|
|||||||
|
|
Desacralizzare la Costituzionedi Gabriele Cazzulini - 30 luglio 2004 Finché l'ideologia della "Sacra Costituzione" non verrà debellata, ogni riforma costituzionale si scontrerà contro la granitica muraglia politico-ideologica eretta per imporre il dominio delle istituzioni sulla politica, a difesa di una carta costituzionale in stato di decomposizione, che contamina la politica riducendola a sua risorsa di sopravvivenza. Il muro della costituzione contro le riformePerché in Italia le riforme costituzionali rappresentano un tabù inviolabile che allontana ogni forza politica, dissuadendola da una sicura sconfitta preceduta da un inutile dispendio di risorse? Perché i partiti politicamente più protesi al cambiamento diventano bastioni della reazione ai timidi progetti di riforma, ringhiando come mastini da guardia contro i temerari, ma autentici, riformisti? Cosa fomenta questa silenziosa, ma continua, reazione alle riforme? Le riforme sono uno dei rarissimi temi politici che scatenano un'istintiva concordia non solo politica, che tuttavia soffre di un limite insuperabile: la sua negatività, ovvero il suo essere una temporanea aggregazione, un indistinto coacervo di differenti e incompatibili partiti, movimenti e ideologie che si oppongono tutti ad un "nemico" comune, senza riuscire a unificarsi. Confederazioni sindacali, burocrazie centrali e locali, partiti di sinistra, centro e destra, movimenti civili, emeriti professori universitari coi loro fedeli assistenti, giornalisti la cui penna versa più vilipendio della lingua di un blasfemo, associazioni professionali sospendono le loro faide intestine per allinearsi, docilmente e disciplinatamente, contro ogni riforma costituzionale. Niente di più eterogeneo e incompatibile si potrebbe immaginare che questa armata di Brancaleone mobilitata a difesa della Costituzione. Il vecchio ostracismo contro le nuove riformeMa la tattica preferita resta quella di bersagliare prima di tutto i riformatori, e poi le riforme. Si mettono in moto i giornali, le televisioni, si diffondono le tossine propagandistiche che inquinano il libero giudizio di tutti, nelle piazze si brandeggiano gli striscioni come fossero lame puntate contro i riformisti. S'appesantisce il clima politico per fare terra bruciata intorno ai riformisti, la cui identità politica viene stigmatizzata nella generica maschera del "nemico comune". Spogliato dei suoi lineamenti specifici, chi osa mettere mano alla Costituzione viene caricaturizzato o demonizzato dalla simbolica politica come "fascista", come discendente diretto dei "golpe" neri e delle "stragi di Stato", partorito nell'oscurità di una loggia massonica e foraggiato dalla criminalità organizzata. Fantapolitica? Sembrano piuttosto battute da avanspettacolo, storielle da cabaret politico raccontate nei camerini di aspiranti satiri. Non tutti però sono dotati di sufficiente senso dell'ironia per ridere di queste battute deridendo i loro autori. Molti, quasi la maggioranza, sono pronti a giurare o a prestare molta attenzione a queste "battute", ritenute invece relazioni oggettive e aderenti alla realtà dei fatti. La politica italiana ha sempre sofferto del riflesso condizionato di fare dietrologia a palate ogniqualvolta il dibattito politico osi lambire questa terra sacra che è la Costituzione italiana, producendo una levata di scudi pari a quella per difendere la verginità di una promessa sposa oppure, più realisticamente, per celare le vergogne di una signorina che ha già perso fin troppe volte la sua verginità. Oggi le alte cariche dello Stato farfugliano del pericolo di spezzare l'unità dello Stato, di violare i diritti dei cittadini, si riempiono la bocca di proclami alla concordia, alla coesione, al "senso delle istituzioni", tutti ammonimenti retorici dietro ai quali si stanno raccogliendo le fila dei reazionari, dei resistenti, dei moderni "partigiani" che lottano contro l'"invasore" della Costituzione. Bisogna stare però attenti che, nel retrobottega di una retorica trita e ritrita, si stanno affilando i coltelli per tenerli pronti all'uso. Per quanto si dicano pacifisti, non c'è peggior violenza che quella invocata per difendere le ideologie, e la legittima difesa della costituzione è oggi divenuta in Italia l'ideologia della "Costituzione", tesa a sabotare ogni riforma per conservare lo status quo. Ridotto ai suoi termini essenziali, il problema è questo: perché gli amici delle riforme sono nemici della Costituzione? Il quesito inverso è: perché la nostra Costituzione sembra impedire ogni sua riforma? Quindi l'ostacolo alle riforme non è tanto la costituzione quanto l'ideologia sacrale che l'avvolge in una torre d'avorio, trasformandola in una tavola dei comandamenti a cui i mortali devono sottostare. Perché la Costituzione è divenuta intoccabile e inviolabile? Perché la Costituzione è divenuta una muraglia contro cui si infrangono i tentativi di riforma? La politica che soccombe davanti alla costituzioneEppure in questa formidabile muraglia opera un minuscolo quanto letale tarlo, una venatura che rischia di spaccare la coesione granitica della Costituzione. Se l'opposizione alle riforme coagula in sé partiti sia di destra che di sinistra, facendoli marciare affianco di sindacati e imprenditori, foraggiati dalla pletora di apparati statali e dal pulviscolo delle associazioni civili collaterali, ciò significa che l'opposizione alle riforme è costretta a mobilitare questa ingente massa di potere, e non potrebbe fare altrimenti. Il suo punto di forza è anche il suo punto di debolezza: se la reazione è così imponente, allora l'azione delle riforme detiene essa stessa un enorme potenziale, che resta tuttavia sospeso tra progetto e attuazione. Sorretti dall'ottimistico spirito dei liberali, si potrebbe ipotizzare che tutte queste falangi di custodi, paladini e tribuni sono necessari, perché la Sacra Costituzione è una muraglia percorsa da crepe che lentamente la stanno sgretolando. L'Italia continua infatti ad essere afflitta da crisi politiche, in cui cadono vittima governi troppo deboli, prigionieri di parlamenti e partiti troppo forti in sé, ma anch'essi troppo deboli per governare insieme il Paese. E' ormai una constatazione affermare che le ricorrenti crisi politiche italiane siano in realtà la derivazione di crisi istituzionali, prodotte cioè da disfunzioni nelle regole e nei meccanismi delle istituzioni politiche. Anzi, addossare la responsabilità delle crisi istituzionali alle errate scelte di ministri, partiti, capi o elettori, rappresenta un grossolano fraintendimento della causa per l'effetto - che tradisce l'ennesimo artifizio ideologico per preservare la Costituzione. L'ultima, vera crisi politica ha avuto luogo nel biennio 1992-1994, trovando altrettanto rapida soluzione con lo sviluppo di una nuova cultura politica, un nuovo sistema elettorale, la formazione di un nuovo tipo di partito politico. Tutte innovazioni che restano ancora oggi valide, ma nessuna delle quali capace di sfondare il muro della Sacra Costituzione, al punto che oggi quelle stesse innovazioni della politica rischiano di perire di fronte alla schiacciante reazione anti-riforme. Non và dimenticato l'attrito tra la politica e la costituzione, tra la volontà della politica e le costrizioni ad essa imposte dalla Costituzione. La vera crisi è della costituzioneInvero, parlare di crisi istituzionali al plurale è anch'esso un errore, dal momento che ogni crisi istituzionale indica "la" crisi della Costituzione, sia delle sue regole sia, peggio ancora, della sua ideologia. Per quanto allarmante, la puntuale ciclicità delle crisi politiche non pare sufficiente a fare breccia nella muraglia della Costituzione, a infrangerne la vuota sacralità. Per salvare la Costituzione i suoi custodi preferiscono vanificare la politica, la sua ragion d'essere, la sua legittima funzione a governare nel rispetto delle regole senza però soccombere davanti a queste. Qui non è in gioco l'utopia di una politica dal potere illimitato, senza alcun vincolo a se stessa se non il suo libero arbitrio. La situazione in esame è invece agli antipodi, perché qui è la Costituzione ad invadere, a colonizzare la politica, a scendere in campo scambiando la casacca di arbitro per quella di giocatore. Si sviluppa così una doppia logica: una ufficiale, quella della politica, della competizione tra partiti e programmi, della fiducia tra leaders ed elettori; e poi una logica istituzionale, meno visibile, ma più silenziosa e più potente, perché alimentata dalla Sacra Costituzione. Qualora la logica della politica conduca - come accade spesso - a denunciare le incongruenze e le contraddizioni della Costituzionale, ecco allora che si attiva la logica della Costituzione che, servendosi delle istituzioni, erige il suo muro difensivo per proteggersi dalle riforme. Il patto di potereLa veemenza e i toni della stigmatizzazione che colpisce i riformisti e le riforme denuncia qualcosa di più che un fuoco di paglia propagandistica. Questo è il sintomo di un morbo ben più pericoloso, è l'espressione di una fortissima concentrazione di potere che, sebbene originato dalle supreme regole, agisce all'infuori di esse per difendere, invece, le proprie regole. Questo potere continua a prevaricare la politica, facendo soccombere la legittimità e le ragioni della politica davanti all'interesse della Costituzione. Perché proprio la Costituzione? Perché essa non è solo il corpo delle supreme regole che fondano la Repubblica, perché prima di tutto rappresenta l'atto notarile che ha sancito l'acquisizione del potere da parte del triangolo di ferro Dc-Pci-Psi. La nascente repubblica è stata amputata di una struttura costituzionale solida ed efficace per consentire ai tre partiti di porre il loro dominio sullo Stato. Il costo fatto pagare all'Italia e agli Italiani è stato quello dell'ingovernabilità, della deriva parlamentarista, dei governi impotenti di fronte ad un parlamento strapotente ma frammentato e instabile. Questo patto di potere è la vera Costituzione non scritta dell'Italia, non scritta, ma sempre vigente e cogente, al punto tale da condizionare la vita politica ancora oggi, a oltre mezzo secolo di distanza. Il problema non sarebbe così grave se si trattasse soltanto di una questione di potere. Il potere è uno dei fenomeni più umani, quindi fragile e temporaneo. Ma la corsa del divenire rallenta, quasi si ferma, ogni volta che subentrino idee e valori. Una posizione di potere, per quanto forte, è come un maglio trattenuto da un filo di seta: basta recidere il sottile filo per far precipitare il maglio. Allo stesso modo, il potere dipende dal perdurare della concreta situazione storica in cui è stato originato. In questo caso, lo strapotere della Costituzione sarebbe tramontato con la scomparsa della coalizione di potere Dc-Pci-Psi. L'ideologia della "Sacra Costituzione"Così non è stato, perché così non è quando il potere viene ammantato di idee, valori, norme, credenze, rituali che lo proteggono dalle minacce esterne e lo preservano anche dal venir meno delle condizioni storiche che lo hanno prodotto. La Costituzione di uno Stato è stata quindi elevata alla sola e migliore "Costituzione", valida in ogni circostanza e in ogni periodo. Il rispetto dovuto ad una costituzione è divenuto una sottomissione acritica, l'analisi delle sue regole è un culto religiosamente amministrato da politici-sacerdoti e fatto rispettare da custodi, invece che esser aggiornato in accordo con la società e la politica. Tutto ciò non è più - e non è mai stato - l'idea della Costituzione come convenzione tra società e politica, ma è l'ideologia della Costituzione come bastone del tiranno, che continua a percuotere chi non china il capo anche quando il tiranno è morto. L'ideologia della Costituzione serva a sacralizzarla, a farla persistere nel tempo e contro il tempo che spazza via uomini e potere, ma si arresta dinnanzi a ciò che lo supera, cioè le idee. La cappa di plumbeo fumo ideologico è stato il sigillo impresso al patto di potere Dc-Pci-Psi, e allo stesso tempo l'assicurazione per la longevità del loro potere. Non è un caso che l'ideologia della Sacra Costituzione sgorghi proprio da tre magnifiche industrie ideologiche quali dc, pci e psi. La sacralità conferita dall'ideologia si è addirittura dimostrata molto più efficace nel conservare la Costituzione rispetto ai suoi fondatori e al loro patto di potere. Quindi il patto di potere Dc-Pci-Psi non fu solo un connubio di potere, ma la riedizione di una Santa Alleanza, la cui forza si misura dal fatto che, senza ideologia, non solo la Santa Alleanza, ma la stessa Sacra Costituzione si sarebbe dissolta molto prima. Scomparsi gli uomini e il potere grazie alla falce della storia che sfronda i rami secchi, non resta che abbattere la muraglia della Sacra Costituzione, divenendo tutti "eresiarchi", indossando le vesti degli infedeli che infrangono gli ammuffiti comandamenti della Sacra Costituzione. Morto il tiranno, occorre abbattere il culto della sua opera, seppellendone l'ideologia. Riscrivere le nuove regole del patto tra Stato e società, tra cittadini e politica: questo non è un dogma ideologico, ma il progetto politico che scintilla fresco dalle fucine della società, col contributo di ognuno in quanto persona, prima che cittadino o elettore, facendo rivivere una politica italiana guarita delle piaghe del totalitarismo, dell'ideologia, della partitocrazia, dello statalismo.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.68 del 30/7/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||