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Ariele e Calibanodi Mariacristina Nasi - 2 luglio 2004 "La Tempesta" è l'ultima opera di William Shakespeare. Rappresentata nel 1611, essa si rivela estremamente ricca, come d'altronde ogni lavoro del drammaturgo inglese, di temi e spunti, atti a far riflettere l'uomo sul senso della vita e sul perché di essa. "La Tempesta" narra le vicende di Prospero, duca di Milano, e della figlia Miranda. Spodestato dal fratello, Antonio, Prospero e la figlia riescono a scampare ad un naufragio, approdando su un'isola deserta, ove ha luogo l'intera vicenda. Qui, infatti, una tempesta condurrà gli altri personaggi, che affronteranno prove diverse, fino a ricongiungersi nel finale, che vedrà Prospero riconciliarsi col fratello e riacquisire il suo titolo, e Miranda unirsi al figlio del re di Napoli, suggellando una nuova e più stabile alleanza tra i due regni. Ariele e Calibano sono due personaggi dell'opera: il primo è un "airy spirit", uno spirito dell'aria, un essere non umano; il secondo è un "savage and deformed slave", una creatura deforme e selvaggia, figlio di una strega. Già dalle brevi definizioni, che di loro vengono fornite all'inizio del dramma, si coglie la contrapposizione netta esistente tra i due: se Ariele è libero di fluttuare nell'aria, il suo elemento, perché privo di corporeità, Calibano è assoggettato alla terra ed è perciò schiavo ("slave"), della sua materialità, prima che di Prospero. Entrambi, infatti, obbediscono agli ordini del duca di Milano, un uomo dotato di ragione, che si serve delle qualità di ambedue, cioè utilizza in ugual maniera gli aspetti della natura, per vivere nella realtà e trarne, quando è possibile, un beneficio (non sfugga il suo nome), procedendo nella conoscenza del mondo e dei meccanismi che lo regolano. Ciò è prerogativa dell'uomo, che, però, come Ariele e Calibano, due esseri non umani, può escludere dalla sua vita una componente di sé, negando la propria fisicità, o asservendosi ad essa. Ariele e Calibano sono agli antipodi: aria e terra, spirito e materia; ognuno permane nel suo elemento e non accetta la natura dell'altro (perciò i due non fanno che punzecchiarsi); mentre l'uomo vive in spirito e corpo la sua vita. Ariele e Calibano non esistono senza Prospero, non riescono a realizzarsi e nemmeno possono: alla fine dell'opera, Ariele vagherà nell'aria, Calibano tornerà al servizio di Prospero. In passato, Ariele è stato schiavo di una strega, madre di Calibano, ma poichè era «a spirit too delicate to act her earthy and abhorred commando» (Atto I, scena II, vv. 272-273, che ribadisce l'antitesi aria/leggerezza vs terra/corporeità), ella lo punì conficcandolo in un pino, in cui rimase per dodici anni, finché Prospero non lo liberò (non sfugga come, ripetutamente, nel dramma, Prospero aiuti altri personaggi ad affrancarsi dalle loro catene). Calibano è materia; parte stessa dell'isola; cerca di insidiare Miranda, che lo ritiene "capable of all ill" (Atto I, scena II, v 355) e lo detesta, lei, simbolo di purezza, poiché non è venuta a contatto col mondo esterno; usa la parola solo per maledire («You taught me language; and my profit on it is, I know how to curse», atto I, scena II, vv. 365-366); è definito "savage", "a thing most brutish" (Atto I, scena II, vv. 357 e 359), "abominable monster" (Atto II, scena II, v 159), "servant-monster" (Atto III, scena II, vv. 4 e 8), "beast" (Atto IV, scena II, vv 139-140), "thing of darkness" (Atto V, scena I, v 275); vive in una roccia. Ariele canta e suona librandosi nell'aria; recita per Prospero, che chiama "my potent master" (Atto IV, scena I, v. 34); è "delicate" (Atto I, scena II, v. 444; atto IV, scena I, v. 48), "fine" (v. 498), da cui traspare la sua acutezza d'ingegno, "dainty", squisito (Atto V, scena II, v. 95). Calibano ha una natura servile, ha bisogno di un padrone («I'll kiss thy foot; I'll swear myself thy subject», atto II, scena II, v. 153); è un adulatore, disposto a rendersi ridicolo per ingraziarsi qualcuno («[I'll] follow thee, thou wondrous man», atto II, scena II, vv. 163-164), anche se questi non vale nulla («most ridiculous monster, to make a wonder of a poor drunkard», atto II, scena II, vv. 165-166); riconosce il valore dei libri, senza i quali anche Prospero sarebbe una povera cosa («without them he's but a sot, as I am», atto III, scena II, vv. 90-92), ma non dispone delle capacità intellettive per farne buon uso. Ariele si sintonizza naturalmente con i pensieri di Prospero («Thy thoughts I clave to», atto IV, scena I, v. 165); Calibano è un "abhorred slave, which any print of goodness wilt not take", "un orribile schiavo, su cui la bontà non farà presa (Atto I, scena II, vv. 353-354). Prospero definisce Ariele "my tricksy spirit", spirito burlone (Atto V, scena I, v. 227); mentre Calibano gli appare «a devil, a born devil, on whose nature nurture can never stock; on whom my pains, humanely taken, all, all lost, quite lost; and as with age his body uglier grows, so his mind cankers»: «un demonio, un demonio nato, la cui natura impedisce ad ogni educazione di attecchire; su cui le mie cure umane si sono rivelate inutili, tutte, completamente, inutili; e sì come il suo corpo imbruttisce con l'età, così la sua mente incancrenisce» (atto IV, scena I, vv. 188-192); egli è una canaglia deforme ("mis-shapen knave", atto V, scena I, v. 268), sgraziato nei modi, come nell'aspetto ("disproportioned in his manners as in his shape", atto V, scena I, v. 290). Ariele è "spirit" (Atto V, scena I, v. 18), non umano (Atto V, scena I, v. 19), fatto di aria ("thou, which art but air", atto V, scena i, v 21), "invisible" (v. 97). Al termine dell'opera, egli trascorrerà allegramente le sue giornate "sotto il fiore che pende dal ramo" («Merrily, merrily shall I live now under the blossom that hangs on the bough», atto V, scena I, vv. 93-94); Calibano ritornerà a servire Prospero, abbandonando la compagnia di due perditempo («What a thrice-double ass was I, to take this drunkard for a god, and worship this dull fool!», «Che gran bestia sono stato, a scambiare per dio questo ubriacone, e a venerare questo idiota!», atto V, scena I, vv. 294-297). Solo degli esseri non umani, però, possono accontentarsi di un simile futuro. Ariele è puro spirito, leggero, libero, non per sua scelta, ma perché incapace di provare sentimenti, di ancorare il suo pensiero ad una realtà che gli appartenga; Calibano non sa dominare la sua fisicità, deve sempre stringere tra le mani quella terra che l'ha generato, senza levare mai gli occhi in alto; schiavo della sua materialità, come Ariele della sua eterea inconsistenza, ambedue mancanti di qualcosa. Non così l'uomo, che può essere protagonista della realtà, perché capace di conciliare le sue esigenze terrene con le sue aspirazioni ideali, senza essere completamente assorto in un mondo di sogno, ma irrealizzabile, perso nelle sue utopie, condannato all'indifferenza verso gli altri e alla chiusura in se stesso, che canta e danza nei suoi universi immaginari, ma che non riconosce e utilizza la sua fisicità; né incatenato al suolo, preoccupato di soddisfare le sue esigenze materiali, piegato a terra, gravato dal peso della sua esistenza, che non sa immaginare il meglio. Entrambi sono privi di ragione, fondamento del conoscere e dell'agire, che si avvale dell'intelligenza e del corpo per comprendere il mondo. Prospero è un uomo, un essere pensante, che sfrutta l'acume intellettivo di Ariele, come la forza fisica di Calibano, per raggiungere una più esatta, anche se consapevolmente sempre imperfetta, conoscenza della realtà.
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