|
|||||||
|
|
Semi di libertà: 100 anni di Anton Čechovdi Elena Siri - 6 agosto 2004 Cento anni esatti sono trascorsi da quel luglio 1904 quando a Badenweiler in Germania morì di tubercolosi Anton Čhecov. Egli, lavorando alla messa in scena dei suoi testi con il Teatro d'Arte di Mosca (Stanislavskji e Nemirovič), diede inizio al "teatro di regia", vale a dire al teatro moderno. Le sue opere maggiori, capolavori teatrali riconosciuti a livello mondiale, hanno stimolato artisti come Strehler, Visconti, Ronconi, Peter Stein, e tutti i grandi attori del ‘900 si sono cimentati con i suoi testi. Un uomo "dal formato ridotto" come lo definì Thomas Mann alludendo alla sua estrema modestia ed umiltà, in un certo contrasto con la sua vena artistica straordinaria e la sua produzione che tocca i vertici della letteratura europea. L'atteggiamento critico verso se stesso e dubbioso sul valore della sua opera che Čechov dimostrò durante l'intera vita derivò anche dal fatto che egli per molto tempo considerò la sua attività di scrittore come un hobby, un passatempo, uno stacco rispetto al lavoro che svolgeva professionalmente: il medico. Lo stile della sua prosa si distingue per la piacevolezza del racconto, per lo scorrere delle parole nelle descrizioni, per lo sguardo sempre lucido ed attento ai difetti dell'umanità, ai vizi della società, ai caratteri ridicoli di questo mondo. Čechov si dedica per molti anni alla letteratura umoristica: vedove, possidenti, il pazzo, il fumatore, l'ubriaco, la zitella, il generale, sono i personaggi che lui trae dal suo tempo per immortalarli in ritratti letterari universali ed eterni; egli descrive la società russa di fine ottocento, dove la grande spiritualità non riesce a supplire all'ingiustizia sociale, alla povertà e alla miseria che opprimono il popolo sotto il potere zarista. Nonostante l'abolizione della servitù della gleba la Russia dell'epoca è una nazione retrograda, corrotta, nella quale imperano il degrado e la sofferenza umana. Ma alla fine dell'ottocento iniziano a circolare le nuove idee di filantropia, di emancipazione, di miglioramento sociale e di rivoluzione; i contrasti si manifestano ogni giorno più violenti e le condizioni di vita ormai intollerabili delle classi deboli occupano le discussioni degli intellettuali. Anton Čechov, nella sua assoluta spiritualità, interpreta la situazione a lui contemporanea con un certo ottimismo e crede nel progresso più che nella rivoluzione, nella civiltà più che nella lotta di classe, nell'uomo più che nella massa: il miglioramento delle condizioni di vita è un miglioramento della società intera e può avvenire non attraverso il livellamento o la rivolta ma attraverso il dialogo, la comprensione, il progresso. E' la forza dello spirito ed è il progresso dell'uomo che porteranno al miglioramento del mondo. Čechov ha in sé tutti i segni della modernità che si affaccia alle porte del '900; collegato alla tradizione ma legato soprattutto al valore della persona e alla specificità dell'individuo, egli scrive nel racconto intitolato "La mia vita" un suggestivo dialogo tra un idealista umanitario (così rappresentativo della realtà dell'epoca e ahimè non ancora estinto!) ed un certo Dr. Blàgovo, un individualista liberale. Il dottore, di fronte alle istanze di uguaglianza sociale rivendicate dall'idealista, afferma: "E non trovate che, se tutti, ivi compresa anche la gente migliore, i pensatori e i grandi scienziati, partecipando alla lotta per l'esistenza ciascuno per sé, perdessero tempo a spaccare pietre e a dipingere tetti, un serio pericolo potrebbe minacciare il progresso?". I confini del progresso sono posti nell'infinito ma i suoi scopi risultano indefiniti. E' un vivere senza sapere perché si vive. "E sia!- continua il dottore - ma questo non sapere è meno triste del vostro sapere. Io vado per una scala che si chiama progresso civiltà, cultura, vado e vado, senza sapere precisamente dove vado, ma in verità, solo per questa meravigliosa scala val la pena di vivere; voi invece sapete perché vivete: perché gli uni non opprimano gli altri, perché l'artista e colui che gli sminuzza i colori abbiano il medesimo pranzo. Ma questo è il lato piccolo borghese, pentolaio e grigio della vita e vivere solo per questo non è forse ripugnante?...dobbiamo pensare alla grande incognita che attende tutta l'umanità in un lontano avvenire". Čechov, tuttavia, non dimentica il problema reale e in molti racconti avverte i pericoli di un capitalismo selvaggio che schiaccia le classi più deboli della società, descrivendo le terribili condizioni di vita degli operai nelle fabbriche di fine ottocento e partecipando emotivamente delle loro sofferenze. Nell'opera di Čechov è racchiusa l'intera vasta Russia, con la sua immensa spiritualità, la sua continua tensione per una dimensione altra, elevata, universale, e insieme i contrasti e la sua situazione sociale disastrosa prima della rivoluzione. Tutti i suoi drammi hanno come sfondo la provincia russa dove la vita procede lenta e noiosa e dove non si fa nulla per reagire ad un sistema che implode; forse nulla si può fare ma i protagonisti cechoviani non smettono di chiedersi il perché e talvolta qualcuno accenna una lotta contro un appiattimento e un azzeramento inevitabile. Čechov rappresenta l'agonia della Russia che, travolta dall'inefficienza, dal malgoverno, dall'accidia degli uomini e dalla noia esistenziale, va incontro di lì a pochi anni alla disfatta definitiva e totale. Ma la fiducia nell'uomo portava Čechov ad oltrepassare la mera descrizione e a pensare ad un futuro di speranza per l'umanità e ad un miglioramento inarrestabile del mondo che si sarebbe svolto non con una rivoluzione ma con un progresso. La vita avrebbe trionfato sulla morte e la giustizia sull'ingiustizia così come il bene avrebbe vinto sul male. Questo perché egli era consapevole che la vita è innanzi tutto mistero. Un mistero guidato da una provvidenza che attraverso l'individuo fa crescere la civiltà.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.69 del 6/8/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||