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La saggezza poetica di Edmond Jabès

di Raffaele Iannuzzi - 19 giugno 2004

Edmond Jabès, nato al Cairo nel 1912, è vissuto in Egitto fino al 1957, quando, espulso perché di famiglia ebrea, si stabilì a Parigi. Dal 1943 al 1957 raccoglie aforismi e poesie, poi raccolti e pubblicati presso la prestigiosa casa editrice Gallimard, di Parigi. Nel 1963, appare Il Libro delle domande che sarebbe stato seguito, nello stesso ciclo, da altri sei volumi. A partire dal 1975, Jabès pubblica quasi esclusivamente note a margine della tradizione ebraica, letta come un grande itinerario sapienziale compiuto dalla persona per giungere alla giusta formulazione delle domande decisive dell'esistenza. La vita, secondo la saggezza poetica di Jabès, è ricerca del significato che non approda mai ad un risultato certo una volta per tutte. In questo senso, Jabès è molto vicino alla scuola filosofica dell' "infinito intrattenimento", inventata da Blanchot, anche a ridosso di molte erudite interpretazioni della poesia e della letteratura europea.

Jabès, tuttavia, non è solo un ricercatore indefesso del senso dell'esistenza. Egli è anche e forse soprattutto un filosofo che fa dell'ebraismo una filosofia del volto umano. La vita è fatta di volti, si schiude al significato perché l'uomo incontra i volti dell'origine familiare e poi i volti della sua formazione, e tutto sempre in una spirale antropologica che non desidera mai trovar pace. Jabès si sottrae al pensiero agostiniano che vuole la pace come incontro con il Signore, per questo poeta-filosofo ebreo, non esiste altro per la vita se non inquietudine e dinamismo interiore dell'anima.

Eppure, non riusciremmo mai a trovare neppure un rigo di Jabès che mostri la vita come un travaglio tragico destinato allo scacco, prospettiva che in vario modo e con varie modalità emerge ad esempio in un filosofo come Unamuno; no, per Jabès, la vita è il candore dell'anima che si sazia di se stessa, senza equivoci né trascendenze da mettere in conto. E' l'estatica immanenza della poesia che racconta la vita come "margine del minimo esistenziale", con tutta la tranquillità dei saggi antichi. Il Dio della vita, in Jabès, viene celebrato come epifania del volto della persona. Jabès è un personalista privo di Trascendenza eppure carico di ricerca mistica. Solo nell'ebraismo sapienziale possiamo trovare qualcosa di analogo, basti leggere alcune annotazioni di Scholem sulla mistica ebraica, dallo zim-zum alla scuola della Cabbala.

"Nel ricevere il volto celebriamo il mondo", scrive Jabès. "Nel respingerlo, lo condanniamo". Il mondo è contenuto nel volto, negli occhi e nella personalità dell'altro che mi interpella, domandandomi misericordia e giustizia. Qui lo scarto filosofico ha evidenti coloriture mutuate dal filosofo ebreo Lévinas. Il teologo Mancini, nella sua ultima opera prima che sopraggiungesse la morte, aveva ridefinito totalmente la filosofia del volto dell'altro anche a livello di interconnessioni giuridiche e di filosofico-politiche. Siamo molto oltre la prospettiva di Jabès, ma il solco teorico nel quale la sua poesia meditativa prende corpo è questo. L'altro referente sullo sfondo è Rosenzweig, unitamente a Benjamin, il filosofo-saggista dedito ai "margini del minimo esistenziale".

"E se la saggezza non fosse che tenerezza dello spirito per il cuore?" - con questa domanda repentina, il poeta ebreo dischiude una mistica del cuore che non riesce, però, mai a trasalire fin oltre la pura e nuda interrogazione. Il cuore dell'uomo non può essere solamente un motore sempre a pieni giri che non riesce però mai a far girare le ruote. Ricercare implica sempre uno scopo ed una meta, il viandante diventa alla fine o depresso o pazzo, senza che l'Altro, il Volto di Colui che cerca gli mostri il sorriso della beatitudine e della libertà. Questo il limite radicale dell'opera di Jabès, personalista ebreo senza Trascendenza e senza meta. In lui non c'è fretta né tensione particolare, ma neanche forza espansiva e furia profetica, non c'è Isaia, non c'è Geremia, non c'è la grazia dei Libri Sapienziali, campeggia sulla pagina, in margine, timida e spaurita, la fiammella della domanda dell'uomo, il singhiozzo appena sottaciuto della persona che non vuole proprio rompere la corazza dell'immanenza e dell'istante ossificato, quasi geloso di Dio.

"Non accelerare il passo. Ogni fretta sarebbe funesta. E non indietreggiare.

Luce, aria, voce, la tua vita vibra.

La tua anima è vita".

Versi magnifici, perfetti, solo che non indicano per Chi l'anima viva e per quale scopo l'esistenza sia ricerca che anèla al compimento.

Rimane infine una perfetta rappresentazione della tenerezza, pura e quasi priva di peccato, una tenerezza che non può essere a lungo conservata nel cuore dell'uomo, frigida ed inane. Non basta, non può bastare. Eppure, valorizzare anche solo un frammento di poesia mistica impregnata di visione personalista, come quella di Jabès, può aiutarci ad ampliare il nostro sguardo sulla verità e sulla vita. Là dove finisce la pura ricerca, inizia l'abbandono alla Verità tutta intera.

! Raffaele Iannuzzi
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