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Il "Parlaggio" di Gabriele D'Annunziodi Elena Siri - 5 giugno 2004 La parola teatro deriva etimologicamente dal verbo greco theàomai che significa vedere. Non è insito nel termine teatro il concetto di parola, ma solo il richiamo alla dimensione visiva della rappresentazione. Questa parola teatro con un'origine così generica da potersi riferire tanto alla prosa quanto alla danza e perfino alla pittura come espressione prima dell'arte del vedere non poteva certo soddisfare il linguaggio di Gabriele D'Annunzio, l'artista italiano, letterato, politico, storico, cesellatore della lingua, uomo originale e poliforme, vissuto a cavallo tra ottocento e novecento (1863-1938) che fece della ricerca linguistica un vero paradigma dell'arte. La sua scrittura era legata inscindibilmente al suono, al ritmo, all'espressione preziosa. Forse fu proprio l'esigenza di precisione linguistica, di neologismi onomatopeici, di manipolazione dei termini lavorati come gemme che portò il divino poeta a sostituire il termine teatro con la parola parlaggio. Parlagio è un'antico termine medievale usato per indicare l'area cittadina delle assemblee, lo spazio dove si svolgeva la comunicazione verbale, dove si sfoggiava l'arte oratoria, il discorso politico e civile. D'Annunzio compì, come sempre, una scelta raffinata e insolita, ricercata e aristocratica: Parlaggio si chiamò il nuovo teatro all'aperto che lui stesso volle collocato sulle pendici affacciate sulle acque del lago di Garda al Vittoriale: era una struttura ispirata ai teatri greci, con ampie scalinate per gli spettatori. I lavori iniziarono nel 1934, ma si conclusero solo nel 1953 a venticinque anni dalla morte del poeta. Il Vittoriale degli Italiani, capolavoro di architettura, estetica e di immaginazione, fu lasciato in donazione allo Stato italiano. Nell'Atto di donazione, D'Annunzio scriveva: «Io son venuto a chiudere la mia tristezza e il mio silenzio in questa vecchia casa colonica, non tanto per umiliarmi, quanto per porre a più difficile prova la mia virtù di creazione e trasfigurazione. Tutto infatti è qui da me creato o trasfigurato. Tutto qui mostra le impronte di uno stile...tutto qui è una forma della mia mente, un'aspetto della mia anima, una prova del mio genere». Oggi il Vittoriale degli Italiani è un monumento stupefacente: un'autobiografia vivente, il ritratto di un'epoca, un memoriale storico, un'opera autentica, eccentrica, irripetibile. Visitandolo si provano emozioni di euforia miste a profonde malinconie, si sente il profumo del genio letterario e l'odore stantio della miseria umana, il trionfo sospeso sul baratro, ma soprattutto si sente l'inesorabile sensazione del trascorrere del tempo come nella celebre immagine di D'Annunzio della clessidra di sabbia. L'aria mitologica che si respira nella dimora dannunziana è quella stessa che si ritrova nelle sue opere teatrali: un mondo assoluto dove l'amore si identifica con la morte, il sacrificio con il delitto, la vita con il soffocamento. Ciò che più traspare dai suoi testi teatrali è la lingua artificiale e meravigliosa, irreale, innaturale, mai quotidiana. Le atmosfere sono insondabili e barocche. Le sue opere non divennero mai dei veri e propri classici del teatro italiano; rimasero allora come oggi delle rarità, degli spettacoli insoliti. Il suo sforzo di rinnovare il teatro slegandolo dal verismo, dal teatro borghese e dal provincialismo italiano lo spinse verso la ricerca di un teatro in bilico tra poesia e mito, fondato su un lirismo psicologico universale. D'Annunzio voleva che l'evasione portasse il pubblico in regni di infinita grandezza, di conflitti superumani, di atmosfere sensuali, esaltanti, eccitanti. La parola era il mezzo che rendeva possibile questa uscita dal quotidiano verso un mondo "altro"; attraverso di essa si ricreavano la magia e l'incanto necessari a cambiare dimensione. La parola era il mezzo della trasformazione, il parlaggio era il luogo, il fine è racchiuso nelle nostre anime.
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Ragionpolitica, periodico on line n.60 del 4/6/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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