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numero 280
6 marzo 2008
 
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Maria Zambrano

Persona e democrazia. La storia sacrificale

recensione di Raffaele Iannuzzi - 11 giugno 2004

Maria Zambrano è un'allieva del grande filosofo spagnolo Ortega y Gasset e da questo maestro ha imparato ad usare la ragione in maniera non angustamente analitica. Le sue riflessioni sulla relazione tra la persona e la democrazia sono la dimostrazione più lampante dell'efficacia e profondità della "ragione storica" di matrice orteghiana fondata sull'intuizione individuale che poi raccoglie gli elementi in un quadro descrittivo e problematico.

Con questa metodologia, la Zambrano riesce ad aprire uno scenario teorico di grande originalità, scavando dentro la forma storica della civiltà occidentale, con il suo carico di luci e di ombre. Emerge uno schizzo luminoso in cui la centralità della realtà della persona, di netto spessore ontologico (Maria sembra essersi nutrita, e molto, di Tommaso d'Aquino), ridefinisce di volta in volta le fasi bimillenarie della storia europea ed occidentale, dalla Grecia antica fino alle soglie della contemporaneità dalla quale viene guardata, a ritroso, l'intero percorso, e stiamo parlando del luglio 1956.

Gli assolutismi partoriti dall'Europa, culla della civiltà, non affievoliscono in alcun modo le tensioni etiche scaturenti dalle società occidentali, osserva la Zambrano, anzi quel che prevale sempre è uno spirito del tempo aperto alle trasformazioni democratiche, pur in aperta lotta con la decadenza totalitaria. La nostra discepola dell'autore della Ribellione delle masse coltiva una propensione all'ascesi personalistica di forte fibra metafisica (quasi vicina alla fede), ma non risolve mai le contraddizioni storiche con supponenza aristocratica di stampo neoplatonico; al contrario: ogni contraddizione viene letta nei termini affascinanti e drammatici della sfida, con un attacco secco ed inequivocabile al nichilismo ed al relativismo (si può arguire che nel gioco polemico sia al centro il grande guru nichilista Heidegger).

La democrazia, secondo la Zambrano, è un vertice che non può cedere il passo a tentazioni neopopulistiche o demagogiche, essendo il vero spazio formale e storico nel quale la persona possa agire in quanto libertà attenta «al cambiamento delle situazioni vitali» (p. 194). Nel quadro teorico e quasi metafisico della grande spagnola, la persona costituisce il cuore della vita, il punto sorgivo della riscossa della libertà e non c'è spazio neanche per una sorta di retorica democraticistica di ritorno, come per contrastare le rinascenti derive totalitarie; no, solo la persona conta, solo sulla sua realtà di creatura libera e responsabile può contare la democrazia del futuro.

Non è la società a dover includere, anche coattivamente, la persona nel suo seno, ma è l'esatto contrario: «La persona deve includere nella sua area la società» (p.193). La persona si muove, cresce, lotta, crea, apre nuove prospettive vitali e culturali, politiche e comunitarie, questo continuo lavorìo definisce la persona come una continua gestazione. Con il Dio Incarnato, osserva con chiarezza cristallina la Zambrano, la persona si scopre luce e movimento autocosciente della vita; da questo momento in poi, nessuno potrà mai attaccare impunemente la persona: il totalitarismo è, dunque, il crimine assoluto.

Sporge in modo delicato e fine la prospettiva della fede, in questo bel libro; occorre sempre centrare questa tensione all'interno dell'affermazione della dignità personale, ma proprio questo connotato rende la cosa ancora più vibrante ed originale.

Basti leggere questa pagina, con la quale concludo, per accorgersi che, nella Zambrano, esisteva una praeparatio evangelica naturale, del resto ben documentata dall'intenso carteggio con Cristina Campo: «Il modo migliore di trattare con la persona - scrive Maria - è la fiducia, fondamento della fede. E quando questa va perduta, il rapporto personale diventa impossibile. La fede è l'atteggiamento che corrisponde al futuro, è il modo di gestirlo, di aprirgli il cammino. Le radici dovrebbero avere fede nel fiore, se la pianta realizzasse il suo sforzo in maniera cosciente. La coscienza corrisponde dunque ad un futuro che siamo in parte noi a dover costruire; ad un futuro creazione dell'uomo, anche soltanto perché può chiuderlo o aprirlo, perché gli serve come passaggio e può rifiutarlo o mettersi al suo servizio. E' per questo che siamo responsabili. La coscienza, quindi, non è contraria alla fede: si può dire che appartiene allo stesso mondo, alla stessa struttura vitale. Se il tempo che si apre davanti a noi non ci potesse portare nulla di diverso da ciò che è già stato, la coscienza non servirebbe. Se esiste la coscienza, questo dipende anche dal futuro. Il futuro, che è il tempo della libertà. Quando ci sentiamo privati della libertà, della libertà più intima che sgorga da dentro, il risveglio della coscienza è semplicemente un inferno» (pp. 148-149).

Per leggere parole così dense, dobbiamo compulsare alcuni saggi di John Henry Newman sulla coscienza e non è detto che questa comparazione non fornisca una feconda pista di ricerca, anche teologica.

! Raffaele Iannuzzi
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Persona e democrazia. La storia sacrificale
  • Autore:
    Maria Zambrano
  • Editore:
    Bruno MOndadori
  • Prezzo: 12,39 €
  • Pagine: 198

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.61 del 11/6/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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