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A proposito di torture

di Remo Viazzi - 20 agosto 2004

Se qualcuno dovesse cogliere una vena polemica nelle righe di questo articolo, ispiratomi dalle belle pagine scritte da William I. Hitchcock nel suo volume Il continente diviso. Storia dell'Europa dal 1945 ad oggi, me ne dispiaccio: l'articolo non vuole essere la risposta a nessuno, solo l'enunciazione di alcuni fatti accaduti. D'altra parte ogni atto sprezzante della libertà dell'individuo sarà sempre condannato dalle pagine di Ragionpolitica.it

A proposito di torture, dunque, mi preme ricordare tre episodi, tra i molti, tutti deplorevoli, che si potrebbero citare.

La capacità di Tito di creare una via al socialismo, alternativa rispetto a quella dettata dall'Unione Sovietica, creò nell'immediato dopoguerra non pochi problemi alla Russia di Stalin, specie nell'Europa centrale, dove Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia e Bulgaria speravano di mantenere un certo grado di autonomia nei confronti della spregiudicata politica russa. Sotto la guida di Georgi Dimitrov, ex capo del Comintern, i bulgari avevano collaborato strettamente con gli iugoslavi: l'intento era quello di riuscire a formare una vera e propria coalizione nei Balcani, "indipendente" da Mosca. Il fatto non poteva essere accettato da Stalin, che manovrò per potere intervenire in Bulgaria, smascherando e condannando il complotto titoista. Come accadde spesso il piano russo prevedeva di utilizzare, per il raggiungimento dei suoi scopi, anche le persone più insospettabili, più sinceramente legate alla causa comunista. Fa infatti notare William I. Hitchcock che «la natura stessa dello stalinismo voleva che proprio i comunisti più efficienti, più leali e determinati venissero annientati, in modo da poterli sostituire con tirapiedi deboli, spaventati e servili». Nel caso della Bulgaria toccò a Traicho Kostov, un fedele stalinista, che oltretutto guardava con sospetto ai piani di Dimitrov per la formazione della federazione balcana.

I Russi si sentirono dunque in dovere di intervenire per "salvare" la Bulgaria dalla pericolosa svolta deviazionista titoista. Il metodo fu quello classico: il "processo spettacolo". In qualità di responsabile dei ministeri economici bulgari, Kostov nel dopoguerra si era opposto ai tentativi sovietici di assicurarsi accordi commerciali a loro esclusivo vantaggio: fabbricare quindi delle accuse contro di lui fu fin troppo facile. Nel 1949 fu rimosso dai suoi incarichi, accusato di politiche nazionaliste e di atteggiamenti antisovietici. Ma non era abbastanza, la macchina russa aveva anche bisogno di creare il consenso. Scrive Hitchcock: «Il 10 giugno Kostov venne arrestato e, dopo quattro mesi di tortura ininterrotta "acconsentì" a confessare di aver partecipato ad un complotto promosso da Tito e da agenti americani volto a consegnare i Balcani al controllo degli imperialisti anglo-americani».

Pochi anni dopo, nel 1954, con la nascita del Front de libération nationale, tornò al centro della politica francese il problema dell'indipendenza algerina. Il 31 ottobre di quell'anno, infatti, l'FNL pubblicò un manifesto programmatico in cui dichiarava la ferma intenzione di conquistare la libertà nazionale ponendo così fine al sistema coloniale in Algeria. Due anni dopo, il 30 settembre, Algeri venne colpita da tre attacchi terroristici simultanei che causarono complessivamente la morte di tre persone e il ferimento di altre quarantasei. La Francia reagì con decisione: il governatore generale Robert Lacoste fece intervenire la Decima divisione paracadutisti dell'esercito, affinché occupasse la città e ripristinasse l'ordine. Nel 1957 fu data carta bianca al generale Jacques Massu: era necessario ricondurre all'ordine la colonia ribelle.

L'azione fu tremendamente violenta: «Tramite arresti in massa, azioni di polizia in tutta la città, l'isolamento dei quartieri musulmani grazie all'opera sofisticata dei servizi segreti nella raccolta delle informazioni, Massu si infiltrò gradualmente nella rete dell'FNL di Algeri riuscendo poi a distruggerla. La vittoria fu ottenuta però a caro prezzo, perché presto emerse che Massu e i suoi soldati avevano fatto ampiamente ricorso alla tortura negli interrogatori delle persone sospette e dei simpatizzanti dell'FNL».

La questione ebbe ampia eco in tutta la Francia: l'anno dopo un resoconto completo e inequivocabile confermava la veridicità delle accuse: il libro La Question di Henri Alleg, ebreo e convinto comunista, metteva a nudo le macabre pratiche utilizzate dall'esercito francese. Ma non è tutto, la Francia, così duramente colpita dieci anni prima dall'invasione delle truppe tedesche, sembrava facesse molta fatica ad imparare la lezione. «Il 12 giugno 1957 [...] Alleg venne arrestato e detenuto in carcere per un mese, durante il quale fu sottoposto a ripetuti interrogatori con atti di tortura. Il suo libro elencava le diverse pratiche alle quali era stato sottoposto da parte dei suoi aguzzini, compreso l'uso di elettrodi applicati alle orecchie, al petto e alla bocca, le continue percosse e l'impiego di acqua immessagli a forza nei polmoni per dargli la sensazione di annegare. Il materasso della sua cella era imbottito di filo spinato. Pur disperatamente assetato gli veniva data da bere soltanto acqua salata. Alla fine per farlo parlare gli furono somministrate delle droghe».

L'ultimo fatto fa riferimento ad un recente libro di Ong Thong Hoeung: Ho creduto nei Kmer rossi: un libro-denuncia in cui l'autore racconta del suo ritorno pieno di speranza nella Cambogia sottomessa al regime comunista di Pol Pot. Da Parigi, dove studiava economia, Ong Thong Hoeung fece ritorno in Cambogia convinto di «poter partecipare alla rinascita dopo la liberazione, in realtà la liberazione non ha corrisposto alla libertà e l'ha cancellata». L'autore fu portato in un campo di concentramento in cui morirono circa due milioni di cambogiani, torturato, privato di tutti i diritti della persona e delle libertà individuali. Dalla sua stessa voce «non da comunista, ma da progressista» escono parole di elogio e di comprensione nei confronti degli Stati Uniti: «Gli Usa hanno commesso molti errori, ieri come oggi, ma sono e restano comunque una democrazia...».

! Remo Viazzi
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