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numero 280
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Il respiro della curiosità

di Riccardo Meynardi - 27 maggio 2004

Wisława Szymborska, nata ad inizio secolo, nel 1923, nella città polacca Bnin, è una di quei poeti che non si studiano al liceo e che, addirittura, faticano a venir tradotti in lingua italiana. Rare furono le poesie riportate su antologie e riviste specializzate ed unica fu la raccolta pubblicata da Vanni Scheiwiller nel 1996, poche settimane prima del Nobel. Mentre nel resto dell'Europa continentale, in Inghilterra e negli Stati Uniti, la sua opera veniva pubblicata in diverse lingue già dalla fine degli anni Cinquanta, in Italia fu proprio il prestigioso premio a segnare una svolta di notorietà per la scrittrice polacca, comunque criticata, a volte perfino snobbata e non raramente schernita da manifestazioni di stupore della nostra stampa.

Il capitolo italiano è solo una piccola parte della vita letteraria della Szymborska, tortuosa in svariate circostanze, considerando anche il clima politico che si respirava nella Polonia comunista. Già, proprio il comunismo ed il rifiuto di questo tracciarono, nelle sue riflessioni e nei suoi pensieri, una lunga strada che porta e continuerà a portare le sue poesie verso l'infinito. Un infinito costruito sulle basi della semplicità e della chiarezza espressiva, due caratteristiche di stile che non riescono, però, a nascondere la grande profondità del suo pensiero. Le poesie della Szymborska puntano all'eternità dell'interrogarsi; con domande spesso private, intime e segrete, che amano ricercare la verità dell'esistere soprattutto nelle piccole cose che rendono unica la vita della persona. La grande ricchezza di Wisława sta nel fatto che raramente, nei suoi scritti, prova a dare risposte e, anche quando arriva ad una conclusione, lo fa per suscitare l'intima voglia d'interrogarsi del lettore. L'istinto di curiosità, che spinge a muovere le proprie linee di pensiero oltre a qualsivoglia risposta, è alimentato da un'incessante «non so» che apre la mente a qualsiasi ricerca.

E' facile, in questo caso, rivolgere il pensiero verso Antonio Rosmini e Michele Federico Sciacca, ma è difficile non utilizzare le parole di Fabrizio Gualco: «La ricerca di una risposta adeguata ai problemi della persona, della libertà, del male e della sofferenza spingono l'intelligenza verso orizzonti più ampi». Ed io, nel mio piccolo, mi permetterei d'aggiungere un "sempre più ampi".

Quanta bellezza poetica ed espressiva possono esprimere sei parole? Quanti, innumerabili, significati possono racchiudere? Quanta meraviglia, riflessione e gioia di vivere possono liberare? «nasciamo senza esperienza, / moriamo senza assuefazione». E' la ricerca continua del significato delle cose, delle azioni, del tempo: «Perché tu, ora malvagia, / dài paura ed incertezza? / Ci sei - perciò devi passare. / Passerai - e in ciò sta la bellezza». (Nulla due volte, dalla raccolta Appello allo Yeti, 1957). Ed ancora sulla verità del tempo ha scritto i versi di La gioia di scrivere (dalla raccolta Uno spasso, 1967):

«[...] Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d'occhio durerà finché lo dico io,
si lascerà dividere in tante piccole eternità

[...]

«C'è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere che a mio comando è incessante?

«La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d'una mano mortale.
»

E' da sottolineare anche l'ironia con cui percorre praterie incredibilmente vaste, studia l'"esistenza oggettiva" dei luoghi e delle situazioni, come s'interrogasse sull'esistenza del suono in assenza di qualcuno che possa percepirlo. Un esempio divertente e sublime è dato da La stazione (sempre dalla raccolta Uno spasso, 1967):

«Il mio non arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

«Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

«Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

«Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.

[...]

«A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

[...]

«La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

«L'insieme restava a suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

«E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.

«Fuori dalla portata
della nostra presenza.[...]
»

Bellissimo è anche il percorso sulla persona, intesa come singolo individuo che vive, partecipe al e nel mondo. Un pensiero prossimo alla Cristianità ed a quelle linee di pensiero occidentali che arricchiscono la nostra cultura e la nostra civiltà e che solo chi ha vissuto in mezzo al comunismo più sporco e radicale può comprendere fino in fondo. La Szymborska è spaventata e rifiuta (non a priori, ma assolutamente dopo un'intensa riflessione) la generalizzazione, l'appiattimento che accentua le diseguaglianze, l'"uguale per tutti" che si adatta male alle individualità. Proprio per questo, nei versi di Grande numero (1976) ama sottolineare che rimane sempre la singolarità il motore primo dei suoi sentimenti e della sua immaginazione, nonostante gli orizzonti di una persona possano, ormai, essere incredibilmente ampi.

Abbiamo, allora, la curiosità che affianca la ragione, divenendo anch'essa virtù innalzante l'uomo al di sopra di tutti gli altri viventi. Proprio come vide già Thomas Hobbes nel suo Leviatan: «Il desiderio di conoscere il perché ed il come è detto CURIOSITA' e non si trova in nessun'altra creatura vivente, se non nell'uomo. L'uomo non è perciò contraddistinto soltanto dalla ragione, ma anche da questa particolare passione, rispetto agli altri animali, in cui il predominio dell'appetito per il cibo e per gli altri piaceri del senso toglie la cura di conoscere le cause. Questa passione è una forma di concupiscenza mentale, che, per il persistere del piacere nella continua ed infaticabile generazione della conoscenza, supera la breve intensità di qualsiasi piacere carnale».

A ragione e curiosità, poi, la Szymborska appoggia una terza virtù esclusiva della persona, la coscienza. E lo fa con divertimento ed ironia. Permette di riflettere profondamente, con il sorriso sulle labbra: «[...] Uno sciacallo autocritico non esiste. / La locusta, l'alligatore, la trichina e il tafano / vivono come vivono e ne sono contenti. / [...] / Non c'è nulla di più animale / della coscienza pulita / sul terzo pianeta del sole». A questi versi si possono ben accostare le parole della Prima lettura del Credo laico di Forza Italia: «Prima di un problema politico vi è un problema morale, quello dell'imperativo di coscienza, al quale è subordinata non solo la politica ma tutta la vita dell'uomo. Il primato della coscienza è il fondamento del primato della persona sullo Stato, il fondamento della libertà come responsabilità. Il liberalismo è la libertà come responsabilità e la responsabilità come libertà. Nel totalitarismo non vi è libertà e non vi è responsabilità. Qui è il nesso che congiunge il cattolicesimo al liberalismo, qui è il fondamento del pensiero, del programma e dell'azione politica di Forza Italia».

Si può facilmente capire, allora, come possa essere stato vissuto, da una poetessa con questa ampiezza di pensiero, il comunismo. Wisława Szymborska è stata comunista ed ha compreso a fondo questa ideologia imprigionante, che fa dell'inamovibile convinzione e del non-pensare i suoi cardini più robusti ed indispensabili. Per questo se n'è allontanata, anche con un certo disprezzo: «Ho fatto parte di una generazione che credeva. Io ho creduto. Svolgevo i miei compiti in versi con il convincimento di far bene. E' stata la peggiore esperienza della mia vita».

D'altronde, Wisława ha visto un altro grande poeta, russo, al confino. Era Iosif Brodskij, anche lui Nobel, ma sotto il regime comunista era considerato un parassita, sapete, non aveva il certificato del partito che lo autorizzasse ad essere poeta! Ha sempre guardato con ammirazione «quei paesi felici in cui la dignità umana non viene violata con tanta facilità». Wisława ha sempre sostenuto la curiosità, lo scoprire cose nuove, il «non so» e non poteva che rifiutare i comunisti e la loro scientifica ideologia che non permette loro di porsi il minimo dubbio, non permette la riflessione, non permette alcun «non so». L'apertura alle idee altrui, la voglia di scoprire e d'imparare metterebbero a serio rischio il loro pensiero totalitario.

Noi giovani di Forza Italia dovremmo fare nostro questo modo di rapportare le proprie riflessioni al mondo di cui siamo protagonisti. Dovremmo ripeterci spesso «non so» ed avere sempre voglia d'imparare da chi ha vissuto più esperienze di noi ed anche da chi ne ha vissute meno. Nel secondo Secolo d.C., Pomponio, nelle sue lettere, scrisse: «Vedi, io, nella mia passione di imparare, che fino all'età di 78 anni ho ritenuto la sola buona ragione di vita, mi ricordo la massima di chi ha detto: "anche se ormai ho un piede nella fossa, vorrei imparare sempre qualcosa di nuovo"» (7 Epistulae, D. 40.5.20).

Noi giovani di Forza Italia non possiamo che ammirare la forza e la libertà di questo grande pensiero. Grande, enorme, ma non unico. E proprio qui sta la sua unicità: nell'accogliere la più ampia pluralità. Singolare, ma non singolo. Non possiamo far altro che lasciarci ispirare da ciò.

! Riccardo Meynardi
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Ragionpolitica, periodico on line n.59 del 27/5/2004
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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