essere usata come argomento dell'inesistenza di Dio. Il dolore infatti o viene dal male, o è parte del male che c'è nell'uomo. Per i credenti il Male è un essere personale che insidia gli individui e ispira in essi pensieri cattivi e brutte azioni. Per i non credenti il male è presente nell'uomo stesso, come impulso anche se non come presenza personale. Cristo non viene comunque a togliere il male dal mondo, viene a riconoscere il bene e a premiarlo. Dice infatti, sulla croce, al ladrone pentito: «Amen dico tibi hodie mecum eris in paradiso», «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso». Dio non è responsabile del male del mondo: lo è l'uomo con le sue debolezze. Questo è semmai il segno che Dio lascia l'uomo libero di scegliere la sua strada. Se non permettesse ciò sarebbe una sorta di burattinaio che tira i fili dei suoi inanimati servi; se avesse tracciato una via obbligata per gli uomini, senza lasciare ad essi la possibilità di intraprendere altri percorsi, guidandoli verso una perfezione inevitabile, sarebbe stato un capo comunista. Ma questo argomento lo riprenderemo in seguito.

Torniamo dunque all'utopia intesa come mito della società perfetta senza disuguaglianze sociali né proprietà privata. Dobbiamo innanzitutto dire che questo stato di cose non è mai esistito nella storia dell'uomo: non c'è mai stato un periodo o un posto del mondo in cui le attività produttive o i mezzi di produzione fossero di proprietà collettiva, almeno prima dell'avvento del comunismo storico. Ogni uomo, così come ogni animale, ha bisogno di procurarsi il cibo e perciò deve rivendicare il possesso di un territorio. I membri delle tribù nomadi della più remota antichità avevano l'accesso esclusivo al territorio che avevano occupato e scacciavano senza mezzi termini qualsiasi intruso. È una necessità naturale, che non riguarda soltanto gli esseri umani. C'è un gatto, nella tenuta di campagna di mio suocero, che fa scappare di gran carriera qualsiasi altro felino che si infiltra nei dintorni della casa: solo lui, abitante fisso di quei prati, rivendica il diritto a mangiare le piccole talpe e i topini che lì si aggirano.

Quando, circa diecimila anni fa, l'uomo passò all'agricoltura e abbandonò lo stato nomade, aumentarono le rivendicazioni della proprietà privata: curare la terra richiede tempo e fatica, far maturare i frutti significa aspettare molto tempo. Per questo la proprietà privata venne formalizzata in maniera sempre più precisa. Il popolo di Israele è il primo presso cui ritroviamo il possesso privato della terra. Nel libro del Deuteronomio (27,17) leggiamo: «Maledictus qui transfert terminos proximi sui», «Sia maledetto chi sposta le pietre di confine del suo vicino».

L'idea comunista è dunque antiumana fin dalle sue basi poiché va contro la fondamentale necessità dell'individuo di disporre di beni propri utili per procurarsi di che vivere, si tratti di poderi, macchinari, o di un semplice strumento per scrivere libri. Questa idea, che possiede il fascino della perfetta giustizia e nasconde la terribile insidia della disumanizzazione, è molto antica. Possiamo cominciare dal IV secolo a.C. Nelle Leggi, Platone immaginava una società in cui fossero in comune i beni, le mogli, i figli e perfino il concetto stesso di privato e individuale fosse cancellato; egli sperava che anche gli occhi, gli orecchi e le mani - quanto di più personale un individuo possieda - diventassero cose comuni, e perfino che «tutti gli uomini lodassero e biasimassero, gioissero e si dolessero nelle stesse occasioni». Attenzione. Questa non è un'immagine laica del Cristianesimo: è un'aberrazione, un delitto contro l'umanità. Infatti è la negazione dell'individualità umana, l'umiliazione dell'intelligenza della persona, la disumanizzazione della coscienza, l'omologazione perfetta, il nocciolo del più feroce e pericoloso totalitarismo.

Aristotele - diversamente dal suo maestro - dubitava della capacità dell'utopia comunista di portare la giustizia sociale, poiché chi ha in comune i beni è facilmente spinto a litigare con i suoi concorrenti nell'accesso a questi beni, mentre chi dispone di proprietà privata non corre rischi del genere. Inoltre egli sosteneva che l'origine della discordia non fosse da ricercare nella proprietà individuale, ma nel desiderio di possesso: «i desideri dell'umanità devono essere equamente distribuiti». È dunque la brama smodata di ricchezza il problema, non la ricchezza in sé. In questo Aristotele è decisamente vicino al Cristianesimo; mentre l'utopia comunista, oltre ad essere antiumana, è del tutto anticristiana.

È opinione fin troppo diffusa - ma erronea - che l'idea comunista abbia fondamenti condivisi con il Cristianesimo: ennesima menzogna dei comunisti, troppo facilmente presa per buona. A parte il fatto che Gesù invitava chi volesse seguirlo a liberarsi dei propri beni per non mantenere legami terreni che fossero di ostacolo alla missione di evangelizzazione, mentre il comunismo pretende di distruibuire i beni altrui, cioè le proprietà della classe sociale che detiene capitali o mezzi di produzione; a parte quindi una tale premessa, Cristo non ha mai fatto della povertà una condizione necessaria e sufficiente per la salvezza. La ricchezza può essere di qualche impedimento, ma non viene demonizzata: ciò che è pericoloso sono le cattive inclinazioni, le cadute nelle tentazioni che questa offre agli uomini. «Quod autem in spinis cecidit, hii sunt qui audierunt et a sollicitudinibus et divitiis et voluptatibus vitae euntes soffocantur et non referunt fructum», cioè «[il seme] che cade in mezzo ai rovi sono quelli che dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano trascinare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita, così da non giungere a maturazione», leggiamo nel Vangelo secondo Luca (8,14). Non è la ricchezza di per sé ad essere fonte di male, è semmai il ricco che può essere stolto, come spiega Gesù: «Dixitque ad illos: "Videte et cavete ab omni avaritia, quia non in abundantiam cuiusquam vita eius est ex his quae possidet"», vale a dire «E disse loro: "Guardatevi e state lontani da ogni cupidigia, perché pur se uno si trova nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni"» (Luca 12,15).

È dunque l'avarizia, la cupidigia, la causa delle colpe dei ricchi, non tutti necessariamente stolti né dannati. San Paolo conferma a chiare lettere questa verità cristiana: «Radix enim omnium malorum est cupiditas, quam quidam appetentes erraverunt a fide et inseruerunt se doloribus multis», quindi «è l'attaccamento al denaro la radice di tutti i mali: per il suo sfrenato desiderio c'è chi ha deviato dalla fede e si è tormentato da se stesso con molte sofferenze» (Prima Lettera a Timoteo 6,10).

La proprietà può in sostanza rivelarsi perfino morale, se usata per fini buoni. La Chiesa, in armonia con questi principi che emergono dalla Sacra Scrittura, non ha predicato l'assoluta povertà, né demonizzato la proprietà privata o il possesso di ricchezze; magari ha perseguitato chi - fraintendendo volontariamente o meno la Parola di Dio - predicava un'eresia comunistoide, aspirando a una società egualitaria che abolisse la proprietà privata, come i Catari: un movimento di massa diffuso nella Francia meridionale, nelle Fiandre e in Lombardia nella seconda metà del XII secolo.

! Stefano Doroni
Gli ultimi commenti
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

ARTICOLI COLLEGATI

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.57 del 14/5/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata