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L'ingannevole fascino del proporzionaledi Gabriele Cazzulini - 20 agosto 2004 Perché serve un sistema elettorale? Perché il numero dei voti, anche ammessa una forte astensione, è sempre enormemente superiore al numero di seggi disponibili. Tanto semplice da intuire, quanto problematico da realizzare. Allora il quesito diventa: quali sono i principi in base ai quali trasformare i voti in seggi? La prima, spontanea risposta che balza all'attenzione è: tanti voti, tanti seggi. Questo è il principio rudimentale che sta alla base del sistema proporzionale. Il buon senso che pare fondare questo principio si rivela essere però un buon senso riposto su un cattivo presupposto: il basso numero di partiti. Se infatti i partiti sono pochi, non è difficile distribuire i voti con la precisione garantita dal proporzionale. Ma se i partiti sono numerosi, come in Italia, qual è l'esito elettorale a cui conduce il proporzionale? E' l'incertezza di non poter capire se c'è un vincitore. Quella che spesso è stata additata come una vera e propria piaga del proporzionale è che tale sistema non sempre produce un vincitore. Nel caso infatti di una omogeneità, più o meno forte, tra i voti raccolti dai partiti, ecco allora che né i partiti, né gli elettori sono in grado di decidere addirittura "se" c'è stata una vittoria o meno. E allora che si fa in questi casi? Per rimediare ai gravi difetti del proporzionale, occorre che i partiti stringano alleanze tra loro per formare coalizioni al fine di convogliare i loro voti fino ad ottenere la maggioranza minima. Ma il costo è duplice, anzitutto perché le alleanze funzionano all'infuori del sistema proporzionale, e poi perché non c'è alcuna garanzia almeno della stabilità della coalizione che governerà, per non parlare della coerenza e della responsabilità dei suoi membri. Il peggior difetto di ogni sistema proporzionale è che esso non consente di decidere, una volta per tutte, chi ha vinto e chi ha perso. E' l'indecisione dunque che affossa l'efficienza del proporzionale nel tentativo di rispecchiare il più fedelmente possibile la distribuzione del consenso tra gli elettori. L'efficienza e l'utilità del maggioritarioNon è la solita questione del passaggio dal mondo delle idee, dove tutto è giusto e perfetto, al mondo della realtà, dove il sole delle idee forma oscure ombre a contatto dei fatti umani. La questione è un'altra, perché il principio che regola un sistema elettorale non è soltanto la giustizia, ma l'utilità, l'efficienza, la capacità nel raccogliere gli umori, le opinioni, le speranze e anche i mugugni degli elettori, di ogni elettore, e di trasformarlo in un voto che incida effettivamente sull'elezione dei deputati. Affinché il voto di ciascuno possa incidere, occorre che il voto possa decidere chi è eletto e chi non lo è. E' qui che emerge la seconda, fondamentale funzione svolta dal maggioritario e non dal proporzionale: l'aggregazione del consenso, cioè l'accorpamento delle preferenze verso precisi schieramenti. Perché questa è la forza del maggioritario: gli elettori non si trovano davanti un intero lenzuolo con decine di simboli politici, ma un ristretto numero di opzioni che facilitano la scelta e indirizzano il voto verso coalizioni capaci di vincere e di governare. Il voto quindi è reso davvero utile, sia per decidere chi vince, sia per evitare di disperdere e frammentare il consenso tra una serie infinita di partiti e partitini che hanno scarsissime possibilità di vincere, e il cui unico profitto sarà quello di ricattare i già deboli governi prodotti dal proporzionale. Grazie al maggioritario, ogni partito è infatti spinto ad aggregarsi ad altri partiti per avere maggiori probabilità di vittoria. Infine, il pregio fondamentale del maggioritario uninominale è che gli elettori si trovano davanti nei collegi i candidati in carne ed ossa, che interagiscono direttamente con gli elettori e le realtà del collegio. Sarebbe la stessa cosa dover andare a bussare a tutte le segreterie di tutti i partiti che si presentano nel collegio proporzionale per "conoscere", per sapere "chi sono" i loro candidati? Perché col proporzionale funziona così: prima i partiti, poi i candidati. E gli elettori dove stanno? Ovviamente in fondo. Il maggioritario spezza questa assurda gerarchia mettendo candidati ed elettori gli uni di fronte agli altri, e permettendo agli elettori di scegliersi, loro, il proprio deputato tra una ristretta rosa di candidati. Attenzione però: non va dimenticato che dall'elezione dei deputati deriva in buona parte anche l'elezione del Primo Ministro, e quindi i suoi rapporti colla maggioranza che lo sostiene. La cultura politica italiana è così anchilosata ad un passato di servitù e di negazione delle libertà individuali, che resta come incredula quando è messa di fronte alla scelta del proprio governo, inebetita da decenni di passiva sottomissione al volere dei partiti-correnti. Il maggioritario è il sistema migliore per eleggere il governo eleggendo i deputati, perché produce una chiara maggioranza da cui nascerà poi il governo. La cortina neo-centristaNon è così strano che le nostalgie del proporzionale riaffiorino in parallelo al rafforzarsi dei partiti, soprattutto quelli più piccoli, sia a destra che a sinistra. Ogni volta che aumentano le mire espansioniste dei "secondi arrivati" rispetto ai due grandi partiti - Forza Italia e D.S. - l'agenda politica o, meglio, il pettegolezzo politico torna a riempirsi la bocca delle bellezze del proporzionale e dei guasti prodotti dal maggioritario. E i quarant'anni di elezioni col proporzionale sono stati forse cancellati con la bacchetta magica dalla memoria collettiva? Forse nessuno si ricorda che in oltre quarant'anni, a parte l'elezione del 1948, non c'è mai stata un'elezione che abbia fornito un inequivocabile vittoria di qualcuno e una sconfitta di altri? Forza Italia nasce col maggioritario e grazie al maggioritario. Una forza sociale e politica che rappresenta la chiara maggioranza del Paese non può rinunciare al "suo" sistema elettorale. Senza di esso, Forza Italia verrebbe circondata dai partitini neo-centristi, costretta a legarsi meni e piedi alla loro volontà, posizionarsi in un centro che non sta di là né di qua, riducendola così ad un apparato di potere che assorbe il potere del governo e dello Stato per sostituirsi esso stesso al governo e allo Stato, proprio come è stato con la vecchia D.C. Il partito delle tessere e della burocraziaMa c'è di più. Il ritorno al proporzionale muterebbe sostanzialmente la fisionomia organizzativa di Forza Italia, obbligandola a darsi pletoriche e inutili strutture interne, ad aprire decine di costose sedi locali, a sviluppare un'inefficiente burocrazia e gerarchie di potere interno. E cosa resterebbe del partito-movimento, che parla direttamente alla società libera perché ne è esso stesso parte vitale? Cosa resterebbe della capacità di valorizzare l'iniziativa di tutti i suoi sostenitori senza ingabbiarla dentro ai divieti della burocrazia? Senza tener conto poi che, in un partito "pesante", in un partito burocratizzato, l'azione politica diventa lenta, lentissima, praticamente immobile, impedendo risposte veloci ai problemi, alle minacce che vengono soprattutto dall'estero, ma anche da improvvise crisi interne. La burocrazia è statica, la gerarchia blocca l'iniziativa del singolo. Diffondendo poi il germe della burocrazia, questo propagherà anche il vizio del potere, con il formarsi di correnti, di piccole élites interne, di signorotti che spadroneggiano a livello locale perché controllano le sedi e la burocrazia, perché monopolizzano a loro piacimenti le tessere, dirigendo ora qua e ora là le preferenze degli iscritti - che sarebbero ridotti nello stesso stato di inferiorità in cui si trovano da sempre gli iscritti comunisti: soltanto manovalanza per le feste dell'Unità, soltanto numeri per la faide interne tra correnti. Il partito senza leaderDa ultimo: che ne sarebbe di Silvio Berlusconi? La domanda, e la preoccupazione che sta dietro di essa, non riguardano soltanto la sua persona in quanto tale, ma tutti i futuri leader politici che intendono assumersi chiare e pesanti responsabilità politiche , di fronte al Paese, ai loro elettori, e al giudizio di Dio. Come potrebbero mai emergere dentro ad un partito di tessere? E anche se avessero le doti per riuscirci - e Berlusconi ci sarebbe riuscito sicuramente - come potrebbero agire liberamente per realizzare il proprio progetto, democraticamente e nel rispetto delle leggi? Sarebbe utile alla coscienza civile degli Italiani, rispolverare quelle ingiallite fotografie dei giornali di tanti anni fa, per rivedere e ricordarsi di quanto ridicoli e meschine fossero le figure dei nostri Presidenti del Consiglio, e in quale stato di umiliazione e malgoverno fosse l'Italia, per colpa della loro inettitudine al governo ma bravura nel giostrarsi le tessere nei partiti burocratici - proporzionale permettendo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.71 del 20/8/2004 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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