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6 marzo 2008
 
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Il ruolo del sindacato nel processo di modernizzazione

di Francesco Pasquali - 27 maggio 2004

Le organizzazioni sindacali in passato hanno svolto un'azione molto importante, soprattutto nella seconda metà dell'800. E' principalmente grazie al loro fondamentale contributo che i lavoratori dipendenti hanno ottenuto tutta una serie di garanzie. Oggi lo scenario politico ed economico, però, è cambiato: ricorso alla mobilità e alla flessibilità da parte delle industrie, miglioramento delle condizioni di lavoro, e relativo aumento della vita media dei cittadini.

Logica vuole che al mutamento della società segua un adattamento della legislazione da parte dei governi. I sindacati, invece, spalleggiati da una sinistra priva di quella libertà mentale che permette di aggiornare le idee - e per questo priva di un'idea di governo - non vogliono rendersi conto che oggi il loro compito dovrebbe essere diverso da quello di ieri, e continuano così a portare avanti vecchie idee. Restano arroccati nella difesa di posizioni di privilegio per proteggere le quali mettono a repentaglio la salute economica generale.

Questa analisi era sposata anche da alcuni ambienti della sinistra: a dimostrazione di ciò si può citare, come esempio, un'intervista rilasciata da Pierluigi Bersani (DS) all'epoca Ministro dei Trasporti, in cui pontificava "libereremo l'Enav dalla politica e dai sindacati", giudicando non risolutiva la legge sugli scioperi pubblici. Significativo è anche il passaggio di un articolo, pubblicato su "La Repubblica" (quotidiano chiaramente antiberlusconiano ) nella versione del maggio 2000, che porta la prestigiosa firma di Massimo Giannini: "in Gran Bretagna, paese con crescita europea più sostenuta, le imprese dell'alta tecnologia hanno tassi di sindacalizzazione vicino allo zero".

In Inghilterra, infatti, con la Thatcher prima, e con Tony Blair poi, la politica si è liberata dalla morsa del sindacato. Innovazione e modernità coincidono quindi con un ridimensionamento del sindacato; morale: i paesi più dinamici ed avanzati sono quelli con il sindacato meno robusto.

Nel corso degli ultimi anni le associazioni sindacali hanno perso le loro caratteristiche genetiche. Paradossalmente il sindacato si è trasformato in un ostacolo per la modernizzazione dell'economia e della società. Ha perso di vista la sua funzione e i confini della sua area di azione: la rappresentanza di interessi di parte è degenerata in rappresentanza politica, trasformando i problemi sindacali in problemi politici; una confusione che arreca danni alla società, allo scorrere regolare della democrazia e ai lavoratori.

La loro sola e dannosa ricetta è lo sciopero. Al primo cenno di riforma liberale ed innovativa come ad esempio quella sulla scuola - che abolisce la cattedra a vita per i professori universitari, introduce criteri di competitività tra i docenti e apre le porte universitarie a liberi professionisti - i sindacati, con la complicità della sinistra, di certa stampa e di alcuni intellettuali, scatenano il loro furore ed alzano barricate in difesa dei privilegi della corporazione baronale e del loro posto fisso (le migliori università straniere utilizzano già contratti di ricerca nella fase iniziale della carriera accademica).

Continuano a sfiancare e ad ingannare i lavoratori in scioperi di scarso successo e in battaglie senza futuro; razionalmente ad un lavoratore in difficoltà torna più utile un corso di aggiornamento che una giornata di sciopero. Chi si iscrive ad un sindacato per logica chiede una rappresentanza sociale e non politica.

Percorrono la strada delle menzogne intrapresa dal "Cinese", una strada che lo condusse a tradire milioni di lavoratori il giorno del referendum sull'art. 18. Quel referendum, tanto voluto dall'arguto Bertinotti, terrorizzato di essere sorpassato a sinistra, contribuì a fare luce sulle menzogne urlate da Cofferati e rendere pubblici i suoi veri intenti: ergersi a leader della sinistra scatenando le piazze in aiuto - e forse in sostituzione - dell'opposizione parlamentare; ha giocato con il salario di milioni di lavoratori per fini personali con il solo merito di inasprire il conflitto sociale.

Il risultato: piazze piene ed urne vuote. Gli italiani, disertando le urne il giorno del referendum, hanno dato un messaggio chiaro: vogliono un paese più moderno ed hanno espresso il loro consenso alla riforma del lavoro proposta dal governo.

I lavoratori vanno difesi con i sindacati seduti al tavolo delle trattative, senza esercitare diritti di veto; è agli eletti dal popolo che fa capo la responsabilità politica. Ad oggi la contrattazione nazionale sembra impantanata ed i segretari nazionali della triplice sono troppo compromessi. Forse relazioni decentrate riuscirebbero a rappresentare meglio il continuo mutare del mercato del lavoro (aperture al dialogo a livello locale sarebbero il primo passo fondamentale per portare le trattative lontano dai riflettori e quindi consentire che si svolgano nella serenità che meritano).

Del resto, la partita vera non si gioca in azienda e sul territorio?

! Francesco Pasquali
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Ragionpolitica, periodico on line n.59 del 27/5/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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