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numero 280
6 marzo 2008
 
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Eraldo Affinati

Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer

recensione di Fabrizio Gualco - 24 aprile 2002

E' possibile stabilire un legame profondo con qualcuno che non fa direttamente parte del nostra contemporaneità, fisicamente estraneo alla cerchia delle nostre frequentazioni quotidiane? Si può provare, nei confronti di un individuo a noi presente solo sotto la forma dell'assenza, un senso di vicinanza che tende ad aderire al sentimento dell'amicizia? Si può ammirare e stimare sinceramente una persona, quindi, anche se questa persona non la si è mai incontrata direttamente, né si è mai potuto ascoltare la sua voce, se non per le vie indirette segnate dalle parole e dalle azioni che essa stessa ha consegnato al mondo? Sì, sicuramente. Forse ciò non costituisce una regola fissa, ma di sicuro accade molto più spesso di quanto si creda. Il libro in questione (Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, Mondadori, Milano 2002), firmato da Eraldo Affinati, ne costituisce un esempio.

Nato a Roma nel 1956, docente di italiano e storia, Eraldo Affinati esordisce nel 1992 con un libro dedicato allo scrittore russo Tolstoj intitolato Veglia d'armi (edito da Marietti). Tra le sue opere narrative spicca Campo del sangue pubblicato nel 1997 presso Mondadori, (e con cui entra fra i finalisti dei premi Strega e Campiello), dove si narra il viaggio compiuto insieme ad amici, partendo da Venezia alla volta di Auschwitz.

Ma al modo di Hermann Hesse o di Bruce Chatwin, in questo specifico caso il viaggio è compiuto in solitudine, oppure, per meglio dire, in compagnia di se stesso e del suo amico Dietrich Bonhoeffer, invisibile agli occhi ma presente alla mente. Ed Affinati, come Hesse e Chatwin, è un segugio d'alta qualità. I suoi occhi sono attenti sia al percorso generale che ad indizi periferici: e il cuore li supporta degnamente, mantenendo un respiro interiore al contempo ampio e cadenzato.

Il pedinamento da buoni risultati: il fiuto lo porta a condurre un viaggio non certo breve, né tanto meno lineare. Dall'Italia alla Germania, dagli Stati Uniti alla Polonia. Per dirla con il Paul Bowles de Il Tè nel deserto il viaggio di Affinati sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer assume, pagina dopo pagina, i tratti ed i ritmi del percorso di un viaggiatore che non è un semplice turista: perché gran parte della differenza fra le due figure sta nel diverso rapporto che esse intrattengono con il tempo che a hanno a disposizione. O con il tempo che vogliono concedersi per vedere le cose. Le tracce che Affinati rintraccia gli si imprimono nello sguardo con una particolare forza. Forza che entra dall'esterno e si colloca nell'interiorità pensante giusto il tempo per riemergere all'esterno, fissandosi e concentrandosi con parole e riflessioni alle cose, nonché agli eventi e alle idee a cui tali cose rimandano.

Il viaggio inizia a Roma, città che Dietrich visita in compagnia del fratello Klauss. Continua con la visita ai luoghi e agli ambienti che lo videro crescere, protetto e accudito sin dall'infanzia da un ambiente colto e aristocratico. Prosegue per le chiese del quartiere nero di Harlem ed attraverso le atmosfere rievocate dall'antico quartiere di Wedding, a Berlino, dove Bonhoeffer preparava i ragazzi alla Cresima. Frequenta le dune di sabbia di Zingst nel Mar Baltico e sosta a Finkewalde, in Polonia, dove insieme ad alcuni suoi amici e discepoli Dietrich tentò di condurre in porto il suo progetto di vita comunitaria. Quindi è la volta di Flossembürg, località che coincide con la fine della vicenda terrena del teologo tedesco, accusato di cospirazione contro Hitler e condannato a morte per impiccagione il 9 aprile 1945. E si compie con l'incontro - intervista a Dante Curcio, ex militare italiano che sperimentò la prigionia nel carcere di Tegel. L'unico dei compagni di prigionia di Bonhoeffer ad essere ancora vivo.

Affinati ha frequentato assiduamente Dietrich Bonhoeffer tramite gli scritti e le testimonianze che egli ha lasciato ai posteri. Ma il suo testo non è un saggio di cultura politica né un'opera teologica, sebbene spesso vi si incontrino frasi e riferimenti diretti ai due testi più rappresentativi di Bonhoeffer: ossia Resistenza e resa e Vita comune. D'altra parte l'intenzione dell'autore non sembra neppure quella di proporre ai lettori un romanzo biografico: sebbene il percorso narrativo si basi sulla nota biografia ufficiale di Bonhoeffer redatta da Eberhard Bethge. Un teologo contro Hitler è più probabilmente un'opera letteraria nata e cresciuta sul motivo portante della riconoscenza. Un diario di viaggio la cui sostanza letteraria e stilistica non è tanto quella del reportage quanto quella di una esperienza di vita, che alla fine ripaga molto più di quanto si sia in precedenza preventivato. Infine è una sorta di dono attraverso cui l'autore tenta di saldare un debito morale nei confronti di colui che tanto gli ha dato in termini etici.

In primis, però - e secondo il mio personalissimo giudizio - questo lavoro è il frutto cartaceo di una ricerca di conferme credibili, iniziata dall'autore ben prima della sua stesura "pratica": come del resto dice Affinati, «in fondo non ho trovato niente che già non sapessi. Eppure adesso mi sento meglio».

Fabrizio Gualco

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Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer
  • Autore:
    Eraldo Affinati
  • Editore:
    Edizione Mondadori
  • Prezzo: n.d.
  • Pagine: n.d.

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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