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Diego Fabbri grande intellettuale e piccolo drammaturgodi Elena Siri - 2 luglio 2004 Sbagliava Jacques Copeau quando diceva: «Il teatro sarà cristiano o marxista o non sarà». Questa osservazione è legata ad un'idea parziale e limitante di un'arte che ha valore di per sé. Il teatro ha significato ed esiste in quanto "metodo" di espressione artistica, in quanto linguaggio specifico che funziona con precise regole e meccanismi al di là dei contenuti che possono essere i più diversi. Certamente il teatro d'intrattenimento, la commedia leggera, le farse di tradizione, i drammi gialli, il teatro surrealista o quello futurista non sono propriamente repertori "cristiani" né tanto meno si rifanno al marxismo, eppure sono spesso espressione del teatro di migliore qualità. E' un errore oggi più che mai diffuso ritenere che esista un "Teatro" con la "T" maiuscola fatto da autori che scrivono su temi politici e civili "impegnati" e un teatro minore fatto di scritture di vario genere non militanti. In un clima culturale libero e moderno il giudizio sul teatro può essere solo una distinzione tra bello (termine che sinteticamente vuole riassumere un teatro di qualità, ben recitato, che attrae e non annoia, non volgare, realizzato con dignità tecnica e artistica capace di nutrire il cervello dello spettatore) e brutto (il genere più diffuso oggi in Italia, fatto di attori scadenti, regie inesistenti, testi noiosi, datati, visti e rivisti, costruito con mezzi approssimativi). Oggi più che mai è doveroso contestare tutto ciò che viene giudicato "teatro di valore" solo perché si schiera su argomenti politici spesso appoggiati a buoni sentimenti (contro il razzismo, contro la guerra ecc.), pur essendo spesso testi noiosissimi o messe in scena superficiali, banali e povere di idee. Il teatro di Brecht è di altissimo livello non per i temi che tratta, ma per i meccanismi propri della sua scrittura che consentono ritmi di rappresentazione scenica particolari, dialoghi di grande suggestione e personaggi di straordinaria caratterizzazione; quella brechtiana è una validissima scrittura drammaturgica poiché consente, qualora associata ad artisti capaci, una messa in scena di grande emozione sul pubblico. Il tema politico o sociale è un elemento che si aggiunge al teatro di Brecht, ma non è quello che fa di lui uno dei massimi drammaturghi del ‘900: per assurdo se lui avesse scritto una commedia d'intreccio o un monologo comico probabilmente avrebbe toccato ugualmente i vertici dell'arte teatrale, grazie appunto alla conoscenza acuta che aveva della macchina teatrale e delle sue potenzialità. Anton Cechov scrivendo gli Scherzi comici in un atto dimostrò proprio questo: il teatro è arte indipendentemente dal valore civile o morale o politico che esprime. Il teatro è arte quando è conforme all'estetica del bello. Il teatro deve, in primo luogo, "divertire" nel senso più filologico del termine latino divertere, andare altrove, portare oltre, cambiare strada; è proprio nelle possibilità che offre il teatro allo spettatore di percorrere nuove vie e respirare altre vite possibili che si origina il divertimento. Non era d'accordo Diego Fabbri (Forlì 1911 - Riccione 1980), autore cattolico che gode attualmente di una riscoperta dovuta in parte alla recente circuitazione dello spettacolo La Bugiarda interpretato ancora una volta (come già nel 1956, nel 1964 e nel 1972) dalla grande Rossella Falk, ma anche all'impegno del centro Diego Fabbri di Forlì che sostiene e diffonde l'opera di questo autore. Intellettuale atipico e per molti aspetti controverso si proclamò antifascista ed anti-marxista, certamente spirituale e cattolico, benché talvolta incline al populismo ed al cattocomunismo. Un autore che ha tra i suoi meriti quello di aver scritto un teatro ispirato a valori cristiani perduti come ad esempio la coscienza del peccato. La sua opera teatrale più famosa Processo a Gesù fu rappresentata con successo in tutta Europa anche se a rileggerla oggi non si può non riconoscervi il segno di un clima culturale ormai superato. Un intellettuale a disagio che spesso è stato coinvolto e strumentalizzato dal contesto stesso in cui operava. Infatti, è consuetudine che nella società contemporanea l'intellettuale sia chiamato ad un orientamento, ad un commento sulla realtà, ad uno sguardo personale: a lui spetta la responsabilità di stimolare l'opinione pubblica, di aprire il dibattito, di prendere posizione. Tutto questo viene rifiutato a priori da Diego Fabbri il quale sembra voler sfuggire ad ogni tentativo di coinvolgimento politico di parte. Nel complesso clima del secondo novecento italiano Diego Fabbri si avvicina e si allontana continuamente da contesti politici più diversi. Antifascista dichiarato tuttavia scrive su Spettacolo rivista di importanza nazionale legata ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti). Nel contempo egli sostiene il rinnovamento culturale sotto forma di ricerca di un teatro civile "magari brutto", ma che dia voce alla realtà del paese. Nel '43 sottoscrive un Manifesto del teatro del popolo dal sapore davvero marxista; ma l'anno successivo scrive sull'Osservatore Romano un articolo rivolto ai cristiani. Nei suoi riferimenti all'immagine blokiana su Gesù marciante davanti al popolo con la bandiera in mano, Diego Fabbri pare davvero incarnare l'intellettuale di una ambigua sinistra cristiana. Il suo aspirare al valore della libertà insieme a quello dell'uguaglianza lo rende un pensatore dal sapore utopistico, certo di non grande carisma. Ma la successiva direzione della rivista La fiera letteraria tra il 1949 e il 1967 gli conferisce il merito di perseguire una cultura libera ispirata solo ai valori cristiani e senza colore politico. La difesa che Fabbri fece dello scrittore esule rumeno Vintila Horia (disconosciuto in Europa per il suo passato fascista) sulla sua rivista nel 1961 gli aprì le simpatie di una certa destra conservatrice. Fabbri di fronte alla richiesta di non pubblicare articoli firmati da Horia sosteneva che «solo la verità rende liberi e i lettori avevano diritto di ascoltare anche la verità di Horia». Intanto L'Unità prendeva le distanze da questo intellettuale sospetto e Fabbri iniziava a collaborare con Il Resto Del Carlino allora diretto da Giovanni Spadolini. Nel 1962 fu candidato DC insieme a Gino Cervi e successivamente nominato presidente dell' E.T.I. Un uomo amico e collaboratore di Turi Vasile e nello stesso tempo maestro d'arte di Andrea Camilleri. Diego Fabbri non sceglie il teatro come arte in sé, per proporre e trasmettere emozioni allo spettatore; non si abbandona all'estetica del bello né vuole portare il pubblico a "divertirsi" su nuovi sentieri. Il gioco del teatro nelle sue opere è marginale, i meccanismi assenti: il senso del suo teatro è tutto nella tematica, nell'argomento, nel messaggio, nell'impegno religioso o civile. Ma la pièce teatrale non può essere una preghiera o in un discorso politico. Il suo progetto di un teatro "magari brutto", ma "impegnato" è una vera sciocchezza: il teatro brutto è solo brutto e annoia. Il vero limite di Diego Fabbri è che fu un grande intellettuale ma un piccolo teatrante. Una figura senza dubbio importante nella cultura italiana del novecento, un intellettuale cristiano alla ricerca della spiritualità guidato dall'aspirazione ad una libertà intellettuale totale che spesso sconfinava in un'apparente incoerenza. E forse non è un caso che Diego Fabbri sia stato amato e rappresentato in Francia più che in Italia, cioè in quel paese dove i valori laici di libertà e di uguaglianza sono prioritari rispetto ai valori di libertà e di fratellanza cristiani, dove l'intellettuale gode di un suo status autonomo particolare e dove la civiltà occidentale non cita più le sue radici cristiane. Una vita passata a non schierarsi con nessuno o a schierarsi con tutti coloro che respiravano il cristianesimo. Un uomo che forse non si sentiva bene sotto nessuna etichetta e che non si riconosceva mai fino in fondo in nessun gruppo. E' evidente che una posizione ambigua poteva portare l'intellettuale a rifiutare la politica e quindi il contatto con il mondo in cui vive per spingerlo a rinchiudersi nella torre d'avorio. Ma Diego Fabbri non si isola anzi si mischia continuamente nella realtà pur senza incarnarsi e senza mettersi mai in gioco del tutto. Si potrebbe anche dire senza smarrire l'io. Per un verso questa è la supremazia della persona e della coscienza sul sistema, ma per l'altro è il segno di un malsano cristianesimo che in nome di un'uguaglianza utopistica e populista rischia di smarrire l'eccezione dello spirito.
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Ragionpolitica, periodico on line n.64 del 2/7/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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