|
|||||||
|
|
"Dark City": il precursore di "The Matrix"di Giovanni Vagnone - 25 giugno 2004 Un film sottovalutato, di un genere sottovalutato. Trattasi di "Dark City", una pellicola cinematografica ricca di premesse e tematiche, sfortunatamente mancata dal grande pubblico e incompresa da gran parte della critica. Messaggi chiari, atmosfere cupe e molteplici idee di fondo, legate però con omogeneità e unite in un unico effetto finale che non ha elementi stridenti. Il regista, Alex Proyas, firma un'opera onirica ed a tratti angosciante, di cui il vero protagonista è proprio l'oscura città del titolo, esheriana e kafkiana, al contempo retrò e avveniristica come una "Metropolis" dalle suggestioni metafisiche e maledette, senza però quell'atmosfera di "cupio dissolvi" delle ambientazioni di "The Crow", precedente (e meno bello) prodotto di Proyas. Ispirata alla Gotham City di Batman, (quello di Tim Burton ovviamente), con architetture lugubri, solenni ed austere. Una notte continua, un meccanismo in cui risulta chiaro che "qualcosa non va": mai un raggio di sole, mai un risveglio. Su questo sfondo si muove John Murdoch (un ottimo Rufus Sewell), un uomo senza memoria ("Johnny Mnemonic" - 1995) ricercato per una serie di delitti efferati, che però, ovviamente, non ricorda di aver commesso ("Angel Heart" - 1987). Purtroppo non gli sarà sufficiente sfuggire alla polizia per salvarsi, dovrà anzi soprattutto combattere misteriosi uomini, chiamati "strangers", personaggi affini a novelle parche che plasmano non solo i destini degli abitanti della città, ma la morfologia della stessa, spostando edifici e ricordi da un individuo all'altro, nella loro costante ricerca di ciò "che ci rende umani". Il loro obiettivo è salvarsi, scoprendo negli esseri umani ciò che a loro manca. Uno di loro si impossesserà dei ricordi di Murdoch, per braccarlo meglio ("Blade Runner" - 1982) dai sotterranei che gli stranieri abitano e da cui hanno il potere di bloccare il tempo per tutti gli abitanti (o quasi) della superficie (Morloch ed Eloi?). Altri personaggi sono il dottor Shreber (Kiefer Sutherland, un pavido e arcigno "mad doctor", collaboratore, suo malgrado, dei perfidi alieni che richiama la folta schiera di scienziati folli che popolavano le pellicole orrorifiche americane degli anni '50); colei che, forse, è la moglie di Murdoch; un investigatore della polizia in stile chandleriano, interpretato da un William Hurt più depresso del solito, prima nemico di Mardoch, poi suo disperato alleato. Oltre alle immagini potenti, accompagnate dalla colonna sonora di fortissimo impatto emotivo, è la miriade di spunti che rende interessantissimo questo film dal punto di vista critico, così come dal punto di vista del coinvolgimento dello spettatore è essenziale la tensione costante, la sospensione e l'incredulità di fronte a fotogrammi di un mondo irreale e disturbante, la cui sensazione prevalente è che nulla sia come sembri. Ma la filosofia di un pessimismo che non ammette redenzione non è il fondamento ultimo della storia. Come in "The Matrix", ma alcuni anni prima, gli esseri umani sono in realtà strumenti di "alieni" (qui gli stranieri, in Matrix le macchine), rinchiusi in una realtà costruita ad hoc (altro genere ma stessa idea di base per un altro film successivo: "The Thruman Show", la cui unica differenza oltre all'atmosfera è che Weir rende immediatamente lo spettatore consapevole della condizione del protagonista, mentre in Dark City è una scoperta graduale) per asservilirli ed illuderli. Un omaggio, sembra che il regista lo tributi anche a Philip Dick e al suo celebre "Time out of Joint". L'arduo compito di scandagliare quell'impressione indefinibile di estraneità nei confronti di ciò che dovrebbe esserci familiare, quella particolare sensazione di "non sentirsi a casa propria", che, per usare le parole di Heidegger, sarebbe anche il fondamento ontologico dell'esistenza umana, è un concetto che Dick ha impiegato trent'anni e più di venti romanzi per formulare in chiave di "domanda"; Proyas in appena un'ora e quaranta minuti riesce a dare anche una risposta. Che cosa cercano gli stranieri, da un lato collettivizzati come i Borg di "Star Trek", incapaci di individualismo e pensiero autonomo (potremmo trovare una chiave di lettura politico-culturale? Non di rado gli autori di fantascienza vedono come caratteristica fondante e distintiva dell'uomo il suo individualismo... la collettività è l'alieno, ciò che non comprende l'uomo), dall'altro simili ai Cenobiti di Hellraiser? Perché giocano con le memorie dei cittadini, scambiandone le vite, modificandone i destini? Arriviamo dunque al finale, per molti critici la caduta di stile del film. Al cupo pessimismo, quasi nichilista, portato avanti per la prima parte, si sostituisce una vigorosa escalation di potenza del protagonista: come Neo in Matrix diviene il salvatore degli uomini, in questo caso però solo con la forza della sua mente. Esercitando la sua libertà dal condizionamento che tutti gli altri subiscono, John diviene in grado di sconfiggere con la sola forza della mente il collettivismo degli stranieri. Ora, non assistiamo ad una soluzione semplicistica della vicenda, a tratti un po' laboriosa nelle spiegazioni, ma ad una morale della favola: con le proprie forze, insomma, non si possono risolvere tutti i problemi, ma si può scegliere il proprio destino. Un pessimismo che non è più nichilista, un finale che vede, per la prima volta, il sorgere del sole e dell'amore. Simboli ricorrenti sono la spirale (il professor Shreber ad un certo punto gioca con un topolino rinchiuso in un labirinto a spirale, un altro cittadino, oltre a Murdoch che ha capito la verità, ma non è in grado di affrontarla, prima del suicidio ricopre pareti e fogli dello stesso disegno), l'orologio, metafora della sospensione temporale che può considerarsi una rilettura dell'immaginario onirico rappresentato nel dipinto "Desintégration de la persistence de la memoria" di Salvador Dalì e questa stessa "dark city" che diviene metafora del vuoto al pari delle città-giungla di Max Ernst e delle piazze metafisiche di De Chirico. Murdoch, prima di scacciare gli alieni che hanno "rapito" la città (una spirale dispersa nello spazio ed orientata contro sole, per questo è sempre notte), conclude il disegno condannandoli: indicando la propria testa dice loro che la natura umana non era da ricercare nel cervello... ma con estrema raffinatezza, anche se altri elementi ce lo suggeriscono, non indica neppure nel cuore la sede della nostra anima. Sarebbe banale, e non sarebbe la risposta che Proyas vuole lasciare a noi trovare.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.63 del 25/6/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||