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Forza Italia: la forza delle riformedi Gabriele Cazzulini - 27 maggio 2004 In una stagione politica così convulsa, discutere di riforme istituzionali rischia di apparire un problema secondario. Eppure le riforme sono una delle principali risorse con cui affrontare e superare le minacce che stanno attaccando l'Italia, dentro e fuori dei suoi confini. Una politica globale per una sfida globalePerché le riforme? In una fase politica contrassegnata dal divampare del terrorismo su scala mondiale, che ha fuso differenti fazioni in una specie di Internazionale del terrorismo, attaccando le nostre fondamenta politiche, sociali e culturali, fino al punto di minacciare la stessa identità dell'Occidente, perché fare le riforme? In una congiuntura economica mondiale colpita prima dallo scoppio della bolla speculativa nel 2000 e, dopo, flagellata dagli effetti dell'11 settembre, da una crescita stentata, da una domanda depressa, dalle consecutive bancarotte di grandi colossi nazionali ed europei, perché continuare nelle riforme? A prima vista sembra che ognuna di queste situazioni richieda misure particolari, interventi mirati, strumenti e soluzioni specificamente pensati per quel problema. Insomma, sarebbe naturale affidare ciascun problema ad una squadra di tecnici, di esperti che provvedano a risolverlo. Sarebbe tanto naturale e spontaneo, quanto ingenuo e pericoloso. La crisi che sta circondando l'Italia e l'Occidente è di una intensità e di una dimensione tale che non può essere fronteggiata scomponendola in settori isolati. Come l'economia è saldata alla politica internazionale, così la politica dell'immigrazione va associata ai rapporti tra differenti comunità religiose, che a sua volta chiama in causa la politica dell'assistenza sociale e dell'istruzione. Sono solo alcuni banali esempi della fitta rete di connessioni tra differenti ambiti della politica, che si è fatta globale non solo in senso geografico, ma nel senso di raccogliere al suo interno ogni aspetto rilevante della società. Proprio per questo la politica oggi avanza la richiesta di maggiore coesione, di maggiore capacità di decisione da parte di istituzioni efficienti, guidate da leader dotati di adeguati poteri che sono usati in modo responsabile, premiando il merito personale e il conseguimento degli obiettivi prefissati. A questo servono le riforme: modernizzare lo Stato per renderlo efficiente e liberale. Lo Stato italiano è rimasto imprigionato nel modello super-burocratico, centralizzato, gerarchico, immobilista. Adesso questo modello va sostituito per correggerne gli insostenibili difetti. Le riforme servono allora per adeguare lo Stato alla realtà della globalizzazione, sostenendo le aziende sui mercati mondiali attraverso una solida rete diplomatica che offra informazioni e sicurezza. Servono anche a difendere gli uomini liberi dal terrorismo, disponendo della capacità di prevenirne le minacce. In uno Stato libero ed efficiente il voto dei cittadini ritorna ad essere il protagonista della politica, con il premierato maggioritario e il vero federalismo dopo decenni di statalismo e partitocrazia. Ecco perché fare le riforme. Le riforme precedono ogni singolo problema, ogni singola materia perché pongono le regole con cui risolvere i problemi, e i problemi d'oggi non possono essere neppure affrontati con regole inadatte e inefficaci quali sono le attuali. Fare le riforme significa in ultima analisi adeguare le regole del gioco, la struttura dello Stato ai nuovi bisogni della società. Le ragioni delle riformeForza Italia e il Governo hanno l'indiscusso merito di aver compreso appieno che le riforme non sono più una questione interna o una materia politica come tante altre. Per continuare ad affermare l'Italia quale partner internazionale di primo piano, è necessario che l'Italia disponga di uno Stato all'altezza del suo prestigio e delle sue funzioni in campo internazionale. Ma uno Stato autorevole fuori dai suoi confini deve esserlo anche dentro. L'affidabilità e il rispetto internazionale devono corrispondere, all'interno, ad istituzioni politiche costruite sul voto degli elettori e sulle libertà come fondamento del potere dello Stato. In questo senso sono tre i pilastri su cui rifondare lo Stato: la centralità del voto, il premierato e il federalismo. In primo luogo, in ogni sistema politico liberale il potere non può che derivare dalla libera e indiscussa scelta degli elettori. Per quanto appaia strano, in Italia questo principio è rimasto un ideale a cui non è corrisposta una solida realtà fino all'avvento di Forza Italia. Prima il voto non costituiva niente di più che un'indicazione, un orientamento di cui le segreterie dei partiti tenevano conto, in modo superficiale, per mercanteggiare tra loro la formazione del Governo. I voti equivalevano a denari da mettere sul piatto della bilancia per ottenere più cariche possibili, in un gioco al rialzo tra i vari partiti. Il voto in sé era praticamente insignificante, perché si riduceva ad una manifestazione emotiva, quasi estetica, del proprio affetto con un partito in quanto tale, a prescindere dai risultati ottenuti, dai programmi futuri e dai candidati. Ora il voto degli elettori, grazie alle riforme, non solo è centrale nel decidere chi deve governare, ma è inappellabile e incontrovertibile. E' centrale perché governa solo chi ha il voto degli elettori: ogni Governo nasce solo grazie al consenso degli elettori. Niente governi tecnici, niente larghe intese. Quindi il voto è anche inappellabile, perché non può essere alterato o invertito, come capitava coi "ribaltoni" con cui nascevano governi senza consenso elettorale. Allo stesso modo, ogni volta che un Governo cade, l'unica cosa da fare è ridare la parola agli elettori. In questo modo gli elettori avvertono la loro responsabilità e quindi si sentono coinvolti nella politica, non solo emotivamente. Dopo decenni di astensionismo e schede bianche o nulle, gli elettori, a prescindere dal loro colore politico, tornano a partecipare alla politica. In una democrazia liberale, il Primo Ministro non può che essere eletto direttamente dagli elettori. Eppure per quasi mezzo secolo gli Italiani sono stati privati di questa libertà politica fondamentale. Come i governi non erano formati sulla base del voto, così anche il Primo Ministro era imposto e non liberamente scelto. Ma con le riforme si può ricucire questo strappo, instaurando un forte legame diretto tra elettori e Primo Ministro, un legame basato sulla fiducia dei primi e sulla responsabilità del secondo di fronte a loro. Per far questo, occorre però che il Premier sia dotato dei poteri adeguati al suo ruolo di guida del Governo. Deve, percò, essere in grado di assumere decisioni di rilevanza assoluta, sia per lavorare con continuità al programma del Governo, sia per far fronte a improvvise crisi internazionali. Le attuali riforme non alterano, ma rafforzano la nostra tradizione parlamentare. Al Presidente del Consiglio viene, infatti, accostata una chiara e compatta maggioranza parlamentare che ne sostenga l'azione, ponendo fine al misero spettacolo di un Parlamento lacerato dalle divisioni interne e incapace di sostenere un Governo di legislatura. Ma il progetto delle riforme varato dall'attuale Governo non è limitato agli organi centrali dello Stato, ma coinvolge, in un disegno organico e coerente, anche la questione delle autonomie locali. Privando lo Stato nazionale di significativi poteri, lo sviluppo di istituzioni politiche sopranazionali produce un vuoto nei tradizionali riferimenti statali su cui si basavano gli enti locali. Dal momento che non è più lo Stato a gestire i settori decisivi per gli enti locali, sono questi ultimi a doversi impegnare in prima persona per provvedere alle proprie funzioni. Funzioni che le riforme, giustamente, non limitano alla sfera burocratica, perché assegnano alle Regioni una serie precisa di competenze legislative esclusive. Sono pertanto le Regioni il nuovo punto di riferimento del sistema delle autonomie. Sono le Regioni che, d'intesa con lo Stato, legiferano secondo principi comuni declinati però (e qui si apprezza tutto il valore della devolution) secondo contesti ed esigenze locali. Ecco dunque cos'è il vero federalismo: la distribuzione del potere politico all'interno dei confini dello Stato, in modo che gli aspetti principali della vita di una comunità locale vengano decisi e gestiti direttamente da quella comunità. Questa ridistribuzione del potere all'insegna dell'eguaglianza tra Stato e Regioni, presuppone una cornice legislativa che stabilisca i principi e valori fondamentali e che tuteli l'interesse nazionale. Dal lato pratico, occorre allacciare tutti i vari livelli locali in un'istituzione che trasferisca le istanze locali in sede nazionale. Grazie al Senato federale, nazionale e locale non sono più aggettivi opposti ma integrati in una coerente architettura istituzionale. In queste tre ragioni: la centralità del voto, il premierato e il vero federalismo, emerge "la" ragione dominante delle riforme: il bisogno dell'Italia e degli Italiani di avere uno Stato efficiente e moderno e, soprattutto, garante delle libertà dei suoi cittadini. Un bisogno che non può più essere ignorato o rinviato, ma soltanto realizzato con il grande progetto delle riforme e il grande impegno di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, sostenuti da tutti gli italiani "liberi e forti".
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Ragionpolitica, periodico on line n.59 del 27/5/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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