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Giovanni Sale Pauperismo architettonico e architettura gesuiticarecensione di Manuela Condor - 29 gennaio 2002 L'interessante saggio di Giovanni Sale affronta in maniera nuova l'architettura gesuitica ed il suo esordio pauperistico. Nella prima parte del libro viene analizzato l'emergere dell'architettura gesuitica; essa nasce, a Roma, in seno al modo di costruire sintetico, semplificato e povero degli oratori e chiese romane sorte in città tra gli anni quaranta e settanta del cinquecento, vale a dire lungo il periodo dello svolgersi del concilio di Trento (1545-1563). La Riforma cattolica si allontanò dall'estremo culto della bellezza come l'aveva inteso il Rinascimento per tornare alla spiritualità, all'interiorità, alla rigidezza morale delle origini del cristianesimo. L'arte e l'architettura furono veicoli per trasmettere questo nuovo modo di sentire; in questa linea di ripensamento, di ritorno alle origini, un ruolo fondamentale ebbero, come committenti, i piccoli gruppi riformatori, laici e religiosi, soprattutto quelli facenti capo alle confraternite e agli oratori. La Riforma, determinando un rinnovamento nella catechesi attraverso l'importanza della predicazione, la valorizzazione dei sacramenti, creò un "nuovo" tipo architettonico a semplice aula rettangolare con altare sul fondo e soffitto piano; l'utilizzo di questo tipo di navata unica, molto semplice, enfatizza l'esigenza di concentrare l'attenzione dell'assemblea liturgica sulla predicazione e sulla Eucaristia. E' più che evidente la lontananza dalle ricercate e "dispersive" chiese Rinascimentali, o Manieristiche, di solito a pianta centrale. Le prime costruzioni gesuitiche nascono, quindi, in pieno fervore rigorista e rispettano, quanto più possibile, alcune semplici regole: era sufficiente che nella progettazione degli edifici sacri si rispettassero i criteri di funzionalità e di economicità, sia per quanto riguarda l'organizzazione dello spazio (che doveva essere utilizzato ai fini del culto) sia per mantenere quello spirito di povertà e di essenzialità, molto apprezzato nella Compagnia delle origini. Tutto ciò pur mantenendo un elevato grado di adattabilità alle situazioni locali più disparate; i gesuiti non imponevano uno stile ufficiale, anzi: nel seicento le chiese della Compagnia in Belgio vennero costruite in stile gotico locale. Il modello "povero" di chiesa ad aula venne però considerato, sin dalle origini, il miglior tipo architettonico per le costruzioni della Compagnia. L'origine del tipo è da ricercare nella linea essenziale delle chiese paleocristiane, ma il ritorno al suo utilizzo si deve ad Antonio da Sangallo il Giovane. Ma quali sono gli elementi essenziali di questo tipo architettonico, oltre la già citata essenzialità? Un vasto spazio unitario rettangolare (l'aula) due file di cappelle sui lati lunghi (che però mancano nei primi esempi, ancor più semplificati) e un'area specializzata per l'altar maggiore (sul fondo) costituita da una cappella maggiore, talvolta coperta a volta e con la funzione di presbiterio; la copertura preferita era quella a soffitto piano (poiché si riteneva che i soffitti voltati disperdessero la voce, e ciò andava contro uno degli aspetti più importanti: la predicazione). Le Congregazioni Generali emanarono una serie di norme su come doveva essere il modo di costruire gli edifici della Compagnia (il modo "nostro" di costruire): era necessaria la salubrità del luogo, ed un'architettura utile, funzionale, poco costosa, lontana dai toni sfarzosi o rappresentativi dell'architettura precedente. Si tratta di soluzioni spaziali che ben si adattano agli ideali degli ambienti vicini alla Riforma Cattolica. Il cosiddetto pauperismo architettonico non è perciò imposto dall'alto, ma è volutamente scelto dalla Compagnia come il più adatto al proprio stile di vita religioso e di apostolato cittadino. Dietro le prime costruzioni gesuitiche sta la figura di un importante architetto ferrarese: Giovanni Tristano, la cui storia è ben analizzata nel saggio di G. Sale. Il Tristano fece propri gli ideali della Compagnia e realizzo alcuni edifici che ne rispettavano i canoni: il Gesù di Perugia, il Gesù di Palermo, il Gesù di Ferrara e di Forlì. In queste chiese Giovanni Tristano dimostra ampiamente di aver contribuito a creare «il modo nostro di costruire». A questo punto, chiarita la genesi dell'architettura gesuitica, G. Sale si chiede come sia possibile che, nel giro di pochi anni, partendo dalle premesse pauperiste e funzionali della Compagnia, si sia arrivati ad una costruzione così complessa come la costruzione del Gesù di Roma. Una prima distinzione che lo studioso compie riguarda gli edifici di uso profano della Compagnia (case, collegi, residenze) per i quali mai si abbandonò lo spirito di essenziale funzionalità, mentre per gli edifici di culto la Compagnia non escludeva un certo decoro (e ciò sarà stato ancor più vero per una chiesa importante ed emblematica come il Gesù di Roma ). Anche uno dei Padri Generali, p. Oliva, sostenne che, pur nel rispetto della funzionalità dell'edificio di culto, «procuriamo di corrispondere alla grandezza della eterna potenza con quegli apparati di glorie che possiamo maggiori». Il secondo capitolo del saggio si occupa quindi della costruzione della chiesa del Gesù di Roma, sin dalla scelta del sito. Alla Compagnia appena approvata fu affidata la chiesa di S. Maria della Strada (molto vicina alla zona del Campidoglio) al centro della città, un luogo strategicamente importante per il potere religioso e civile; per lo stesso fondatore della Compagnia era molto importante l'ubicazione degli edifici nel contesto urbano, visto l'orientamento all'apostolato cittadino che aveva l'ordine gesuitico. Trovato il luogo di fondazione, intorno alla suddetta chiesa di S. Maria della Strada, e ricevuto il beneplacito per costruire, i lavori non procedettero spediti come i padri gesuiti si auspicavano. La fondazione avvenne (dopo svariate difficoltà) nel 1568 e si protrasse per circa vent'anni. Le difficoltà maggiori si ebbero sin dall'inizio poiché il finanziatore dell'opera, il Cardinale Alessandro Farnese, e il Padre Generale San Francesco Borgia avevano opinioni diverse su sostanziali problematiche che la costruzione della chiesa poneva. La progettazione fu laboriosissima e vide all'opera da una parte il Farnese con il suo architetto Giacomo Vignola e dall'altra p. Borgia e il Tristano che portavano avanti il modo "nostro" di costruire. Si ottenne così l'ideazione di una grande chiesa ad aula raccordata ad uno spazio a pianta centrale con copertura a volta, il tutto frutto, secondo Sale, non solo del prestigioso architetto del Farnese, ma di una paritetica collaborazione dei due architetti coinvolti. La chiesa del Gesù di Roma è quindi scaturita dall'incontro di due mentalità, due universi culturali diversi fra loro. Da una parte c'era il gran Cardinale, il Farnese, cresciuto in ambiente legato alla tradizione rinascimentale, al centro degli sfarzi della corte papale di Paolo III, uomo di gusti raffinati e protettore di artisti. Egli voleva per la chiesa del Gesù un modello di edificio alto, aulico, un organismo complesso e aperto a nuove sperimentazioni spaziali; ad esempio egli fu irremovibile sul tipo di copertura: egli voleva la copertura a volta perché più dignitosa, più magniloquente, più vicina al suo gusto di stampo classicheggiante. Sappiamo come invece i gesuiti preferivano la semplice copertura a soffitto piano perché più sobria e più adatta a far risuonare la voce durante le predicazioni. D'altro lato c'era la Compagnia dei Gesuiti con le sue esigenze lontane, come gia ripetuto, da una concezione estetizzante e rappresentativa dello spazio sacro: la chiesa era innanzi tutto il luogo dove i fedeli si riunivano per la catechesi e il culto. Per questo preferivano le chiese ad aula, più adatte a raccogliere i fedeli, e anche per il Gesù di Roma ottennero la pianta ad aula con unica navata, sebbene il Cardinale Farnese certo avrebbe preferito una pianta più elaborata. L'incontro tra questi due mondi, fra queste due forme mentali, ciascuna con i suoi particolari e insostituibili apporti, ha creato un tipo di chiesa (che gli storici dell'arte chiamano gesuitica) che godrà di ampia fortuna e che vedrà da subito un irraggiamento universale. L'autore, per concludere, riporta le parole di Sandro Benedetti: «Con il Gesù di Roma il tipo originario ad aula si evolve ed un livello più alto, così che all'aula, al presbiterio, alle cappelle, si innesta il sistema spaziale del transetto-cupola, ed il sistema della copertura a volta della grande aula. È chiaro che le due aggiunte non sono semplici appendici, ma elementi capaci di riqualificare lo schema iniziale». Manuela Condor |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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