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L'eterno vizietto dei magistrati: Falcone, Pera e la riforma

di Giovanni Vagnone - 27 maggio 2004

Si è ripetuta, nei giorni scorsi, quella polemica tra poteri dello Stato che ha tanto di assurdo quanto di inaccettabile. Si è ripetuto lo sciopero delle magistrature, si sono di nuovo rinviate udienze, si è per l'ennesima volta rallentato ulteriormente quel macchinoso meccanismo che è la Giustizia in Italia. Per non parlare dello strascico di polemiche tra opposizione, maggioranza ed opinionisti di ogni bandiera.

E questo per quale motivo? Senza troppi dubbi possiamo rispondere: per motivi politici. Ebbene sì, perché nella nostra Magistratura, a tutti i livelli, a fianco ed in aggiunta ai bravi professionisti che svolgono il loro lavoro, possiamo riconoscere e catalogare un corto elenco di individui affetti da sindromi antipatiche e pericolose per la loro attività: la smania di protagonismo e l'ideologia politica. Queste due caratterizzazioni permettono loro di risaltare sulla massa, di ergersi tanto in alto da poter comparire sui giornali ed essere nominati in ogni emittente televisiva. Ci chiediamo quale gusto morboso provino costoro ad essere le voci autorevoli di diffusi luoghi comuni, voci autorevoli di disinformazione e convincimento pre-elettorale.

A dire la verità, però, in Italia non esiste, grazie alla sinistra aggressiva e costruita ad personam sull'assioma dell'anti-berlusconismo, un vero e proprio periodo libero dalla propaganda, magari per semplice lontananza temporale di un appuntamento alle urne. C'è un continuum di polemiche, di lotte di immagine, in cui purtroppo questi personaggi del mondo della Giustizia possono trovare lo spazio per il loro personaggio e portare avanti un'attività di speculazione mediatica. Abbiamo così le indagini ad hoc, ed addirittura i processi per levare di mezzo questo o quel politico scomodo. Ma questa è un'altra storia.

Nello specifico, una furente polemica è nata dalle parole del Presidente del Senato Marcello Pera, in occasione dell'anniversario della strage di Capaci che costò la vita a Giovanni Falcone. Grande risentimento perché Marcello Pera ha osato infrangere un tabù inviolabile, senza per altro dire nulla di falso né di particolarmente scottante, e relativa, disperata, fuga dalla realtà.

Ci sono, infatti, alcuni elementi che la magistratura di oggi sembra essersi dimenticata, in occasione della sua ascesa autocelebrativa e della lotta a tutto campo al Governo ed alle sue riforme, che riguardano niente meno che lo stesso Falcone.

Pare che nessuno ricordi più che prima di essere assassinato, il giudice dell'antimafia era già stato sconfitto ed isolato dai suoi colleghi, avversari difficilmente battibili (altro che i mafiosi nascosti nel Sud Italia), i vari Violante e le varie Paciotti. Gli stessi che dopo l'esplosione e la tragedia ne hanno tratto profitto, con l'effige luminosa di un martire che hanno fatto propria e che hanno strumentalizzato secondo le necessità del momento.

Ma perché, all'epoca, Falcone era stato messo in disparte dalle stesse toghe rosse (i "professionisti dell'antimafia" alla Sciascia) che in un secondo momento l'hanno difeso a spada tratto ed annoverato tra i loro più valorosi esponenti? Per ironia della sorte (una tragica ironia), il motivo è lo stesso per cui attualmente i magistrati scioperano, ovvero per il disegno di legge del Governo che vuole le cariche di inquirenti e giudicanti divise.

Una logica lapalissiana vorrebbe fosse così: ma togliere un privilegio di questo genere alla maestà del giustizialismo imperante non è cosa molto distante dalla bestemmia, per certuni. Ebbene, Falcone quest'idea l'aveva all'inizio degli anni novanta (quindi il sistema risultava già vecchio allora) e proprio per questo era stato abbandonato dai colleghi. Gli stessi che oggi contraddicono il principio imputandogli (è il loro mestiere di inquirenti o di giudicanti che li muove?) la colpa di rendere la magistratura un organo non sufficientemente indipendente. Eppure, oggi, nessuno osa rimproverare a Falcone di essere stato un uomo che non conosceva gli altri uomini e le cose della giustizia.

L'ipocrisia cresce ancora se consideriamo un altro punto della riforma contrastatissimo, ovvero quello dei "concorsi" anche durante il cursus honorum: al momento, una volta che si è passato il primo e si è entrati nell'ordine, non resta che aspettare in progressione di tempo di essere promossi, promossi e promossi. Nessun impegno, nessuna fatica, nessuna considerazione della competenza o dell'incompetenza del soggetto, né da parte del Ministero, né da parte dei superiori. Considerando questi elementi sotto una luce oggettiva, che non parteggi né per il mondo politico né per quello della giustizia, non viene da storcere il naso. Viene solo da insospettirsi quando una delle due parti grida allo scandalo ed alla violazione dei principi costituzionali. Il Presidente del Senato ha reso evidente una contraddizione in termini della componente contestatrice del CSM. Ed ha compiuto così un atto talmente limpido ed onesto da apparire inaccettabile.

Ma ci permettiamo di consigliare ai magistrati letture non prettamente giuridiche, essenziali però nello spirito per comprendere la natura della democrazia. E' una verità inconfutabile che «perché non si possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere [...]» (Lo spirito delle Leggi, Montesquieu, libro XI, capitolo IV), ma esiste la possibilità che lo sbilanciamento tra il potere politico-governativo e quello giudiziale sia nella direzione opposta. La democrazia è basata sull'equilibrio e non sempre questo è facile da mantenere (in proposito i saggi di John Stuart Mill, Lord Acton e quant'altri), ma nessuno può permettersi di sentirsi al di sopra ed al di là delle parti.

Il popolo italiano elegge democraticamente i propri rappresentanti, che democraticamente esercitano lo stesso potere legislativo che giudici e magistrati potranno e dovranno applicare. Nessuno è al di fuori dei giochi. Né i pochi che fanno tanto rumore, né quant'altri se ne sono resi conto e accettano la natura liberale della nostra civiltà: da Falcone a Borsellino, alla miriade di giudici e magistrati che, prima di decidere se bocciarla, la riforma l'hanno anche letta.

! Giovanni Vagnone
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