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Bernard Lewis Il Medio OrienteDuemila anni di storiarecensione di Mariacristina Nasi - 23 luglio 2004 Professore di studi mediorientali alla Princeton University, Bernard Lewis illustra la storia del Medio Oriente; analizza i cambiamenti sociali, economici e culturali verificatisi nei «duemila anni di storia di una regione così ricca, variegata e complessa»; esamina la civiltà mediorientale, considerando la struttura dello Stato, il ruolo esercitato dalla religione, la cultura; riflette sul suo futuro. Caratteristiche del Medio OrienteIl Medio Oriente si distingue da altre civiltà millenarie, quali Cina ed India, per diversità e discontinuità: «le civiltà mediorientali nacquero in luoghi diversi e progredirono seguendo linee di sviluppo differenti e, sebbene alla fine si accostassero l'una alle altre, mantennero comunque delle significative differenziazioni culturali, religiose e stili di vita diversi. Ma ancor più importante di queste differenze iniziali, è evidente la clamorosa discontinuità nella storia culturale della regione». Fieri e bellicosiLo storico romano Ammiano Marcellino (IV secolo d.C.) osserva che i popoli delle steppe, riferendosi ad arabi e turchi, erano «fieri e bellicosi», «ed a tal punto provano diletto nelle lotte e nelle guerre, che viene considerato particolarmente felice colui che muore in combattimento». Per questa ragione «né i persiani né i romani si mostrarono particolarmente interessati a sottomettere i popoli barbari o semibarbari del deserto e delle steppe; anzi, piuttosto si preoccuparono di tenersene alla larga». La stessa cautela dimostreranno gli altri Stati che entreranno in contatto con questi popoli. Deserto«Nelle loro guerre di conquista gli arabi basarono la propria strategia sul controllo del deserto», che appariva loro «familiare, accessibile, amico» e veniva usato come via di collegamento o rifugio. «In tutti i paesi conquistati gli arabi stabilirono la loro principale base militare e il centro amministrativo della regione in una città posta ai margini del deserto e delle aree coltivate». Queste città «ebbero un ruolo di fondamentale importanza nel controllo e, in un secondo tempo, nel processo di arabizzazione delle province». Metodi di conquistaMentre «le popolazioni barbare che devastarono l'impero romano d'Occidente fecero grandi sforzi per preservare almeno le forme e la struttura dello Stato romano», al fine di «conferire una certa legittimità al proprio potere», gli arabi musulmani che, «tra VII e VIII secolo, tolsero all'impero romano cristiano una notevole parte delle sue province in Medio Oriente e nel Nord Africa» agirono diversamente: «introdussero la loro religione, l''islam, la loro lingua, l'arabo, e il loro testo sacro, il Corano, e crearono [...] una nuova comunità organizzata politicamente nella quale l'Islam non solo costituiva l'identità di base, ma anche la fonte della legittimità e dell'autorità». Stato«C'è una contraddizione nell'atteggiamento dei musulmani di fronte allo Stato. Da un lato, secondo la dottrina religiosa, lo Stato era un'istituzione voluta da Dio, necessaria per il mantenimento dell'ordine e per la realizzazione della volontà divina. D'altro canto, lo Stato era in genere considerato come una cosa malvagia, che contaminava coloro che lo governavano e che quindi poteva costituire un pericolo». Economia«Le tecniche di coltivazione nella regione erano rudimentali e tali sono rimaste». La mancanza di innovazioni tecnologiche è dovuta all'«assenza, in queste società, di due caratteristici fenomeni europei: i monasteri, dove colti uomini di religione si dedicavano all'agricoltura, e più tardi gli agricoltori istruiti». Non solo: «nella crisi dell'agricoltura un ruolo rilevante fu giocato dalla scarsa considerazione in cui la coltivazione della terra e i contadini erano tenuti dai governi, dalle classi egemoni e, in una certa misura, anche dai capi religiosi. L'Islam era nato in una città carovaniera e il suo Profeta apparteneva all'aristocrazia mercantile». La situazione era ulteriormente aggravata «sia dalla crescente tendenza verso l'assunzione da parte dello Stato della direzione dell'economia, sia dall'aumento delle terre di proprietà di ufficiali militari privi delle necessarie conoscenze tecniche e scarsamente interessati nell'apportare migliorie a lungo termine ai propri possedimenti». Infine, mentre «nell'Europa occidentale l'agricoltura e l'allevamento erano attività strettamente collegate», nel Medio Oriente, «i contadini e i nomadi erano spesso in contrasto tra loro». StoriaSe, per il musulmano, la comunità di Dio è «l'incarnazione del piano di Dio per l'umanità», «la sua storia, guidata dalla Provvidenza, rivelava il progredire dei piani divini». Un'accurata conoscenza della storia musulmana era dunque estremamente importante, «dato che poteva fornire una guida autorevole sia negli intricati problemi religiosi che nelle più pratiche questioni del diritto». Non così per la storia degli Stati non musulmani: poiché «non accettavano la rivelazione finale di Dio e non ne riconoscevano la legge, non offrivano una simile guida e non avevano lo stesso valore». Ebraismo e cristianesimo«Sia l'ebraismo che il cristianesimo sono religioni veritiere al momento della loro nascita, fasi precedenti in un'unica sequenza di missioni e di rivelazioni», «rese obsolete dall'apostolato di Maometto». Quanto non è contenuto nel messaggio del Profeta «non solo non è vero, ma è il risultato della distorsione e della corruzione di queste prime scritture ad opera dei loro indegni custodi». NovitàPer il musulmano, «il rispetto della tradizione è un bene», l'allontanarsi da essa un male, tanto che uno dei detti attribuiti a Maometto afferma: «Le cose peggiori sono le novità. Ogni novità è un'innovazione, ogni innovazione un errore, e ogni errore conduce al fuoco dell'inferno». JihādE' «un obbligo spettante alla comunità nel suo complesso se la guerra è offensiva, di ogni singolo individuo se la guerra è difensiva». «Chi combatte la guerra santa è tenuto a non uccidere le donne e i bambini a meno che questi non l'abbiano attaccato, a non torturare o mutilare i prigionieri, a dar equo preavviso prima di riaprire le ostilità e a rispettare le tregue strette col nemico» . Jihād e crociataIl jihād non è una guerra «con obiettivi limitati, come la conquista della terra promessa o la difesa della Cristianità di fronte ad attacchi portati da non cristiani». «Il jihād islamico, al contrario, era considerato come illimitato, come un obbligo religioso che sarebbe proseguito sino a che tutto il mondo non avesse adottato la fede musulmana o non fosse stato sottomesso alla dominazione musulmana». Europa«La civiltà musulmana era, secondo la percezione che ne avevano gli stessi musulmani, definita dalla religione. Il mondo civilizzato era il "Dār al-Islām", la "Dimora dell'Islam", ossia l'insieme delle terre nelle quali prevaleva la legge islamica e sulle quali governava un signore musulmano. Queste terre erano circondate da ogni lato dal "Dār al-Harb", la "Dimora della Guerra", abitata da infedeli che non avevano ancora accettato la fede musulmana o che non erano ancora stati sottomessi a un governo musulmano. [...] Tutti questi infedeli, i barbari come quelli civilizzati, erano visti come possibili proseliti, come reclute potenziali del mondo islamico». «Col tempo i cristiani divennero gli infedeli per antonomasia, l'Europa cristiana l'archetipo della "Dimora della Guerra"». OccidenteNel XIX secolo, l'incontro con la modernità mise in crisi lo Stato islamico: «il mancato progresso tecnologico dell'agricoltura, dell'industria e dei trasporti, l'incapacità di mantenere il passo col rapido progredire dell'Occidente nella scienza e nella tecnologia, nelle arti della guerra e della pace, nelle capacità di governo e in quelle commerciali» determinarono il «crollo [...] della vecchia idea di superiorità dell'Islam» e furono all'origine di un profondo malessere nella società islamica, che «trovò immediata espressione nei movimenti di riforma e nei tentativi di modernizzazione dell'esercito prima e dello Stato poi, nonché nell'adozione di alcuni prodotti della civiltà occidentale». Le prime riforme costituzionali erano «il risultato dell'esempio e dell'influenza europea, nonché la conseguenza del desiderio di confrontarsi alla pari con l'Europa. Allo stesso tempo erano anche atti concilianti, destinati a mettere in buona luce il paese in modo da ottenere prestiti e altri aiuti economici». Pan-islamismoLa reazione dei musulmani mediorientali contro l'Occidente si espresse in termini religiosi, sviluppando il «concetto di pan-islamismo, di un fronte comune dei popoli musulmani»; si basava «sull'idea di solidarietà e unità tra tutti i musulmani», e faceva «riferimento a un gruppo definito dalla propria identità religiosa, [...] dall'appartenenza a una cultura comune». Secondo alcuni, infatti, «la prima causa dei problemi degli arabi era la loro mancanza di coesione, la frammentazione del mondo arabo - un tempo grande e unito - in una miriade di insignificanti Stati litigiosi incapaci di accordarsi». CrisiNell'ultimo decennio del XX secolo, «il Medio Oriente ha dovuto fronteggiare due crisi di grosse dimensioni. La prima è di natura economica e sociale e consiste nelle difficoltà derivanti dagli scompensi economici e, in particolare, dalla dislocazione delle ricchezze e dalle conseguenze sociali derivanti da tutto ciò. La seconda è politica e sociale, il venir meno, anche nei governi autocratici, del consenso», che permette «a una comunità politica di funzionare e senza il quale una società non può reggersi». Islam e democraziaOggi la scelta si pone tra i cosiddetti fondamentalisti islamici, «una minoranza, ma [...] estremamente attiva e importante», che «non sono assolutamente interessati alla democrazia, se non come mezzo per conquistare il potere»; e i democratici laici, che «hanno fatto ben poco per nascondere la propria intenzione di porre fine o almeno di ridurre il ruolo tradizionalmente ricoperto dalla religione nella vita pubblica dello Stato». ConclusioniEmblematiche le parole di Lewis al termine del libro: «Gli Stati mediorientali potrebbero forse dar vita, come desiderano alcuni, a una Guerra Santa, a un nuovo jihād che, come è accaduto nel passato, potrebbe a sua volta portare a una nuova crociata. O potrebbero far vincere la pace e convivere pacificamente con gli Stati confinanti e col mondo esterno, utilizzando le loro ricchezze spirituali e materiali per ricercare una vita più piena, ricca e libera. [...] Alle popolazioni e ai governi mediorientali [...] spetta il compito di approfittare o meno dell'opportunità che viene offerta loro [...], prima che la speranza si chiuda per sempre». Forse il Medio Oriente ha già fatto la sua scelta, ma la speranza non si è ancora chiusa.
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Ragionpolitica, periodico on line n.67 del 23/7/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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