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numero 280
6 marzo 2008
 
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Vittorio Dan Segre

Il bottone di Molotov

recensione di Francesco Galietti - 23 luglio 2004

Mi ero ripromesso di leggere un libro scritto da Vittorio Dan Segre fin dall'epoca in cui era stata pubblicata la sua biografia su Amedeo Guillet, edita sempre da Il Corbaccio. Mi era piaciuto fin d'allora quel suo modo di scrivere lieve, mai tronfio, capace di incollare il lettore al libro dalla prima all'ultima riga.

Quale occasione migliore, dunque, de "Il bottone di Molotov", pout pourri autobiografico di Dan Segre. Una gigantesca cavalcata che parte dal Piemonte, dove gli ebrei Segre si erano stabiliti fin dai tempi della vittoria di San Quintino, per poi snodarsi in giro per il mondo in un caleidoscopico susseguirsi di esperienze, che spaziano dalla radiofonia alla diplomazia, dal giornalismo alla carriera accademica.

Perchè la vita di questo ebreo sefardita ha indubbiamente molto di incredibile dictu. Tra i primi a prendere parte alla vita del neonato Stato ebraico, Vittorio Dan Segre si vede immediatamente proiettato nel mondo della diplomazia, finendo a Parigi, dove ricopre dapprima l'incarico di addetto culturale. Per quel ruolo Vittorio Dan Segre ammette di non essersi mai sentito adeguato, lui che aveva dovuto troncare il ginnasio per finire in Israele,e che lì si era dedicato a studi agrari. Memorabile la gaffe di Segre, quando, invitato nella residenza parigina dei baroni de Rotschild, attacca a conversare amabilmente con la padrona di casa. Imbarazzatissimo e timoroso di non riuscire a sostenere la conversazione con la sua ospite, moglie del filosofo ed editorialista del Le Monde Jean Wahl, Segre prende man mano confidenza. Anche troppa, considerato che a un certo punto il suo sguardo si sofferma sul ritratto di due bimbi paffuti in costume, e non riesce a trattenersi dall'esclamare: "Sono i ritratti del barone e della baronessa da piccoli,ne est-ce pas?". Al che la baronessa, indignata, gli fa notare che si tratta di un celebre Velazquez,e gli volge le spalle. Come addetto stampa a Parigi Segre dimostra di cavarsela molto meglio, e non a caso per tutta la vita il nostro intrattiene fitte collaborazioni con i principali quotidiani europei (Le Figaro e Corriere della Sera in testa).

Il caso vuole che Parigi, anche in conseguenza di un piccolo "caso Dreyfus" non sia se non la prima tappa di una lunghissima carriera. Questa dapprima riporta Segre in Israele, con l'incarico di occuparsi delle trasmissioni radio israeliane in Africa. Con il risultato che Segre, che dell'Africa fino a quel momento sapeva poco o nulla, attraversa l'Africa e conosce popoli e minoranze ebraiche di cui ignorava del tutto l'esistenza. Forte di questa sua esperienza africana, si improvvisa anche nel ruolo di cerimoniere in occasione della visita di autorità straniere in Israele. Divertentissimo l'episodio in cui papa Paolo VI si reca a Gerusalemme, e Segre ha l'incarico di occuparsi personalmente dell'enorme seguito pontificio nella Basilica della Natività.

Ad un tratto l'inviato del Figaro ha un malore. Con le linee telefoniche di allora, siamo nel ormai remoto 1964, Segre prova a spiegare che il suo collega era svenuto, ma l'interlocutore dall'altra parte capisce che il Santo Padre è morto, così per qualche minuto succede il finimondo, con giornalisti che chiedono conferma dell'accaduto, Segre che strilla nel telefono che no, il Santo Padre sta benissimo e le linee che saltano di continuo.

Dopo quest'episodio, Segre viene di nuovo mandato con un mandato diplomatico che gli ingiunge di coprire il Madagascar, La Rèunion e Mauritius. Anche qui Segre si rivela uno scaltro diplomatico, che ricorre quasi sempre al buon senso e all'evidenza empirica invece di rifugiarsi in massimi sistemi teorici. Una capacità che lo accompagna per tutta la sua vita, e che gli consente anche di abbracciare una brillante carriera accademica su invito del filosofo della scienza Agassi.

Segre, che per sua stessa ammissione aveva solo strappato una laurea a Torino e che non vantava alcuna pubblicazione accademica, nel 1967, esattamente prima dello scoppio della guerra dei 6 giorni, ha già ricevuto due offerte di docenza all'estero. Tra il 1967 e il 1989 insegna a Oxford, Haifa, Boston, Stanford, a Milano e a Torino. Basterebbe solo il vissuto dell'autore a raccomandare la lettura de Il Bottone di Molotov, ma questo libro si rivela pure un prezioso breviario di viaggi, ricco di osservazioni mai banali su quanto è accaduto in passato nel mondo e su quanto potrebbe accadere in futuro in Medio Oriente e in Israele.

Un punto di vista insolito quando vengono presi in esame i rapporti tra Urss e Israele, con il racconto dell'incontro europeo tra Sharett e Molotov e l'aneddoto che dà il nome al libro. Una lente utilissima anche per seguire l'involuzione dei rapporti tra Parigi e Tel Aviv, dall'epoca in cui, nella guerra di Suez, gli israeliani avevano armi francesi, all' altro ieri, quando Chirac ha dichiarato che Sharon è "non gradito" in Francia.

! Francesco Galietti
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Il bottone di Molotov
  • Autore:
    Vittorio Dan Segre
  • Editore:
    Il Corbaccio
  • Prezzo: 18,00 €
  • Pagine: 300

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Ragionpolitica, periodico on line n.67 del 23/7/2004
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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