|
|||||||
|
|
Maestri genovesi in Piemontedi Sara Franchino - 30 luglio 2004
Un'esposizione di modeste dimensioni, che raggruppa 23 opere, raccolte in due sale, oltre a quelle già presenti nelle collezioni della pinacoteca torinese. Un percorso che da un lato indaga l'opera delle personalità dei pittori che operarono in quella fascia di Piemonte sud orientale, «divenuta solo tardi sabauda ma per lungo tempo politicamente legata al genovesato», compresa fra l'Oltregiogo e il Po (quella zona - per intendersi - su cui sorgono Novi, Gavi, Voltaggio e Ovada), così come nell'astigiano e ancor più nel cunese - area, quest'ultima, culturalmente indipendente e che da sempre mantiene stretti legami con la Liguria; dall'altro la mostra - e non poteva essere altrimenti - è incentrata pure sull'attività artistica dovuta alle committenze stesse dei Savoia e alla produzione di quegli artisti genovesi che si trasferirono a Torino per lavorare alla corte sabauda: a partire da Bernardo Castello, autore delle illustrazioni della Gerusalemme Liberata dedicata a Carlo Emanuele I, fino ad arrivare alle realizzazioni di Gregorio De Ferrari, a quelle dei fratelli Bartolomeo e Domenico Guidobono, «alle colte immagini ideate da Domenico Piola» o ai ritratti di Giovanni Enrico Vaymer. Superati dunque i problemi tecnici di accesso alla mostra che rispetta i ristretti orari di visita della Galleria Sabauda, aperta alternativamente solo il mattino o il pomeriggio, è possibile accedere all'esposizione che si apre con "Una Santa Maria della Pietà con i santi Ludovico re di Francia, Giulia, Caterina, Giorgio, Filippo Neri e il beato Amedeo" di scuola ligure attribuita a Domenico Piola. Nella pala, proveniente dal duomo di Mondovì, lo sguardo del visitatore viene catalizzato dal gruppo centrale, che vede il corpo esamine di Cristo, ancora possente e relativamente composto, sorretto dalla Vergine la quale affranta dal dolore e come incredula pare appellarsi domandando il motivo, il perché. Certamente di notevole interesse è poi un'Annunciazione inedita di Gioacchino Assereto. Opera al momento custodita nella sacrestia della parrocchia di Rigoroso (nei pressi di Arquata Scrivia), dalla composizione semplice e sintetica che vede l'arcangelo Gabriele in alto a sinistra e la madonna sulla destra accanto ad un leggio. Una scena giocata poco sulla profondità, ambientata in un interno scuro ove i mobili e gli oggetti (il leggio, la sedia, un accenno di cassettone in secondo piano e a terra un particolare di vita quotidiana: la cesta con i panni che probabilmente stava reggendo Maria) sono sottratti all'ombra da tratti di luce che ne delineano i contorni, illuminandone gli spigoli. Un'opera in cui si evidenziano la pennellata densa ed i chiaro scuri, tipici del pittore, frutto di un'attenta osservazione dei modi lombardi.
In fine non potevano mancare i due famosi ovali del Palazzo della Provincia di Torino, raffiguranti "Il Tempo con Minerva e la Fama" e "L'Incontro di Mercurio e Minerva", realizzati da Gregorio de Ferrari, su commissione del duca Vittorio Amedeo per "l'appartamentino" al piano terreno di Palazzo Reale. Due tele che anticipano quello che sarà il linguaggio del rocaille, dal cromatismo brillante e acceso, fortemente scorciate proprio perché dovevano essere viste dal basso. In esse, come descritto nella scheda del catalogo della mostra, sono rappresentate «figure, allungate e disarticolate, colte in arditi movimenti accentuati da friabili panneggi a strascico vitalizzanti da tonalità acide».
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.68 del 30/7/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||